I Toronto Raptors e le loro storie, nella storia dell’Nba

È una franchigia carica di storie quella dei Toronto Raptors, primi ed ultimi (ad oggi) a sventolare la bandiera canadese all’interno della National Basketball Association, perché i Vancouver Grizzlies che esordirono nella lega con loro nella stagione 1995/96, sono da tempo emigrati in quel di Memphis, tornando negli Stati Uniti a causa del poco seguito.

Quasi 25 anni di vita, in una città che progressivamente si è innamorata della pallacanestro malgrado i primi anni da squadra materasso, dove è passata tanta Italia cestistica (e qualcuno in panchina resiste, leggi Sergio Scariolo) e dove i beniamini si sono susseguiti spesso senza raggiungere l’obiettivo divenuto ossessione negli ultimi anni, quelle Nba Finals raggiunte grazie anche a Kawhi Leonard, giunto nell’estate 2018 dai San Antonio Spurs via trade. E pure controvoglia.

Un pubblico rappresentato dalle bizzarrie di due ambasciatori d’eccezione, uno conosciuto per i suoi successi musicali (ed i suoi eccessi a bordo campo) che risponde al nome di Drake, l’altro divenuto famoso in quanto presenzialista fin dalla prima gara interna dei Raptors, quel Nav Bhatia che non solo incarna il sogno Americano, ma con il suo riconoscibilissimo turbante esemplifica anche la multiculturalità della città, perfettamente rispecchiata nelle scelte a roster della squadra in questo (quasi) quarto di secolo. Anche l’attuale General Manager Masai Ujiri è nato in Nigeria (come intuibile dal nome, tra l’altro), e non a caso tra i giocatori capaci di compiere la stagione “dell’impresa” figurano numerosi interpreti provenienti dal continente Africano più o meno direttamente, come Serge Ibaka, OG Anouby e Pascal Siakam.

Tra l’altro a Toronto si era disputata la prima sfida di sempre nella storia dell’Nba (allora BAA), quando il primo Novembre del 1946 al Maple Leaf Garden, i New York Knickerbockers sconfissero gli allora Toronto Huskies per 68 a 66, prima che quest’ultimi scomparissero dalla cartina della lega per tornare circa 50 anni dopo. La volontà di allargare il bacino della lega a nord fu una (quasi) felice intuizione di David Stern — il Commissioner che ha cambiato volto all’Nba — ed una città entusiasta ma non molto esperta del gioco decise di eleggere il nomignolo Raptors per la squadra nascente, considerando che il revival “Huskies” appariva poco felice, e soprattutto facendosi prendere la mano dalla mania verso il film Jurassic Park che imperversava in quegli anni.

Fu l’allora General Manager Isiah Thomas a comunicare al mondo la scelta, in quella fase (poco produttiva) della sua carriera in cui decise di provarsi come dirigente, prima di diventar allenatore e telecronista, dopo aver concluso una carriera da Hall of Famer nei Detroit Pistons dei Bad Boys, del quale era leader incontrastato. Nel primo Draft della storia dei Raptors, si narra che Thomas volesse scegliere un ragazzone proveniente dalla high school che rispondeva al nome di Kevin Garnett, virando poi verso Damon Stoudamire, che comunque divenne rookie dell’anno. Una carriera dignitosa — quella del playmaker che sfiorò le Finals con i Portland Trail Blazers di Sheed, Pip e Sabonis — ma non certo paragonabile a quella di KG. Così come la carriera di Marcus Camby (scelto alla due nel draft del 1996 dopo Allen Iverson) non è comparabile con quelli di chi lo seguirono, tipo Ray Allen, Steve Nash (peraltro canadese che mai è riuscito a vestire la maglia Raptors, pur andandoci vicino a fine carriera, scegliendo poi il gialloviola dei Lakers) o un altro che non passò dal College per rendersi subito eleggibile, tale Kobe Bean Bryant.

Nel suo ultimo Draft da executive – quello del 1997 — Thomas pescò bene, finalmente seguendo quell’istinto che lo spingeva verso i giovani acerbi ed intraprendenti delle scuole superiori, portandosi a casa Tracy McGrady alla nove, che l’anno seguente si sarebbe congiunto con il cuginetto Vince Carter (per la verità genialmente scambiato in sede di scelte, con Antawn Jamison, suo compagno a North Carolina, ma a quel punto Isiah non era più alla guida delle operazioni).

