Canada is better than the US: Toronto campione

E chi l’avrebbe mai detto che una squadra canadese (l’unica a competere, tra l’altro) potesse mai alzare al cielo il trofeo di campione della lega simbolo dello sport Statunitense nel mondo?

Sicuramente in pochi nel 1995, quando i Toronto Raptors tornarono a partecipare al campionato NBA dopo la brevissima parentesi agli albori dei Toronto Huskies (ed insieme a quei Vancouver Grizzlies, velocemente migrati in quel di Memphis per scarso interesse tra il pubblico).

Eppure è successo in modo rocambolesco ed inaspettato, in una stagione dove ai nastri di partenza i Golden State Warriors erano già dati per favoritissimi (“cosa lo giocano a fare il campionato?”), ed allo stesso modo apparivano all’inizio della serie finale, conquistata agilmente con un secco quattro a zero inflitto ai Portland Trail Blazers nonostante gli infortuni a due pedine chiave come Cousins e Durant.

Diciamolo subito, l’accanimento da parte della malasorte è stato più pesante del previsto (a tratti drammatico, vedi gli acciacchi a Iguodala ed il dramma di Thompson, l’infortunio di Looney e soprattutto la gravissima rottura del tendine di Achille per un rientrante Durant in gara 5) ma nessuno può dire che i Raptors non abbiano meritato l’agognatissimo anello, per come sono riusciti a giocare, compiendo un’impresa che poteva apparire impossibile  a loro stessi in primis – seppur con tutti i vantaggi già citati – da un punto di vista mentale. Ed infatti hanno vinto per ben tre volte alla Oracle Arena di Oakland, qualcosa di mai successo in questa era dominata dai Dubs.

E adesso la domanda sorge spontanea (scherzosamente): da chi saranno “ricevuti” i Toronto Raptors?

Dal Presidente Statunitense come consuetudine (per la verità venuta meno con l’arrivo alla Casa Bianca di Trump, decisamente poco apprezzato dai giocatori della lega, per usare un eufemismo) o da quello Canadese? E soprattutto qualcuno sa chi è il Presidente Canadese (dai, si chiama Justin Trudeau, classe 1971, proveniente dal Partito Liberale)?

Infatti, a livello di rivalità, quella tra Stati Uniti e Canada è annosa e non passa certo inosservata (la ritroviamo spesso attraverso battute poco simpatiche, anche in film o telefilm Americani, non so se avete presente South Park). Da più punti di vista, due paesi tanto vicini quanto distanti ideologicamente ed a livello di impostazione di vita, un po’ come Francia e Italia, forse anche peggio.

Da una parte la sedicente “land of the free, home of the braves”, fondata per essere terra di libertà e felicità, divenuta amaramente (e praticamente da subito) potenza militare autoelettasi “sceriffo globale”, patria del capitalismo sfrenato che porta all’individualismo più cieco, terra di contraddizioni, malessere, distanze abissali tra classi sociali. Dall’altra “quel paesino a Nord” che ha sviluppato un modello sociale più vicino a quello europeo,  tendenzialmente attento alla qualità della vita dei propri cittadini, alla salvaguardia del suo patrimonio naturale, disinteressato totalmente al costituirsi come potenza militare. In modo molto semplicistico (e probabilmente errato) il “nasci, consuma, crepa (e permetti a Noi di imperare)” contro il “vivi (bene) e lascia vivere (meglio)” almeno tra i tuoi conterranei.

Il Canada rappresenta un pugno nell’occhio per gli Stati Uniti Repubblicani (ma non solo), ed è guardato pubblicamente con lo scherno che è proprio dei vicini facoltosi, atto ad occultare invidia per una serenità apparentemente generalizzata, difficile da replicare nell’attuazione del tanto democratico (in teoria) “sogno Americano”. Quello che, nel dare a tutti la stessa opportunità, spinge i “suoi figli” ad indebitarsi prima ancora di nascere, ad odiare il proprio simile in nome di una competizione permanente, per la quale – dovesse mai andar male qualcosa – si rischia di perdere tutto, di finire in mezzo ad una strada, di morire nell’indifferenza perché incapaci di permettersi un salato sistema sanitario nazionale (ad esempio). E perché tutto possa andar male, è spesso sufficiente perdere un lavoro miserabile per il tempo di tre stipendi, accumulando la coda del debito da estinguere, e ritrovarsi in uno sbatter di ciglia a vivere in una tenda Quechua ai bordi delle strade; magari dopo essersi vista requisire anche la propria casa mobile, non esattamente una reggia.

