Dolce Erriquez

Dolce Erriquez

Nella mia vita — per perseveranza o per fortuna – ho avuto l’occasione di incontrare diversi dei miei “idoli”, quantomeno musicali.
Alla fine non era difficile: bastava gironzolare attorno all’area del concerto, o provare ad intrufolarsi nei backstage, o più semplicemente restare dopo il live in decompressione all’interno della sala (fino a quando non ti buttano fuori).

Dei miei incontri con Manu Chao ho già parlato su questo blog, oltretutto ottenendo spesso pass per gli aftershow, o addirittura un posto a sedere nella zona privata dedicata a stretti familiari e amici, in quel di Paris Bercy.
Un contesto incredibile, in cui capitò di parlare e condividere le emozioni addirittura con Ramon Chao, suo padre, seduto a pochi centimetri da me. Uno dei più grandi intellettuali francesi per quanto riguarda il Sud America, ed in particolare Cuba.
Sono stato “dall’altra parte” in diversi festival, anche grazie a Manu, facendo festa con artisti e personaggi di spicco che lì avevano accesso.
Al Goa Boa di Genova entravamo nelle tende/camerino insieme a Tonino Carotone, in cerca delle ultime birre a disposizione per gli artisti.
La sera precedente mi ero trovato seduto ad un tavolo tra Don Gallo e Haidi Giuliani, non riuscendo a dire più di 4 parole in croce, sufficienti appena per manifestare la mia emozione.
Ma ho avuto modo di stringere la mano ad un Francesco Guccini intento a divorarsi (si, con le mani) un untissimo pollo arrosto, oppure di discorrere con i NOFX completamente cotti di ecstasy, mentre Eric Melvin provava a calciare un pallone e Fat Mike ci mostrava un bigliettino scritto da noi prima del live. Una storia bellissima che dovrò raccontare in un altro contesto, perché troppo preziosa per essere citata a margine.
Ho mangiato una pizza in un garage a Prato con i Meganoidi, lasciato le mie valige in custodia alla Banda Bassotti durante un concerto a Villanova y la Geltru (Catalogna), mandato a fare in culo a più riprese Jovanotti, parlato di bar barcellonesi con Muchachito Bombo Infierno, di figli appena nati con Bunna degli Africa Unite e lasciamo perdere le serate con band come Che SudakaMicroguagua e la mia amicizia fraterna con Pablo Chimango, adesso a Marcos Paz, Buenos Aires, ma chissà per quanto.

E poi, in tutto questo, c’era Erriquez della Bandabardò. Il gruppo che da queste parti, se eri “giovane” a cavallo tra gli anni novanta ed i primi duemila, non potevi non avere ascoltato.

Tutti avevano una musicassetta registrata della banda, altrettanti giravano con magliette larghe e pizzetti pronunciati, magari con capelli selvaggi, definendosi “frikkettoni”.
Magari giusto il tempo di un’estate, o per qualche anno, o al limite in occasione di un loro concerto.
Si, perché la Banda era di Firenze, per quanto regalasse splendide vibrazioni cosmopolite attraverso suoni stradaioli, ispiratissima a band come Les Negresses Vertes e certo combat folk di estrazione francese.
Spesso e volentieri li trovavi a suonare vicino casa, nella provincia, oppure per strada in occasione di manifestazioni, e quei raduni che assomigliavano a feste bellissime dove si è tutti amici, erano qualcosa da non perdere.

