Dal seminario in Camerun all’NBA: la storia di Pascal Siakam

Douala è una città da circa due milioni e mezzo di abitanti, localizzata nel Camerun sudoccidentale, sul golfo di Guinea. Grazie alla posizione geografica ricoperta, è il mercato più importante in un paese del quale rappresenta la capitale economica (quella politica è Yaoundé), con un porto in cui si esporta caffè, cacao ed anche petrolio, importando materie prime anche per il Ciad, che uno sbocco sul mare non ce l’ha.

È qui che il 2 Aprile del 1994 nasce Pascal Siakam, un nome che fino a poco tempo fa poteva significar poco anche per gli appassionatissimi della pallacanestro americana, ma che è letteralmente esploso nella stagione 2018/2019 nella squadra più a nord della NBA, i canadesi dei Toronto Raptors. Proprio lui, arrivato in modo rocambolesco dal profondo sud del mondo, alla conquista dell’estremità più alta di un campionato verticistico, non esattamente da un punto di vista geografico. Eppure quella franchigia nata quasi in contemporanea con il figlio dell’Africa Occidentale (i Raptors sono stati fondati nel 1995), da anni cerca il guizzo necessario per raggiungere un apice mai arrivato a livello di risultati, e chissà che l’autentica “anima lunga” destinata ad un futuro da sacerdote nel suo paese di origine, non possa rappresentarne la chiave di volta.

Sono 206 i centimetri dall’alto dei quali il buon Pascal è abituato a guardare gli altri, in un corpo da poco meno di 110 chilogrammi di peso, capacissimo di far valere il suo potenziale in verticale ma anche in orizzontale, se pensiamo ad un campo da basket. Atletismo, rapidità e capacità da all around lo stanno consacrando tra le grandi sorprese per il futuro della lega, ennesimo talento proveniente da quel continente che ha dato origini a superstar come Joel Embiid e Giannis Antetokounmpo (seppur sia nato effettivamente in Grecia), ed ancora prima agli storici Dikembe Mutombo, il mai dimenticato Manute Bol, ed i vari Serge Ibaka e Luc Mbah A Moute. Proprio questi ultimi due — in modo più o meno indiretto — hanno giocato un ruolo fondamentale per il presente dell’attuale ala grande dei Raptors (tra l’altro, compagno di squadra proprio di Ibaka, oltre che di O.G. Anunoby, di nazionalità inglese ma figlio di genitori nigeriani). Ma andiamo con ordine.

Dicevamo, dopo aver visto la luce in quel di Douala, Pascal Siakam si trova a compiere i primi passi nel Pianeta Terra insieme ad altri cinque fratelli, in una realtà modesta.

Il padre Tchamo è poco più che un umile operaio , che coltiva però dentro di sé un carisma probabilmente innato, fungendo da figura di riferimento anche per il suo villaggio (potremmo definirlo una sorta di sindaco, diciamo così). È proprio lui ad indirizzare il figlio verso gli studi religiosi, spedendolo giovanissimo (11 anni) in seminario a Bafia e destinandolo ad un futuro clericale (o quantomeno, “per la sua educazione” e poi si vedrà). Il giovane Pascal vorrebbe in realtà giocare a pallone come tutti gli altri coetanei intorno a sé, ma è contemporaneamente studente capace e diligente, e per non deludere l’esemplare capofamiglia emerge da subito come ottimo elemento, direzionandosi verso un futuro di successo a servizio del cosiddetto Nostro Signore (almeno in queste latitudini, “nostro” per acclamazione della maggioranza statistica dei casi). C’è un piccolo problema però: con il passare del tempo la tendenza verso lo sport si impone progressivamente su quella spiritual/religiosa, ed apparentemente malgrado le speranze del buon Tchamo, Siakam le combina di tutte per farsi espellere. Più facile a dirsi che a farsi (evidentemente), perché gli ottimi risultati scolastici cozzano con i ritardi, la testardaggine ed i cali di concentrazione del ragazzo. Ora, non possiamo esattamente sapere quanto e se Pascal Siakam abbia voluto forzare il suo esser “buttato fuori” dalla scuola religiosa o meno, quanto coscientemente abbia calcato la mano e quali ragioni (se non quelle sportive, che leggenda narra) lo portassero a fuggire dall’immaginato ritiro, ma compiuti i 15 anni d’età viene definitivamente rispedito a Douala con presumibile demerito. Come presumibile sarà stato il disappunto del pover Tchamo, incosciente del fatto che da quella delusione procurata dal figlio, si stava plasmando la fortuna futura della sua famiglia. O almeno, così si dice, visto che lo stesso giocatore racconta di esser comunque riuscito a concludere i suoi studi, e di aver intrapreso i casuali passi verso un futuro radioso, più o meno in seguito. E quindi, perché inquinare una bella storia con la cosiddetta “verità”?

