Usa on the road (guidando tra Nevada, Utah ed Arizona)

Sapevo che non sarebbe stato facile — o che comunque avrebbe rappresentato un autentico tour de force — ma la prospettiva di affittare un’auto e guidare per i principali parchi dell’ovest statunitense, mi allettava da tempo. Se non altro per la possibilità di vedere qualcosa di incredibile, unico, a volte al limite del percepibile. E non sono rimasto deluso.

Abbiamo ritirato il nostro mezzo direttamente dall’aeroporto di Las Vegas, provenendo da San Francisco, e dopo una notte nel delirio di luci della Sin City siamo partiti alla volta del Bryce Canyon: oltre quattro ore di guida, passando attraverso un bollente Nevada per giungere in un ben più temperato Utah. Qui abbiamo iniziato ad incontrare un nemico che più o meno non ci ha mai abbandonato, e che comunque è stato clemente nel non minare le nostre visite ai parchi: la pioggia.

Detto questo, il Bryce Canyon è decisamente uno dei parchi più godibili del lotto visualizzato, quantomeno se pensiamo alla parte più turistica (il rim trail dal sunset al sunrise point), osservabile anche dal basso attraverso il percorso del Navajo Loop: un’ora scarsa di camminata tra i cosiddetti “hoodoos”, assolutamente alla portata di tutti, anche dei meno allenati. La cittdella che si sviluppa attorno all’accesso più agile a questo Parco Nazionale, offre un connubio (che diverrà consueto nei giorni) di hotel, shops e ristoranti; non ultimo un pazzesco capannone in stile Western dove una band Country suona dal vivo a sera, ed i turisti soddisfatti consumano frittume ed hamburgers bagnati da boccaloni di birra, sotto la benedizione della santissima (per loro) bandiera a stelle e strisce. Tutto molto trash, noi siamo fuggiti via.

Il Navajo Loop ce lo siamo gustati la mattina seguente (la sera, appena arrivati, un temporalone non ci ha permesso di completare la visita, regalandoci comunque un arcobaleno completo, di quelli che raramente avevo visto in vita mia per nitidezza), prima di ripartire alla volta di Page in Arizona. Escursione termica senza senso, considerando che non appena abbiamo passato la diga sul Lake Powell scopriamo che all’esterno ci sono oltre 40 gradi all’ombra (Dio solo sa quanti percepibili al sole): un tantino più caldo dei 18 gradi mattutini scarsi, nel momentaneamente piovoso Utah.

Qui visitiamo subito l’Horseshoe Bend Overlook, il punto dove il fiume Colorado compie una sorta di circumnavigazione attorno ad una pazzesca roccia nel canyon, osservabile da una altezza vertiginosa. Dal parcheggio, per arrivarci, occorrono circa una decina di minuti a piedi al fitto sole, con i rangers che ti invitano a fornirti di acqua e coprire la testa. Una roba da svenire, soprattutto in risalita, al ritorno. Dopo tutto ciò, sostiamo in un sereno albergo rinfrescandoci in piscina e rientrando in camera appena prima che si consumi un fattaccio, per il quale un tizio ne manda all’ospedale un’altro e viene arrestato, presumibilmente davanti alla nostra hall. Ci godiamo l’arresto dalla terrazza di camera, e pare un film: nessuno ci spiegherà mai cose è successo, ma resta comunque importante che non sia capitato a noi. Anche perchè alle ore 16 del pomeriggio abbiamo la nostra visita prenotata all’Antelope Canyon, una sorta di grotta dispersa nel deserto dell’Arizona, creatasi dalpassaggio di acqua e dalla conseguente erosione del vento, in piena terra Navajo. Noi abbiamo visitato la parte upper, decisamente più frequentata ed accessibile di quella lower; di tratta comunque di due escursioni distinte.