Iniziò tutto quando avevo 16 anni, nella piazza del paese in cui vivevo.
Io ascoltavo Rancid e Pennywise, e mi atteggiavo a punk rocker senza aver mai visto un vero concerto del genere. Qualcuno mi disse di andare a vedere la Banda – che era comunque a gratis – perché “quando ci sono loro, si poga”, ed io andai con una discreta dose di scetticismo.
Ero lì con la mia maglietta bianca dei Sex Pistols, una inutile catena al collo in stile Olly degli Shandon, ed i pantaloncini baggy, ché avevamo appena concluso il primo anno di Liceo e faceva caldo.
Vedevo tutti questi capelloni che saltavano e bevevano vino rosso da bottiglioni di plastica, sorrisi pieni e cori infiniti, belle ragazze a piedi nudi che si divertivano, nonostante il concerto si tenesse su una base di asfalto e non erbosa.
Sembrava la cosa più vicina al film di Woodstock incontrata fino ad allora, e da una parte mi piaceva.
Ma la musica era poco distorta — anzi di chitarroni elettrici sparati neanche l’ombra — e non riuscivo bene a capire perché quella gente “pogava”, se quello era effettivamente “pogo”.
Tornai a casa piuttosto pensieroso, ma qualche tempo dopo un amico mi copiò il CD del live “Se mi rilasso collasso”, e non smisi più di ascoltarlo. Anzi, non smisi più di vederli dal vivo, inseguendoli per anni dove possibile.
Incontrando spesso Enrico Greppi, il frontman, in situazioni quotidiane come in strada passeggiando per San Frediano, o alla Feltrinelli, oppure nei locali dove magari andava ad ascoltare qualche band amica.
Come Piero Pelù, era facilissimo vederlo all’Auditorium Flog e scambiare liberamente due chiacchere con lui.
Potevi essere logorroico o invadente, Enrico era persona gentile ed educata, dai metodi dolcissimi così come apparivano i suoi testi, ed ascoltava sempre paziente.
Ti guardava negli occhi, sorrideva e diceva la sua.
Magari lo sguardo lo abbassava per imbarazzo solo quando gli facevi dei complimenti, non riuscendo a nascondere un sorriso più visibile dal rigonfiamento degli zigomi, che in altro modo.

Parlarne al passato mi fa decisamente incazzare, per una serie di ragioni.
La prima è che mi son rotto i coglioni di scrivere su questo spazio per omaggiare una perdita, e questa è stata veramente inaspettata.
Un fulmine a ciel sereno come la notizia del decesso di Sigaro della Banda Bassotti, una band alla quale ero fortemente legato per esperienze vissute. Allo stesso modo della Bandabardò, con la differenza che questi vivevano a pochi chilometri di distanza dalla mia provincia.
E qui avevano suonato spesso, soprattutto nei primi anni, ritornando a più riprese ed esaltando folle oceaniche in feste che assomigliavano a quelle di fine anno scolastico, allargate a generazioni diverse.
La seconda, riguarda quella sensazione che provi cosciente che un gruppo con cui sei cresciuto — e che inevitabilmente hai un po’ abbandonato con il tempo — puoi rivederlo quando vuoi, per sempre.
Perdendo le ultime occasioni, magari.
Che poi divengono “ultime” e le rimpiangi, anche quando ti trovi alle porte dei quarant’anni e ufficialmente, di voglia di fiondarti tra ragazzi sudati e zompanti, ne hai sempre di meno.

Ad un certo punto, infatti, iniziammo ad associare la musica della Bandabardò ad un periodo felice ma superato della nostra gioventù.
Non c’era davvero spazio per la rabbia nella loro musica, e quando ti senti rivoluzionario ma incazzato con il mondo, questo pregio strepitoso ti appare un limite.
Preferisci sentire rivendicazioni a ritmi tirati, anziché calarti con il cuore aperto in un orgia peace and love, e inizi ad inserire i loro album tra i ricordi andati, salvo riscoprirli con meraviglia in occasioni di solitudine.
La verità è che più vai avanti nella tua vita, e più occasioni hai per essere incazzato, e magari trovi l’evasione giusta ascoltando “DAMN” di Kendrick Lamar, anche una volta abbandonate velleità da spettatore attivo di concertini rock and roll, o di Dancehall da accendini e magliette volteggianti sopra la testa.
Ma quando per caso la voce di Erriquez tornava ad uscire dalla mia autoradio o da Spotify, era sempre una gioia travolgente di bei ricordi, autentiche avventure passate con gli amici a Scandicci, Colle Val D’Elsa, Carrara, Volterra, Montepulciano, Bologna e chissà in quanti altri concerti vissuti.

Come ha detto uno di questi vecchi “compagni di viaggio” sui Social, dopo che la notizia del decesso di Erriquez ha iniziato a diffondersi:

bisognerebbe che la vita fosse un concerto della Bandabardò: solo cose belle e felici

Verissimo. Dimenticarsene è decisamente una colpa.