Provate ad immaginarvelo – scanzonato ed irrisolto – questo giovane e già lungo ragazzone, che cammina verso il mercato cittadino con la più classica delle commissioni da compiere, in un presumibile giorno di sole cocente. Magari con la testa persa tra pensieri piuttosto confusi, quando passa davanti a quello che appare ai suoi occhi come un villone meraviglioso, di quelli con giardino e fontanelle, il massimo che possa desiderare per il suo futuro. Quella è la casa della famiglia di Luc Mbah A Moute, che in quegli anni gioca a basket in NBA per i Milwaukee Bucks, e che organizza tutte le estati dei camp di pallacanestro per invogliare i giovani camerunensi a seguire le sue orme.

È il 2011, e Pascal Siakam decide di partecipare insieme ai suoi fratelli proprio all’edizione seguente dell’evento: considerate che non aveva mai preso in mano seriamente un pallone a spicchi, ma che le sue doti atletichenaturalmente innate lo portano immediatamente al centro delle attenzioni dei presenti. Ma non se ne fa di niente per il momento, perché non ha la più pallida idea di come funzioni il gioco. In ogni caso Pascal è un appassionato di sport dotatissimo, ed è anche caratterizzato da una discreta cocciutaggine, e decide di applicarsi per presentarsi decisamente preparato circa 365 giorni dopo. Stesso posto, stesso camp, risultati leggermente diversi: Siakam finisce per far parte del programma Basketball Without Borders (dove incontrerà Serge Ibaka e Luol Deng, a fargli da maestro), che mette in palio una borsa di studio sportiva per un college statunitense e che vince, mettendosi in luce in quello che viene spesso considerato il “lato meno spettacolare del gioco”, quello difensivo. Pensate, inizialmente aveva pure pensato di declinare l’offerta, dovendosi recare in Sud Africa per l’occasione, sfruttando poi l’opportunità di rivedere la sorella Vanessa che viveva nel paese, e che non incontrava da un pò di tempo.

Ma quel viaggio già di per sé apparentemente complesso, risulta nient’altro che un primo passo: biglietto di sola andata per il Texas conquistato, direzione God’s Academy di Lewisville, dove resta appena un anno prima di spostarsi a New Mexico State. Nel frattempo il padre Tchamo muore, lasciando un vuoto incolmabile in un figlio che lo avrebbe sempre voluto veder orgoglioso di sé, ma la madre lo convince a rimanere a Mexico State, a continuare il suo sogno anche e soprattutto in suo onore, e lui accetta fortificando ulteriormente la sua determinazione. Del resto, la strada verso l’America attraverso il basket era già stata intrapresa (a livello collegiale) da tre dei suoi figli prima di Pascal, ed il sogno di Tchamo era divenuto quello di vederne uno sfondare nell’NBA, grazie anche alla educazione fortemente voluta per tutti attraverso il seminario.

Il primo anno non va assolutamente malaccio (12 punti, 7 rimbalzi e quasi 2 stoppate per allacciata di scarpe), ma è nella stagione 2015/2016 che il camerunense esplode: oltre 20 punti, 11 rimbalzi e 2 stoppate di media in 34 gare, ai quali aggiunge anche un recupero per partita, garantendosi il premio di miglior atleta della Western Athletic Conference e dichiarandosi eleggibile al Draft NBA 2016. Dopo appena più di cinque anni da quella prima volta in cui aveva provato a lanciare la palla verso il canestro, diviene ventisettesima scelta assoluta, selezionato dai Toronto Raptors. Dal seminario camerunense alla multietnica città sulla sponda canadese del Lago Ontario, passando per gli Stati Uniti in tre anni di college: la rappresentazione di un sogno, di un miracolo, divino o meno fa poca differenza. Decidete voi come leggerla.

Inizia la sua prima stagione da professionista come titolare, agli ordini di coach Dwayne Casey. L’impatto non è certamente facile, e la squadra punta in alto: le stelle sono DeMar Derozan e Kyle Lowry, con l’arrivo proprio di quel Serge Ibaka (che di Siakam era stato una sorta di mentore negli anni precedenti). Lui perde il posto in squadra a vantaggio di Patrick Pattersonfinendo addirittura a giocare in D-League nella seconda squadra di franchigia, quei Raptors 905 destinati a vincere un campionato che lo vede emergere come miglior giocatore della serie finale. Niente di meglio per continuare ad attirare l’attenzione su di sé, garantendosi uno spazio nel roster di Toronto per l’anno seguente, la stagione 2017/18. La squadra si conferma tra le principali favorite per il raggiungimento della finale NBA, coach Dwayne Casey viene nominato miglior allenatore dell’anno, e Pascal Siakam chiude la stagione regolare con 7 punti di media e quasi 5 rimbalzi in appena venti minuti di impiego per gara. La squadra però si schianta nuovamente ai playoff, contro Lebron James ed i suoi Cleveland Cavaliers divenuti padroni assoluti della Eastern Conference, con prevedibile ristrutturazione a seguire. Qualcosa deve cambiare, decisamente.

Non a caso (a proposito di Africa) il general manager dei Toronto Raptors è tale Masai Ujiri, dirigente sportivo nigeriano al servizio della franchigia canadese dal 2013. È lui a decidere di compiere una autentica serie di mosse senza apparente ritorno: licenzia coach Casey poco prima di ricevere il premio di allenatore dell’anno, poi spedisce l’uomo-franchigia Derozan a San Antonio in cambio di Khawi Leonard, giocatore di prima fascia reduce da una stagione di stop, con un solo anno di contratto a garanzia prima di poter scegliere di lasciare il Canada per qualsiasi altro luogo, senza contropartita. E si dice che Leonard vada pazzo per il clima della città degli angeli nella bassa California statunitense.

In panchina arriva l’esordiente (per il mondo NBA) Nick Nurse, che rivoluziona il sistema di gioco, sollevando non pochi dubbi sul destino dei Raptors rispetto al ruolo di “contender” quantomeno per la Finale NBA. In tutto questo Pascal Siakam appare come una futuribile pedina in una scacchiera fatta di talenti destinati spesso ad incidere a livello di “second unit” (quei giocatori che entrano dalla panchina), ma niente di più, in una realtà che dipende da troppi fattori per sperare di convincere. È necessario che Leonard abbia voglia di giocare per la squadra più a nord della lega, che si inserisca in un gioco che deve essere digerito anche dagli altri compagni, in primis dal playmaker Kyle Lowry divenuto naturale leader del gruppo, augurandosi che questo possa accettare anche l’attitudine di un coach rookie come Nurse.

Contrariamente ad ogni pessimistica previsione la squadra ingrana subito, e trova in Pascal Siakam il giocatore chiave per mantenere alto il livello di gioco, proponendosi immediatamente tra le primissime forze della Eastern Conference. Dal canto suo, il ragazzo lavora con costanza al suo miglioramento, sia a livello di trattamento di palla che per quanto riguarda il tiro, ed i risultati si vedono. La sua evoluzione appare incredibile, evidente in ogni tipo di statistica personale, con quell’innata capacità difensiva (e quelle braccia infinite) che gli permettono di difendere praticamente su chiunque, con risultati spesso decisivi. Alla boa della pausa per l’All Stars Weekend 2019, il ventiquattrenne camerunense viaggia sui 16 punti di media, quasi 7 rimbalzi, quasi 3 assit ed un recupero per gara in 30 minuti di impiego nelle 58 gare della stagione disputate, delle quali 57 partendo tra i primi cinque, per un record totale di 43 vittorie e 16 sconfitte.

Nell’ultima gara prima della stop, Pascal Siakam fa registrare il suo massimo in carriera per punti in una singola partita (con 44 totali, con 4 su 5 da dietro l’arco dei 3 punti) nella convincente vittoria dei suoi Raptors contro i Washington Wizards. L’esemplificazione perfetta di quanto il suo gioco si sia evoluto dall’inizio della terza stagione della lega, fino alla prima pausa effettiva; una prospettiva che fa letteralmente sognare i tifosi canadesi, sempre più convinti che il 2019 possa essere l’anno buono per raggiungere la tanto agognata Finale NBA. Ed in una squadra concreta e profonda a livello di soluzioni, l’ingranaggio chiave per il successo appare proprio quel ragazzo camerunense dalle estremità tanto lunghe, uscito da un seminario in Africa poco più di 7 anni prima, con una missione personale da compiere (decisamente parallela alla missione di squadra).

La crescita esponenziale evidenziata da Pascal Siakam nel suo terzo anno della lega, è roba da far gridare al miracolo. Probabilmente nessuno è migliorato tanto quanto lui, nella stagione 2018/2019. E la sensazione è che la parte migliore della storia debba ancora essere scritta.

Lui — fedele ai principi con cui è stato formato e legatissimo al suo paese di origine quanto alla sua famiglia — continua imperterrito a svolgere il suo rituale pre-partita, ogni volta che scende in campo. Tocca per quattro volte il numero 4 che compone il 43 che porta sulla maglia: una volta per suo padre Tchamo, le altre tre per i fratelli. Poi ripete lo stesso toccando tre volte il numero 3 che lo accompagna, una volta in onore della madre e le altre due per le sorelle. Conclude con il segno della croce, alzando l’indice verso il cielo, dedicando tutto questo al capofamiglia scomparso, consapevole di essere guardato con orgoglio dall’alto. Un modo esclusivo per confermarsi invincibile, nella vita e sul campo, ogni giorno di più.

Chissà che non lo porti ancor più lontano di quanto non sia arrivato, varcando l’Oceano.

 

 

Per approfondire, la storia di Pascal Siakam raccontata da lui stesso, per The Players Tribune.

 

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