E sarà lo spettacolare numero 15 a trasformare una franchigia tutto sommato abituata a perdere molto spesso, in uno show itinerante per gran parte dei 50 stati Americani, facendo innamorare intere generazioni con le sue schiacciate fantasmagoriche.

(Se siete giunti a questo punto, è il caso che apriate il vostro Netflix e vi guardiate il documentario “The Carter Effect”, ammesso che ancora non l’abbiate fatto. Ah, pur cambiando maglia quasi allo stesso ritmo con cui noi cambiamo le scarpe “da tutti i giorni” ogni anno (almeno negli ultimi tempi), Vincredibile inizierà la sua ventiquattresima stagione Nba tra qualche mese, ed ancora se la cava discretamente bene sopra il ferro).

A partire da lui, la storia dei Toronto Raptors si lega a differenti beniamini scelti (o acquistati) con discreta oculatezza, tutti destinati a far sognare traguardi sempre più alti, tutti finiti per abbracciar successi in altri lidi. Come Chris Bosh, scelto alla numero 4 del Draft 2003 (poco prima che Carter finisse nel New Jersey per giocarsi la finale a fianco di Jason Kidd, perdendo) e destinato a mettersi due volte l’anello di campione al dito in quella versione strepitosa dei Miami Heat accanto a Lebron James e Dwayne Wade.

Oppure Demar Derozan, selezionato con la nona scelta del Draft 2009 dal GM Bryan Colangelo (si, nel frattempo a gestire le operazioni di mercato in entrata ed uscita, era arrivato lui), che con l’arrivo di Kyle Lowry da Houston nel 2012 (alla vigilia dell’avvento dell’era Ujiri come executive) raggiungerà le Finali di Conference nel 2016 sbattendo contro i Cleveland Cavaliers di Lebron James (ritornato intanto all’ovile) e Kyrie Irving, senza riuscire a tornarci negli anni seguenti, fino a quello in corso.

È proprio lui che viene sacrificato nella scommessa Kahwi Leonard (già introdotta in precedenza), finendo agli Spurs con la nomea di giocatore incapace di incidere quando conta: un’etichetta che Lowry è riuscito a scrollarsi di dosso con la conquista delle Finals 2019, grazie anche al contributo di Siakam ed all’acquisto di metà stagione del Catalano Marc Gasol (quello che nella off season salva vite in mare con le ONG attive nel Mediterraneo). Eppure Derozan è uno dei pochi che l’Air Canada Center (oggi Scotiabank Arena) non ha accolto a suon di fischi, al primo ritorno da avversario: è capitato in modo traumatico a Vince Carter (pace fatta con il pubblico, molti anni dopo), ed è successo pure a Chris Bosh, che del resto aveva deciso di non rinnovare il contratto con i Canadesi per sondare la Free Agency ed abbracciare il progetto Heat.

Prezioso, anzi preziosissimo Derozan, anche e soprattutto indirettamente guardando alla stagione 2018/2019 a distanza di pochi giorni dalla sua conclusione. Così come è stato prezioso coach Dwayne Casey, rarissimo caso di esonero dopo aver vinto il premio di allenatore dell’anno 2018, accasatosi a Detroit per lasciar spazio a Nick Nurse (l’ex vice di squadra), capace di costruire dal nulla un sistema di gioco (ed un roster) evidentemente vincente, in una Eastern Conference finalmente combattuta dopo quasi un decennio di dominio delle squadre di Lebron James (inevitabile citarlo sempre, in qualche modo).

Ma nel tracciare le storie che hanno caratterizzato la seconda vita della Toronto cestistica (seppur quella degli Huskies sia durata appena una stagione), è impossibile dimenticare il fil rouge che ne lega il destino alla pallacanestro Italiana.