Ed infatti tutti i tours e le guide che mettono a disposizione mezzi e “cortesia” (occasionale) per l’Antelope, sono giustamente gestiti da nativi americani. Trovo più di una ragione per discuterci in sede di partenza (per loro, la nostra prenotazione non appariva valida), ma lasciamo perdere. Il luogo è decisamente singolare, anche perchè lo spazio che intercorre tra roccia e roccia (lavorate dall’erosione) prende dei colori spettacolari con il filtraggio della luce dall’alto. Di contro, il continuo scambio di tour organizzati in limitatissimi spazi — e la struttura dei medesimi tour, del tipo “fermatevi tutti qui, e scattate una foto” — rendono l’esperienza a tratti bizzarra. Lo stesso effetto ottenuto in foto (i Navajo ti spiegano esattamente come settare le luci ed i filtri per ogni singolo cellulare) supera decisamente la percezione “live”. Insomma: vedete le foto e restate a bocca aperta, ma quando vi trovate lì ne percepite la magnificenza un pò meno.

La sera a Page passa in un simpatico self resturant a base di pollo fritto e patatine, tra autoctoni che si complimentano per la mia canotta UCLA di Russell Westbrook, ed un simpatico giovane redneck che cena serenamente con un pistolone ben in mostra, attaccato alla cintura. Ah, ovviamente appena finiamo di cenare inizia a diluviare. Il giorno seguente mi aspettano oltre 8 ore filate di guida, recandoci dapprima verso la Monument Valley e poi seguendo per il Gran Canyon, dove abbiamo l’hotel prenotato.

La Monument Valley si trova nel bel mezzo del nulla, nel brullo deserto dell’Arizona, con temperature brucianti e paesaggi iconici, anche e soprattutto durante il tratto stradale percorso. Si trovano pochissimi agglomerati abitati, per lo più strutturati in povere e disordinate case di legno che sostano vicino alla strada percorribile, prima di giungere al visitor center ed avviare il proprio tour (necessariamente in auto). Il tutto è percorribile potenzialmente in un’ora (ovviamente senza quelle soste che sono decisamente da fare lungo il percorso), non calcolando le possibilità di esperienza a cavallo che vengono proposte durante il percorso.

Si tratta di un luogo a tratti mistico, dove il cielo si incontra con gigantesche rocce che si innalzano nel nulla di una pianura sterminata, rossastra, terrosa, bollente. La strada non è ovviamente asfaltata, pertanto le andature delle (presumibili) auto a noleggio sono generalmente lente e prudenti, prestando attenzione a quei “fenomeni” che inchiodano il mezzo nel mezzo al percorso, non considerando gli spazi di sosta a seguire, per scattare le solite foto con i cellulari. Ripartiamo con sensazioni contrastanti: aspettative decisamente confermate per me, un pò meno per mia moglie; ma chi se ne frega. Anche perchè dobbiamo transitare per oltre tre ore verso Tusayan, alle porte del Parco Nazionale del Gran Canyon, passando oltre un’ora e mezzo senza gps e senza essere vivente ai bordi delle strade.

Accediamo al Parco dalla parte opposta rispetto a Tusayan, il che ci obbliga a percorrerne gran parte per lunghezza, sostando inevitabilmente al primo punto disponibile di osservazione. La sensazione è di quelle mai provate prima, soprattutto per l’immensità e la profondità assolutamente indescrivibile del canyon stesso:un insieme di colori e di stratificazioni che lasciano a bocca aperta, probabilmente la cosa più incredibile che ho visto in vita mia. Puoi provar a fotografarlo in tutti i modi il Gran Canyon, ma è necessario essere davvero bravi (o dotati di macchine fotografiche professionali) per restituire un terzo della sua naturale magnificenza.

Cosa diversa riguarda la fauna incrociabile, con piccoli cervi ed alci in sosta (ed attraversanti) più o meno ovunque (anche di fronte alla nostra stanza di albergo),scoiattoli di differenti razze che si avvicinano spesso e volentieri, falchi che volano a pochi metri di distanza direttamente sugli strapiombi, giganteschi insetti in stile cervi volanti che si inseriscono di soppiatto nella tua stanza nel bel mezzo della notte, troppo belli per essere sacrificati in nome del comune “schifo verso gli insetti”. Una repellenza da parte dell’essere umano sulla quale ho avuto modo di rifletere, senza trovar razionale spiegazione. Tra l’altro, una delle ragioni per le quali ho sostanzialmente smesso di uccidere insetti (eccetto qualche zanzara ed il primo scarafaggio presentatosi in stanza nella notte del Grand Canyon) da oltre un’anno di vita. Vai a sapere che ‘ste storie sulla reincarnazione (o sul karma) siano vere, dico io.

