Lo que venga, a mil por cien

Lo que venga, a mil por cien

Diego Armando Maradona.

L’esigenza di scriverne — esercizio infausto di vanità, se viene nell’immediato post mortem, ma è difficile esimersi — potrebbe risolversi qui. Con un nome.

Quante volte lo abbiamo invocato invano.
Tipo quando uno provava a fare qualcosa oltre le sue possibilità, fallendo miseramente. “Ma chi pensi di essere, Diego Armando Maradona?

L’avrò detto un milione di volte.
E questo per due ragioni, la prima è che Diego ci ha abituato all’incredibile, e pure se non abbiamo vissuto la sua epoca.
La seconda, mi viene in mente adesso, è che lo abbiamo visto salire e cadere, lo abbiamo visto fallire, in mondovisione. E lui, da uomo cosciente di esser destinato ai riflettori eterni, non ha mai voluto omettere il suo lato più terreno.

Ma il punto è un altro, e quindi il concetto semi oscuro appena inserito qua sopra lo approfondirò in un secondo tempo.
Il problema è la retorica.
Sono passate poche ore dall’ufficializzazione del decesso di uno dei più grandi personaggi della storia moderna, ed il fatto che si tratti del più forte calciatore di tutti i tempi è da considerarsi in secondo piano, stavolta.
Perché di bestemmie retoriche ne ho lette in giro principalmente due, e la prima narra la solita tiritera che accompagna Diego dalla notte dei tempi. Forse dal primo scudetto napoletano targato 1987.
“Non possiamo discutere il giocatore, ma è sbagliato divinizzare l’uomo”.
Una stronzata da parrucconi. La classica firma da “quelli che benpensano” per citare un classico della discografia italica che sembra non invecchiar mai, tipo i pezzi di Fred Buscaglione.

La seconda, per non farci mancar niente, è la solita tiritera da superiori (che tanto piace, in apparenza, da dietro un profilo social).
D’accordo che è morto Maradona, ma oggi sono state uccise XXX persone, sono morti altrettanti uomini, e nessuno dice niente”.
Beh, se ancora non lo avete capito, potrà sembrarvi ingiusto ma la morte di un uomo come Maradona vale più di altre.
Lo stesso potrei dire di Luis Sepulveda, Michael Jackson o Pablo Picasso.
Si tratta di uomini che con la loro arte hanno cambiato il mondo, lo hanno rivoluzionato, costruendo la forma del cosiddetto immaginario collettivo nel quale viviamo immersi.
Sono personaggi che ci hanno accompagnato — o meglio, che abbiamo attraversato — in fasi differenti della nostra vita, anche se non li abbiamo mai visti in carne ed ossa. Che con le loro gesta (o con le loro opere) hanno coinvolto emotivamente una massa di essere umani non quantificabile, e ne hanno formato i sogni, le speranze, determinandone i ricordi.
Rispetto a Diego, le parole del pezzo “La Mano de Dios” di Rodrigo “El Potro” Bueno, dicono tutto e ci permettono di passar oltre.

Llenò alegria en el pueblo, regò de gloria este suelo”.

Questo basta per garantirsi immortalità nella memoria popolare, e per trasformare la percezione di una dipartita tanto distante quanto pronosticata da anni, in una tragedia per molti.
Che non sono né superficiali, né fanatici, né stupidi.
Semplicemente si sentono svuotati di una parte importante di sé, che sia rappresentata da un ricordo, da un’opera, e nel caso di Maradona, da un gol (che spesso è coinciso con il senso di “opera”, così come l’interezza della sua vita. Un romanzo).

Ad esempio, bestemmio se dico che questo gol è la più grande opera d’arte mai prodotta dal Maestro?

È la sua Guernica, il suo Pasto Nudo.
Per mille ragioni e simbologie, per il metodo, il senso, Machiavelli.
“Il fine giustifica i mezzi”, ed in questo caso, “il fine” è molteplice.
Non c’è bisogno di raccontarne senso e contorno, se non lo sapete non siete arrivati certo a leggere fin qui.

 

 

Il primo momento in cui ho capito la forza intrinseca dello sport — quella che lo rende metafora e viatico per l’ esistenza terrena, creando contemporaneamente aggregazione, scambio e quindi passione — è stato il Mondiale di Italia ’90. Avevo 6 anni.