Del resto la sanità pubblica canadese, la scuola pubblica e la presenza dei sindacati si pongono in netto contrasto con la realtà statunitense, due sistemi democratici agli antipodi anche in fase storica di costituzione. Se gli USA si autodeterminano attraverso episodi sanguinosi ottocenteschi come la guerra civile tra federali e confederati, ed ancor prima la violenta rivoluzione anticoloniale, il Canada cresce grazie ad un meccanismo conciliativo con il potere britannico in stretta collaborazione con Londra, forte di un pluralismo strutturale che favorisce l’obbligo al bilinguismo per i funzionari pubblici (vista la presenza della provincia francofona del Quebec) aprendo ad una impostazione pluralista della società civile.

Diritti civili, pluralismo di genere e familiare, tendenza al multiculturalismo accentuato ed una maggiore attitudine alla realizzazione personale del cittadino, si accostano al rifiuto politico della violenza come mezzo di propaganda (leggi, guerre) e di difesa personale (leggi, rifiuto delle armi). Tutto l’opposto di ciò che Trump (e la storia Repubblicana a stelle e strisce) rappresenta.

I rancori tra i due paesi resistono da tempi immemori, e sono fatti di episodi risalenti agli anni della determinazione dei due stati, come quando  – in seguito alla vittoria della Rivoluzione Americana – le truppe inglesi vennero cacciate dalla “terra promessa”, generando una lunga colonna di lealisti monarchici che non volevano associarsi alla ribellione contro Sua Maestà britannica, approdanti nell’allora colonia inglese del Canada. Tra l’altro il fatto che i “vicini” fossero sudditi di una nazione europea (fino a qualche decina di anni fa, tra l’altro) fece balenare più volte nella mente degli antagonisti statunitensi l’idea di annetterli a sé in qualche modo, mai praticata nel bene o nel male. Durante la guerra nel Vietnam, ad esempio, il territorio canadese divenne rifugio per i tantissimi renitenti alla leva, così come per la recentissima seconda invasione all’Iraq di Bush Jr, al rifiuto di Ottawa di appoggiarne l’azione, il Canada tornò ad essere paradiso per gli antinterventisti.

Insomma la cultura del sospetto contro quella della fiducia, il paese delle guerre preventive contro quello del ponderato rifiuto alla violenza: due mondi opposti, confinanti, destinati a guardarsi in cagnesco e forse con invidia (seppur unilateralmente, in apparenza).

Per la verità, tornando all’NBA, i Golden State Warriors rappresentano la squadra più agli antipodi dell’ideale  Repubblicano, trattandosi di franchigia proveniente da San Francisco, caratterizzata da personalità totalmente opposte a quell’America illiberale che tanto determina le posizioni critiche della loro stella Stephen Curry (il principale fautore del rifiuto dei Warriors nell’incontrare Trump dopo aver vinto i campionati degli anni passati) o del loro allenatore Seve Kerr (qualcuno lo proponeva, scherzosamente, come ideale concorrente Democratico alla Casa Bianca per le future elezioni). Tuttavia il dominio cestistico che li ha visti raggiungere le Finals degli ultimi cinque anni (vincendo tre volte) ed il conseguente odio generalizzato del mondo dei fans che vorrebbero un campionato più combattuto e meno viziato dal loro eccessivo talento, li rappresenta da inizio anno come la tipica corrazzata imbattibile. Come una sorta di esercito destinato a distruggere tutto e tutti davanti a sé.

Almeno fino a quando non ha incontrato i cugini (un po’ sfigati sulla carta) canadesi: franchigia mai vincente, spesso considerata alla stregua degli ultimi della classe, sulla quale non c’era fiducia neanche negli ultimi anni, quando otteneva risultati lusinghieri nella stagione regolare ma era considerata da tutti poco pericolosa “quando conta”. Chissà, forse proprio perché appartenente a quello stato al Nord, seppur Toronto si trovi proprio al confine.

Una squadra divenuta straordinariamente vincente, costruita in modo impeccabile da un General Manager Africano come Masai Ujiri, caratterizzata da tre giocatori provenienti da quel continente per origine (Pascal Siakam, Serge Ibaka e OG Anouby) oltre che da uno spagnolo (Mar Gasol) e volendo anche un taiwanese come Jeremy Lin.

Un gruppo divenuto espressione di uno Stato e non solo della città di Toronto, che ha alzato al cielo il trofeo di “Campione del Mondo” per il 2019 (perché l’NBA non è solo campionato Americano, ma mondiale, considerando i valori massimi che include al suo interno in termini cestistici): l’ennesima rivincita, sulla carta, del Canada sugli Stati Uniti. Volendo, ultima dimostrazione che a nord della “Land of the free” esiste un sistema che funziona veramente, verso il quale sarebbe il caso di guardar con meno supponenza, provando magari a carpirne alcuni “segreti” per la verità poco nascosti, che potrebbe rendere migliore la vita degli americani in primis, e magari un po’ anche del resto del mondo.

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