Il problema è uno solo: mezza giornata al Grand Canyon è decisamente troppo poca, considerando la splendida organizzazione anche a livello di sentieri ed escursioni, soprattutto quando due ore dopo che hai parheggiato l’auto al Mather Point inizia copiosamente a piovere. Ergo, altra levataccia nella mattina seguente, la stessa che prevedeil rientro in serata a Las Vegas e la conseguente restituzione dell’auto prima di volare via, passanndo per Miami alla volta di Antigua.

Ah, Tusayan non risulta agglomerato tanto diverso da quello già incontrato al Bryce Canyon — se non più grande per hotel disponibili e scelta gastronomica (che poi, rispetto a quello, il top del genuino è cenare in una steak house, e comunque la scelta è tra qualcosa di fritto e qualcos’altro fritto ugualmente) — ma la mattina della ripartenza si presenta soleggiata e piacevole, manco a dirlo. Riusciamo a vedere troppo poco rispetto a quanto vorremmo, promettendoci di tornare, perchè l’area è veramente troppo vasta e troppo bella per una “toccata e fuga” come la nostra.

Nel ripartire la possibilità che si presenta è quella di percorrere la famosissima Route 66, quantomeno per un breve tratto, prima di riprendere l’autostrada in rientro nella città del vizio e del gioco d’azzardo.

La Route 66 è divenuta qualcosa di leggendario, anche e soprattutto per le citazioni e le influenze nella cultura pop occidentale, incarnando il mito della vita on the road, sognando l’approdo laddove splende sempre il sole. Aperta ufficialmente l’11 Novembre del 1926, fu una delle prime highways del paese, estendendosi per la bellezza di 3755 km di percorso. Per la verità nel 1985 la Route 66 venne rimossa dal sistema della strade a carattere nazionale — rimpiazzata dall’ Interstate Highway System — per tornare sulle cartine come vero e proprio monumento storico itinerante, con la fondazione della Historic Route 66 più recentemente.

Definita Mother Road da John Steinbeck nel suo “The Grapes of Wrath” (in Italiano, “Furore”. Un libro che valse il Premio Pulitzer al suo autore, tra l’altro), divenne da subito strada fondamentale per favorire la migrazione verso la costa ovest del paese, in occasione del cosiddetto Dust Bowl.

Era il 1931 quando gli Stati Centrali degli Stati Uniti (e parte del Canada) vennero colpiti da una serie di violente tempeste di sabbia, principalmente causate da decenni di tecniche agricole inappropriate, destinate a replicarsi fino al 1939. Con lo sfruttamento spinto oltre i propri limiti naturali, le profonde arature nelle fertili terre delle Grandi Pianure finirono per distruggere erba e conseguente idratazione dello stesso suolo, divenuto così arido durante le stagioni di siccità. La polvere causata da questo fenomeno finì per trasformarsi in solidi nuvoloni neri, destinati ad esser soffiati via verso est e generando tempeste che oscuravano i cieli fino a Chicago. Inevitabile che un disastro simile generasse migrazioni verso l’estremo ovest, soprattutto dalle pianure di Texas, Oklahoma, Missouri, Kansas e New Mexico, e la nuovissima Route 66 rappresentò il viatico principe per questi veri e propri viaggi della speranza. Non a caso — per tornare un attimo a John Steinbeck — Furore racconta proprio di questo (lo stesso ripreso, in prospettiva distopica, da Chirstopher Nolan nella sua recente pellicola Interstellar, tra l’altro).

Nel frattempo — esattamente nel 1938 — la Strada Madredivenne la prima highway statunitense completamente asfaltata, per trasformarsi negli anni ’50 nel percorso ideale verso Los Angeles, una sorta di fiume attorno al quale sorsero attrazioni commerciali per favorire il turismo crescente. Un turismo favorito anche dalle bellezze naturali circostanti al tracciato, come ad esempio accade nel passaggio dall’Arizona, dove la Route 66 incontra sostanzialmente il Gran Canyon, o comunque le sue estreme vicinanze. Tra l’altro, nella sua sostanziale fase conclusiva, quella che termina praticamente nel pontile di Santa Monica.