Ne senti parlare, ne parli di continuo. Raccogli le figurine e fai mettere la benzina all’IP, che regalano i pupazzetti degli azzurri. Ti ritrovi dalla mattina a calciare un pallone, fingendo di essere uno di loro, nei campetti terrosi di periferia.
E quel pallone, non lo sai proprio trattare con i piedi, ma va bene uguale. Compri il Guerin Sportivo e lo sfogli con tuo padre, scoprendo la geografia del mondo, i nomi dalle strane pronunce. Poi la sera ti ritrovi con tanta gente, quelli del condominio misti alla famiglie dei tuoi amici, nel cortile. Guardi le partite, esulti, vedi gli adulti incazzarsi o gioire. Alla fine del primo tempo giochi con loro, anzi, son loro che giocano con i bambini, come se lo fossero per qualche ora.
Bellissimo, tanto che non vedi l’ora che quattro anni dopo tornino i Mondiali.
Ecco, ricordo tutto questo di quell’estate, ma prima ancora c’era un mantra che si ripeteva a mo di filastrocca, e non ricordo bene come iniziava. Ma la rima conclusiva, quella che restava, era “Maradona figlio di puttana”. Sarà stato un coro di qualche curva dei tempi, vai a sapere.
Ti insegnavano ad odiarlo, Diego, perché era il più forte. E solo lui poteva rompere le uova nel paniere alla Nazionale di Vicini.
Credo che una roba simile sia stata comune in tutta Italia, eccetto Napoli. E siccome allora non me ne rendevo conto, a riguardar oggi quei tempi posso sinceramente dirlo: se fossi stato partenopeo di nascita, al San Paolo avrei forse esultato quella sera del 3 Luglio.
Perché c’era lui, odiato da tutti, napoletano per imprinting.
Rivedere il suo volto incazzato, durante l’inno nazionale oscenamente fischiato all’Olimpico durante la finale, gridare in faccia alla telecamera “hijos de puta”, fa ancora male, ogni volta che lo rivedi.
Anzi, quando mi capita di osservar quel momento in tv, con il labiale lo imito sempre, perché capisco il senso di frustrazione, tradimento, offesa per l’uomo.
Perché Diego Armando Maradona era pura passione, ché con quella viveva la sua vita conquistandosela giorno per giorno. Giocandosela come se fosse sempre sul campo.

Come si può volontariamente omettere di lodare l’uomo, quindi?
Come si può oggi, dopo la sua morte?
Come è possibile non tributare gli onori ad un uomo che si è sempre dimostrato tale, e non “alieno” come la gran parte dei personaggi pubblici, capaci di nascondere ogni briciola sotto al loro personalissimo tappeto?
Diego Armando Maradona è stato un grande uomo, ancor prima che un grande giocatore.

O meglio, il grande giocatore è passato come una brillante cometa in una notte senza stelle, ma il grande uomo ha avuto modo di mostrarsi a più riprese, anche in seguito.
State strabuzzando gli occhi?
Se lo fate, il motivo è che siete ipocriti.
Alzi la mano chi non ha un vizio, una debolezza, un demone interiore, un lato oscuro. Chi non ha mai fatto una cazzata, chi non ha mai dovuto subire le conseguenze di un errore, chi non ha perseverato su uno sbaglio, pur consapevole di ricommetterlo.
Siete in pochi, eh?

Diego Armando Maradona non ha mai avuto paura di mostrarsi per quello che era. Non si è mai vergognato di piangere, di chiedere scusa, di farsi vedere vulnerabile in pubblico. E tutto questo, spesso, in modo non costruito.
Non ha mai avuto timore di schierarsi contro la massa, di prendere le difese dei deboli ai quali apparteneva prima di venir scoperto come “el pibe de oro”, sentendosi sempre accomunato da una rabbia ancestrale con gli ultimi, gli oppressi, i diseredati senza colpa.
È stato politicamente scorretto? Si è più volte contraddetto? Ha perseverato negli errori dopo averli ammessi?
Certo, è vero. Chi non è mai stato così, una volta nella vita?

Lo abbiamo visto raggiungere vette di popolarità inaudite, scendere fragorosamente senza mai toccare un fondo evidentemente profondissimo, provare a risalire e ricadere, tante volte, fino alla fine.
Diego ha sempre ammesso le sue debolezze, mettendo i suoi sentimenti in pubblico in modo troppo ingenuo per non essere sincero, ammettendo colpe che alla fine han generato male solo ed unicamente alla sua persona.
Siamo in grado di ammettere che abbiamo tutti una punta autolesionista dentro di noi, e che i demoni che combattiamo davanti allo specchio e nel nostro privato, sono ugualmente ingombranti?
Maradona non ha mai occultato niente di ciò che lo dichiarava “semplicemente umano”, e per questo è stato un grande uomo, rispetto alla miriade di personaggi pubblici che oggi non possono evitare di mettere le mani avanti, ipocriti, celebrandone le gesta in campo con il consueto “ma però..” a seguire.