In pieno fanatismo bardozziano, ricordo che nell’estate del 2003 apparve dal nulla un concerto di Manu Chao a Volterra, con la Bandabardò in apertura.
Occasione più unica che rara ai tempi, ma non avevo amici con cui andare ed il tempo per organizzarsi era decisamente poco.
Sentimmo la notizia in auto, su RockFM: eravamo io e mio padre alla guida.
Lui non esitò un secondo, quando espressi il rammarico di non sapere né come raggiungere Volterra, né con chi andare.
“Vai a comprare i biglietti” mi disse. “Andiamo insieme”.
Chiaramente sul posto avrei trovato amici e amiche che all’ultimo momento, anche loro, decisero di aggregarsi. Ma io sarei comunque partito presto nella mattina con lui, cogliendo l’occasione per visitare una splendida cittadina Toscana e l’Acropoli Etrusca.
Era un caldo devastante, ricordo, e fu una piccola avventura.
Anche perché memori dei tempi post G8 — e dell’insensato servizio d’ordine con cui in Italia si accoglieva Manu ed il suo pubblico, definito “Popolo di Seattle” — per accedere all’area del concerto era obbligatorio passare due o tre punti di filtraggio.
Poliziotti in antisommossa, mega tensione, per decine di migliaia di persone serene, festanti, di tutte le età.
La giornata fu assolutamente strepitosa. Verso la conclusione dell’infinito set di Manu, a notte ormai inoltrata, decisi di uscire dalla zona calda del sotto palco, per recuperare mio padre immaginandolo annoiato e voglioso di tornare a casa.
Ma nel punto di incontro che avevamo stabilito, non c’era.
Ricordavo però che si era messo in testa una bandana rossa, nel pomeriggio, per proteggersi dal calore del sole; e riuscii subito a recuperarlo visivamente diversi metri più avanti, pericolosamente vicino al palco.
Lo raggiunsi e lo trovai con il pugno alzato, a rispondere “siempre!” agli “hasta la victoria” lanciati da Fermin Muguruza verso il pubblico.
Si, c’era anche lui come special guest di tutto quel tour di Manu, chiamato Jai Alai Katumbi Express.
Era quasi più esaltato di me, mentre tornavamo a casa in auto, rammentando i momenti dello show.

Ma per quanto simpatica e divertente, l’immagine più nitida che ho portato con me a lungo di quel giorno, riguardava una considerazione fatta tra me e me, a conclusione del set della Banda, con Erriquez emozionato che ringraziava il pubblico.
Mi ero spostato fuori dalla confusione, per recuperare liquidi bevendo una birra, guardando quello spettacolo di gente festosa.
Tante, tantissime, erano le coppie con i passeggini. Altrettanti i bambini piccoli che ballavano per la mano delle madri, felicissimi e divertiti.
Pensai così che quando avrei avuto un figlio, un concerto della Bandabardò sarebbe stato perfetto per passare dei bei momenti.
Valutai che niente di meglio — rispetto a quella positività di suoni e messaggi — avrebbe potuto crescerlo fin da piccolo, e poi magari avrebbe deciso da solo se seguire ad ascoltarli, andando a vederli dal vivo.
Magari tornando a vederli insieme, come io avevo fatto altre volte prima di Volterra, condividendo il concerto con i miei genitori: loro seduti nelle tribune, o comunque a distanza, ed io nel mezzo a sudare.

Tra qualche mese, a distanza di anni, diventerò padre e purtroppo sarà impossibile portare Enrico ad un concerto della Bandabardò.
Quantomeno ascoltando l’autore dei testi, cantarli di persona.
Cioè Enrico “Erriquez” Greppi, che ha lasciato questa dimensione lo scorso 14 Febbraio, a San Valentino.
E se vi state chiedendo perché colui che sarà mio figlio porterà lo stesso nome dell’artista omaggiato in questo pezzo, non è volontariamente per ispirazione.
Semplicemente il nome ci piaceva; più alla futura mamma che al sottoscritto, in verità.
Tuttavia, come spesso accade, un nome diviene “tuo” anche per familiarità. Lo apprezzi perché ti riporta alla mente persone positive, ammirate, importanti.
E tra i tanti Enrico che la storia ha prodotto — non avendo vissuto Berlinguer, e per questo senza calcolarlo — non sarà stato certo per Mentana, che con tutto il rispetto non guardo con gli occhi a cuoricino quando appare nelle sue tediose maratone televisive, spesso portatrici di sventura.

No, non è un omaggio a Erriquez.
Ma forse, senza la bellezza da lui prodotta, non avrei avuto grossi motivi per decidere che quel nome era quello giusto, per quel piccolo pezzo di futuro che abbiamo ardentemente desiderato, regalandolo a questo mondo infame.
Un mondo dove servirebbe “meno stress e più farfalle”, senza dubbio. Come diceva il Poeta.

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