Noi la strada madre la incontriamo appena (come detto poc’anzi), e probabilmente lo facciamo in uno dei suoi punti più “commerciali” (o comunque più finti), Williams. Uno stop determinato dalle ottime recensioni rispetto alle torte fatte in casa del Pine Country Restaurant: splendido modo per fare colazione/pranzo durante un viaggio da oltre quattro ore di auto, e decisamente azzeccato per il livello qualitativo. Noi in Italia, dei pezzi di torta del genere, ce li sogniamo la notte, ve lo dico io.

Detto questo, Williams appare come un insieme di negozi di souvenir della leggendaria strada, con lo sforzo di mantenere uno stile strutturale retrò nelle costruzioni, nelle insegne, nelle attrazioni. Sicuramente percorrere la storica Mother Road per tutta la sua lunghezza permetterà di incrociare situazioni reali di“vera America”, un qualcosa più singolare e forse indimenticabile, ma il percorso organizzato ed i tempi serratissimi impongono di accontentarci, mentre bestemmio come un turco negli svincoli autostradali nei pressi di Boulder City, cercando di prendere la direzione giusta verso Vegas (e poco aiutato dal gps stavolta).

Ritornare nel delirio asfissiante della città del vizio è cosa assai complicata, soprattutto dopo quattro giorni percorrendo aree semi deserte, silenziose, naturalisticamente uniche. Qui la situazione è esattamente opposta, passando tra l’aria condizionata di Hotel/Casino come il Flamingo (con il suo giardino di fenicotteri), il Caesar’s Palace, ilCosmopolitan (con il suo sontuoso buffet del quale abbiamo appofittato, pagando quello che dovevamo ovviamente), non facendoci mancare (con allibito stupore) un paio di passeggiate all’interno del Venetia e del Paris,dove son riprodotte le strade ed i monumenti delle presumibil città dalle quali traggono ispirazione.

La vastità di questi luoghi sommata alla quantità di negozi, ristoranti e pseudo attrazioni, genera una toale perdita della percezione di spazio e profondità. Un qualcosa che si è rivelta utile nella nostra nottata al The Linq Hotel (sempre sulla Strip), soprattutto quando nel cuore della notte vieni svegliato dall’allarme incendio al tuo piano (il settimo), e senza capirci niente inizi a correr in ciabatte e pigiama per le scale esterne, ritrovandoti ansimante per trada, chiedendoti se tutte le tue valigie (ed i biglietti aerei ed i documenti) siano già finite vittima di un violento rogo.

Niente di tutto ciò, ovviamente. Perchè come ci dicono quelli della security nella hall (cioè, nel Casino) “sono cose che capitano, quando qualcuno cucina (!?) in stanza, o fuma troppo vicino ai sensori” (per quanto fumare sia consentito ovunque in ogni luogo di Las Vegas, corridoi inclusi, soprattutto Marijuana a giudicare dagli odori). E così ti trovi a far la coda per l’ascensore nel bel mezzo della notte, insieme a centinaia di persone svegliate ed allarmate come te, mentre tutto intorno impazza la sbornia, il gioco, i balli, il delirio. C’è anche un nano vestito da irlandese (presumibilmente impiegato nel pub O’Shea, tra i tanti all’interno della struttura) che si aggira tra la gente con una tuba in testa: solo l’ennesimo freak in un sistema farcito di ragazze nude che ti accalappiano per una foto, bizzarri bicchieroni take away per costosissimi cocktails aclolici, gitane che ti consegnano promemoria per le escort.

Ah, in tutto questo — malgrado la prostituzione sia legale in Nevada — Las Vegas sorge nell’unico distretto in cui questa risulta ancora illegale. Tutto ciò genera — oltre che l’assenza di bordelli, che in caso opposto avrebbe reso il tutto decisamente più intollerabile di quanto lo sia già umanamente — una discreta presenza di “hookers” apostate all’interno dei Casino a piano terra degli hotel, di solito in prossimità di bar ed ascensori, ed una continua promozione stradale di room services mediante messaggio Whatsapp alle stesse. Chiaramente poi, se ti beccano (o soprattuttto, se le signorine ti truffano o ti derubano) non hai nessun tipo di appiglio legale per denunciare il fatto, avendo commesso un illecito in primis. Per chi fosse mai interessato a nottate in stile “Una notte da leoni”, questo è un aspetto del quale tener decisamente conto.

 

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