 

Toglietevi il dito dal culo, “si yo fuera Maradona, viviria come el”.
Perché in tanti hanno provato a rappresentarlo in questi anni, ma nessuno ne ha raccolto onestamente l’essenza come Manu Chao, nel suo pezzo “La Vida Tombola”.
“lo que venga, a mil por cien”

Ma nell’oceano di produzioni, omaggi e filmografia che lo racconta, quel “sentimento” che ha caratterizzato tutta l’esistenza del Pibe l’ho riscontrato solo in 3 produzioni. O meglio, le definirei necessarie per capire chi era lui, cosa lo muoveva interiormente, perché dopo la sua morte una gran parte della popolazione mondiale sente il bisogno di piangerlo, omaggiarlo o quantomeno parlarne.

Maradona by Kusturica” è uno di quelli, e dall’incontro (a più riprese) tra il bimbo ormai cresciuto che mosse i primi passi a Villa Fiorito (periferia di Buenos Aires) ed il regista di “Underground”, non poteva che generarsi qualcosa di profondo.
Tutta quella vita vissuta di fiammate alle velocità della luce, acquisisce senso con l’apparire dei titoli di coda, al termine di quel pezzo del Manu di cui sopra, scritto più o meno per l’occasione.
È caotico, sovrapposto, bizzarro e restituisce l’essenza di un personaggio che comunque apparisse, lasciava intravedere una profondità più complessa delle etichette affibbiate. Che fossero “campione”, “D10S” o “drogato”.

Maradonapoli” di Gianni Mura ne restituisce l’influenza, nella città che lo ha visto diventare un re, e che per sempre sarà legata al suo nome (e viceversa).
Lui è un’entità che aleggia tra i racconti, i volti ed i ricordi dei napoletani che lo hanno amato, e da quelle storie si tratteggia un qualcosa che può anche apparir inedito, a chi lo ha tacciato con sufficienza senza approfondirne i tratti.

Lo trovate su Netflix, come lo strabiliante “Diego Maradona” di Asif Kapadia (un regista inglese, di origini indiane): la risultante di oltre 500 ore di materiale inedito messo a disposizione dalla famiglia del Maestro, riguardante la sua avventura a Napoli.
Le immagini con cui inizia, la documentazione dell’incredibile giorno della sua presentazione al San Paolo, son talmente eccitanti che giustificano le oltre due ore a seguire, nelle quali vi troverete catapultati nella città partenopea dei primi anni 80.

Un viaggio elettrizzante, che restituisce quella passione di cui parlavamo prima, il tratto distintivo principale che la vita di Diego Armando Maradona ci lascia.
La sua vera eredità ai posteri.


 

Quando, nel documentario di Emir Kusturica, Manu Chao incontra Maradona per strada cantandogli “La Vida Tombola”, la sequenza porta con sé un’energia rara, anche in situazioni improvvisate e prontamente filmate come quella.

Ci sono due artisti (o meglio, tre. Madjid Fahem alla chitarra), c’è emozione, sorrisi profondi e qualche singhiozzo. C’è tutto quello per cui ha senso vivere.
Due uomini denudati dai loro personaggi (o ai quali non hanno mai dato “struttura”) che si riconoscono reciprocamente, nella loro arte, e tutto questo genera un flusso emozionale che non può non colpire chi lo osserva filtrato da uno schermo, in inevitabile differita.
Il colpo di grazia — quello che fa commuovere il Diego nascosto da spessi occhiali da sole — lo da Manu Chao con un passo del testo che non è mai finito nella registrazione in studio della canzone, uscita ne “La Radiolina” del 2007.

“Si yo fuera Maradona, viviria come el. Porque el mundo es una bola, que se vive a flor de piel. Si yo fuera Maradona, y un partido que ganar. Si yo fuera Maradona, y una mano en el altar”.

“La vida es una tombola, de noche y de dia”. L’epitaffio migliore per lasciar andare il Maestro Diego, coscienti che resterà esattamente dove lo avevamo lasciato ieri, prima del triste trapasso: nell’album più bello dei ricordi di ognuno di noi.

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