Il primo Italiano di sempre ad aver mai messo piede nella National Basketball Association è stato infatti Vincenzo Esposito da Caserta, detto Enzino, e sbarcato negli Stati Uniti contemporaneamente con Stefano Rusconi, protagonista di una stagione da ectoplasma in quel di Phoenix. L’anno era il 1995, e per Vincenzino l’esordio tra i Pro coincideva con i primi passi dei nascenti Raptors: appena nove minuti di media di impiego per lui, con circa quattro punti per gara, non esattamente una roba da protagonista. Il suo apice lo raggiunse al Madison Square Garden, mettendone 18 contro i Knicks (non certo un pessimo palcoscenico in cui mettersi in luce per l’allora ex Fortitudo Bologna), che a parte quello merita menzione solo per una interessantissima rubrica sul mensile American Superbasket, dove raccontava la sua avventura nel campionato professionistico statunitense.

Lo descriverà molti anni dopo come “un campionato ancora ignorante nei confronti dei giocatori non Americani”, e probabilmente se chiedeste un parere a Rusconi sul medesimo argomento risponderebbe alla stessa maniera. Infatti lo Stefano di Phoenix detiene il record di esser stato il primo Italiano a toccare un campo Nba, mentre Enzino quello del primo connazionale a mettere a referto almeno un punto. Ma entrambi fecero le valige dopo un anno, tornando a casa.

Eppure, se dovessimo pensare a quali franchigie hanno contribuito ad abbattere quell’ ignoranza verso i non Americani di cui sopra, i Raptors sarebbero sicuramente tra i primi della lista. E non a caso la prima scelta assoluta di sempre nata in Europa fu Andrea Bargnani, ovviamente da parte di Toronto nel Draft 2006. Il precedente a quello in cui un altro connazionale — Marco Belinelli — venne scelto con la numero 18 dei Golden State Warriors. Lo stesso che sarebbe stato destinato a ricongiungersi con il collega di Nazionale proprio nella squadra più a nord della lega, nel 2009.

I due italiani giocarono insieme per quei Raptors agli ordini di Howard “Jay” Triano, allenatore capace di resistere alle insistenti voci che lo avrebbero voluto sostituito da Ettore Messina, senza successo per il nostro. E lo hanno fatto per appena un anno, in un proseguo di carriere al tempo imprevedibile, con Marchino finito ad alzare il Larry O’Brien Trophy in maglia Spurs ed Andrea destinato a scivolare nel dimenticatoio in modo piuttosto repentino, seppur collezionando stagioni di tutto rispetto.

Ah, per completare questo quadro in salsa nazionalista, impossibile non ricordare il ruolo di vicepresidente della franchigia occupato nell’estate 2006 da Maurizio Gherardini (decisivo per la scelta del già citato Bargnani) ed il ruolo di capo preparatore atletico di Francesco Cuzzolin a partire dal 2009 (primo europeo di sempre a raggiungere una vetta simile). E per ritornare all’attualità, la stagione appena conclusasi è stata la prima di Sergio Scariolo nel ruolo di vice di una panchina Nba, a fianco proprio di Nurse, dopo decenni di successo (anche alla guida delle Furie Rosse Spagnole).

Si tratta del campionato 2018/2019, quello in cui Leonard e Lowry coadiuvati da Siakam, Gasol ed Ibaka (della serie “c’erano un Camerunense, uno Spagnolo ed un Congolese” e volendo anche un Taiwanese come Jeremy Lin, e non si tratta dell’incipit di una barzelletta) hanno chiuso la regular season con il secondo miglior record della lega, sconfiggendo quando conta gli Orlando Magic, i Philadephia 76ers ed i Milwaukee Bucks, per affrontare in finale i Golden State Warriors a caccia del quarto titolo in cinque anni (e del loro primo three peat).

Quello in cui l’asticella degli obiettivi si è ulteriormente alzata di livello, con il raggiungimento dell’ultimo atto, vissuto con l’entusiasmo di un intero paese a sostegno (e “costringendo” l’Nba a guardare al Canada come sede del momento più importante dell’anno, in condivisione con la baia di San Francisco).

Lo stesso per il quale il sogno appare ad un passo, dopo essere entrati nella storia della lega comunque, portando con sè le tante storie che hanno caratterizzato lo sviluppo di questa franchigia dal nome tanto particolare. E chi lo avrebbe mai detto nel 1995?

 

Articolo creato 48

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto