I Fratelli Michelangelo, di Vanni Santoni

Vorrei scrivere qualcosa di poco banale sull’ultima fatica di Vanni Santoni”. Lo penso immediatamente dopo aver chiuso sul dorso I Fratelli Michelangelo, non senza quella lieve tristezza che contraddistingue la conclusione di un bel libro, di quelli a cui ti sei affezionato. Ma non sempre è facile dar voce a riflessioni che, tutto sommato, appaiono niente di trascendentale nella mole di recensioni entusiaste che si succedono già dai giorni seguenti l’uscita, acclamanti questa saga familiare dei giorni (quasi) nostri.

Un compagno aperto per qualche settimana, divorandone i capitoli fino a quando non torna a bussare quel quotidiano “dover fare” che, per quanto insolente, non ti impedisce di sillabare mentalmente l’ultima riga della pagina 609 in tempi dignitosi. Quella finale, ma non certo la meno curiosa, dove Santoni chiarisce quegli accorgimenti utilizzati in un testo che a tratti richiama al patchwork, farcito da citazioni fedeli di opere letterarie del passato, per gran parte presentate in una delle scene che maggiormente colpiscono in avvio, quando Enrico passa in rassegna i titoli della biblioteca nella casa di famiglia. Si tratta di uno degli input che hanno dato il la a questo lungo percorso narrativo, avviato da Santoni nell’ormai lontano 2012, dapprima lavorando a suggestioni casuali destinate a prender forma nel tempo, in quello che è divenuto il romanzone edito da Mondadori lo scorso 12 di Marzo.

E le molteplici citazioni si uniscono a differenti stili praticati, in una serie di sfondi che raccontano le storie di una famiglia complessa, che si riunisce per la prima volta a seguito della misteriosa chiamata di un padre, unico trait d’union apparente per Enrico, Louis, Cristiana e Rudra. Sono proprio questi ultimi due — generati dalla stessa madre oltre che dal vero protagonista del testo — probabilmente rappresentati nella fotografia sovraverniciata in copertina (ma quanto suona meglio overpainted photograph in Inglese?) concessa dal pittore tedesco Gerhard Richter.

Quattro fratelli che sarebbero in realtà cinque, perché quella dalla vita più “risolta” — Aurelia — appare di riflesso come tanti altri personaggi perfettamente tratteggiati dall’autore, decidendo di non rispondere all’invito del padre. Ed è così che Enrico, Louis, Cristiana e Rudra personificano i 4 obiettivi della ricerca umana secondo la tradizione indiana (i purusharta), raccontando le proprie vite attraverso nitide analessi, e contemporaneamente presentandoci il deus ex machina dell’intreccio, il perno di questo masterwork(piuttosto che patchwork, in effetti), Antonio Michelangelo.

Ognuno di loro, sentendosi tanto distante dalla personalità inafferrabile di un padre multiforme, ne rappresenta l’imitazione caratteriale di una fase vissuta, secondo quella regola per cui è impossibile non percepire affinità attrattive verso uno dei due poli dai quali si proviene.

Un uomo d’altri tempi che — nel 2007 in cui è ambientata la storia — starebbe flirtando con l’ottantina di primavere, che ha vissuto una (ennesima) molteplicità di vite, passando per successi e fallimenti personali, cercando risposte attraverso una certa spiritualità (che sia praticata attraverso allargamenti dell’area di coscienza, pratiche sensoriali oppure traduzioni artistiche). Provando a colmare quel vuoto (o meglio, quell’interrogativo verso sé stesso che emerge a paragone) generato dalla figura del fratello maggiore Abramo: pubblicamente eroe di guerra, perduto e ritrovato, per scomparire definitivamente in modo prematuro ed improvviso. E quindi è il maggiore dei “Fratelli Michelangelo primari” a generare quella scintilla che spinge Antonio a vivere un percorso continuo di ricerca, all’interno del quale creare e procreare, distruggere ed abbandonare, sedurre e farsi odiare: un percorso che ci viene svelato dai risentimenti dei figli, quando la figura assente del padre fa capolino nelle loro storie, determinandone nuove caratteristiche passo dopo passo.

Antonio Michelangelo fu (forse) Partigiano, capace di partire da umili origini per conquistare una vetta di notorietà professionale ed artistica — come regista e come incisore, oltre che scrittore — per ritrovarsi quasi guru di gruppo di ragazzi dall’età vicina a quella dei suoi figli, tra i quali resiste quella Nicoletta che percepiamo essere sua amante dalle battute iniziali del libro. Colei che esemplificherà quanto i tratti caratterizzanti di quest’uomo siano passati agli eredi, innamorandosi al primo sguardo del più giovane di loro, quell’Enrico convinto fino a pochi giorni prima di esser stato generato da un altro padre, inconsapevole figlio di colui che fu l’amante sconosciuto di sua madre. L’unico — Enrico — che si scopre capace di intendere le citazioni letterarie disseminate da Antonio nel suo spiegone finale, quello del momento decisivo della storia.

Ed è nel tratteggiare la complessità di un Michelangelo senior presentato come “arido”, che Santoni restituisce la figura dell’uomo che non riesce a crogiolarsi nella stabilità, che si inquieta dopo ogni conquista, che periodicamente costringe sé stesso ad annullare il “già fatto”, ripartendo da zero, per scoprirsi ogni volta di più. Antonio Michelangelo, il padre stronzo a cui ti affezioni come se fosse il tuo, riconoscendone i tratti riflessivi e le ambizioni ultraterrene che determinano una fragilità profondamente occultata nel suo presente. C’è qualcosa di più — probabilmente — che avvalla quella fuga da tutto tipica di certi uomini, ed è la “fuga dal sé”, quell’abitudine che è più una necessità caratteriale, talvolta tacciata di frivolezza senza valutarne la profondità di fondo.

Foto di Fotosintesi Lab Project, durante la presentazione de I Fratelli Michelangelo all’Officina Klee

Un rinnovarsi sfidando sé stesso, possibile in epoche oramai andate, rispetto ad un (quasi) presente in cui la realizzazione personale appare una chimera, come emerge dalle insicurezze e dalle frustrazioni che caratterizzano la vita di Enrico, Louis, Cristiana e Rudra. Nessuno dei quattro figli sembra riuscire ad arrivare dove la sorella maggiore Aurelia è giunta (o forse, si è arresa?). Ognuno lotta contro l’impossibilità apparente del “farsi da solo”, permettendo a Santoni di produrre indirette riflessioni sul mondo dell’arte contemporanea (nella storia di Cristiana), o in quello dell’imprenditoria globale (in quella di Louis), o ancora rispetto alla competitività sportiva (nella vita di Rudra) per finire con l’universo degli aspiranti scrittori (decisamente, quello di Enrico). Contemporaneamente allo snodarsi delle quattro vite, si srotolano magicamente percorsi paralleli a quelli dei quarantenni di oggi, attraverso riferimenti e citazioni, per dar vita ad un comune ritorno a casa da viaggi diversi, in un momento catartico di rilettura personale del proprio vissuto.

Sembra essere questo il dono che Antonio Michelangelo regala ai suoi eredi, attirandoli a sé nel buen retiro di Vallombrosa: un’occasione per mettere un punto sul passato, cambiando capoverso. Un modo per guardare dall’alto alla molteplicità rapida vissuta, analizzandosi criticamente per ripartire di conseguenza, tornando a rincorrere la propria felicità, in cerca di una pace interiore che forse è alla portata di pochi eletti. Indubbiamente non di quelli che vivono lasciandosi piovere addosso, ma neanche di chi non si lascia stare, in moto perpetuo.

Foto di Fotosintesi Lab Project, durante la presentazione de I Fratelli Michelangelo all’Officina Klee

Nella complessità di un prodotto ampio, ambizioso ed impegnativo, i registri narrativi di Santoni si alternano offrendo ritmi coinvolgenti, favorendo l’immedesimazione attraverso un utilizzo magistrale dei flashback, creando connessioni che magicamente si incontrano in un unico ed atteso punto finale, passando per universi decisamente distanti. Non si tratta solo del tipico “lavoro della maturità” per Vanni Santoni, I Fratelli Michelangelo è forse qualcosa di più: degna modernizzazione strutturale di quel romanzo ottocentesco che appare inavvicinabile per mole, da (ri)scoprire con meno timori dopo il brusco risveglio finale a conclusione delle 609 pagine suddette, che volano via rapide lasciando quella scia di lieve tristezza che ogni percorso impegnativo ed entusiasmante regala in epilogo.

E per quanto riguarda me, no. Non sono riuscito a partorire niente di originale rispetto alla quantità di analisi attorno a I Fratelli Michelangelo, forse perché nella contemplazione della varietà di luoghi, personaggi e rimandi che lo compongono, la cosa migliore è lasciarsi guidare dal flusso, senza esser troppo analitici, godendosi il viaggio.

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