Hector Lavoe, El Cantante

Siamo a El Poblado, uno dei sedici comuni di Medellin, capitale del dipartimento Colombiano di Antioquia. Sulla strada, in una notte qualsiasi, un taxi qualsiasi sta viaggiando in direzione del centro della grande città. Sul sedile del passeggero c’è Juan Josè Hoyos scrittore e giornalista per “ El Colombiano de Medellin”, quotidiano cittadino. Il taxista rallenta il veicolo, indicando con un dito l’evidente bordo di uno strapiombo a lato della carreggiata (un “barranco”, lo definisce. Un burrone, sostanzialmente), ed inizia a raccontare:

“Qualche anno fa, a poche ore dalle luci dell’alba, passando da questo esatto punto vidi un uomo scalzo vestito con un frac risalire sulla carreggiata. Quando rallentai per accostare, si nascose per metà di impulso, chiaramente spaventato. Era senza un dollaro, mi disse. Io gli risposi che lo avrei trasportato gratuitamente ovunque avrebbe voluto. Del resto, non l’avevo riconosciuto subito, illuminato dai fari nella notte, terrorizzato in volto e visibilmente provato: quell’uomo era Hector Lavoe, la voce più inconfondibile della Salsa. Quell’uomo era El Cantante.

 

Hector Lavoe nacque il 30 di Settembre del 1946 a Ponce in Porto Rico, da una coppia di genitori che cantava per sbarcare il lunario e permettersi di sfamare una famiglia troppo numerosa per la profondità delle loro tasche. Perse la madre che aveva appena cinque anni, il padre lo iscrisse ad una accademia musicale dove poter studiare musica classica, ma fin da giovanissimo si mise in mostra per le straordinarie capacità canore e per il timbro inconfondibile della sua voce.

All’inizio degli anni sessanta formò la sua prima band con altri coetanei, prestando la sua voce a classici del Bolero e della Salsa per 18 dollari a concerto: Ponce –che comunque è la terza città di Porto Rico per estensione ed abitanti– venne conquistata dalla sua voce e dalla sua predisposizione al canto ovunque e comunque. Non per niente, anni dopo, verrà soprannominato “El Coqui del Puerto Rico” (laddove il Coquiè una piccola rana tipica della zona, caratterizzata da una tonalità dolce ma stridula, continua nel richiamo).

A 17 anni decise di andar a cercar fortuna a New York, ospite della sorella che già viveva in terra gringo, contrariamente al volere del padre. Provò dapprima a lavorare come pittore, fino a quando non assistette ad un concerto di Salsa con l’amico Roberto Garcia: Hector salì sul palco, prese il microfono ed incantò l’orchestra che seguiva la sua voce. Iniziò così ad esibirsi con alcune band che suonavano principalmente nelle zone latine del Bronx, fino a quando non attirò l’attenzione di Willie Colon, maestro del trombone salsero, che lo invitò ad unirsi alla sua orchestra.

La voce nasale e stridente di Lavoe si sposava perfettamente con il suono del trombone di Colon, dando vita ad una serie fortunata di album in coppia, e generando un nuovo sotto genere musicale chiamato al tempo “Salsa Urbana”.

I primi album di Hector Lavoe da solista risalgono al 1974, e quattro anni più tardi interpreterà il suo successo più conosciuto, puramente autobiografico nel testo scritto dal Maestro Ruben Blades“El Cantante”. La canzone dalla quale risalirà il suo soprannome più conosciuto seppur rafforzato in “El Cantante de los cantantes”.

Nel frattempo (nel 1964) nasce la Fania Records, etichetta discografica che rivoluzionò la storia della musica latina proponendo quella “Salsa Revolucion” di cui Hector Lavoe divenne punta di diamante, esibendosi spesso con quell’orchestra strepitosa chiamata Fania All Stars all’interno della quale passò anche lo stesso Willie Colon. La Fania Records ha avuto la stessa importanza nelle Latin Music che la Motown di Detroit ebbe per la Black Music, per intenderci.

Ah, cosa importante da sapere: Hector Juan Perez Martinez cambiò artisticamente il suo cognome in “Lavoe”, per l’assonanza tra questo e “La Voz”, probabilmente su suggerimento dei primi discografici incontrati in terra gringo.

“Sono Hector Lavoe, non ho un dollaro ma si fidi di me: non appena arrivati al mio Hotel a Medellin le pagherò la corsa. Stavo suonando con la mia band per una festa di mafiosi e la situazione era diventata troppo pesante. Per questo siamo scappati a piedi, ed io sono riuscito a raggiungere la strada” raccontò quell’uomo scalzo (ma vestito di tutto punto) al taxista, quella notte attorno al El Poblado. Lo stesso che, anni dopo, prosegue nella sua storia:

“Io non potevo credergli, seppur decisi di aprirgli la porta e farlo sedere nel retro del mio mezzo, dicendogli: signore, mi dispiace, ma se vuole viaggiare gratis su questo Taxi ed è veramente Hector Lavoe, allora deve cantarmi la prima strofa de El Cantante.

Amico, se è questo quello che vuoi… però devo dirti che proprio quella canzone mi hanno costretto a ripeterla tipo dieci volte di fila stasera, ed il mafioso che stava insistendo puntava verso di me una pistola. È proprio per questo che, arrabbiato, ho comunicato all’orchestra che non l’avrei cantata ancora e sono fuggito” rispose.

Tuttavia insistetti dicendogli che si trattava di una situazione diversa, che lo avevo fatto salire senza un soldo e senza esitazione, che mi doveva questa dimostrazione come un piacere personale. Così, Hector Lavoe, smise di lamentarsi ed iniziò a cantare.

 

Yo, soy el cantante que hoy han venido a escuchar
Lo mejor, del repertorio a ustedes voy a brindar.

Y canto a la vida, de risas y penas.
De momentos malos y de cosas buenas

Vinieron a divertirse, y pagaron en la puerta.
No hay tiempo para tristezas: vamos cantante comienza!

 

Come iniziò la prima strofa mi resi conto che era lui, i miei capelli si drizzarono: nessun’altro avrebbe potuto cantarla in quel modo. Lui, apparentemente umiliato a tratti, proseguì cantandola tutta a cappella. Tutto sommato, si rese conto che stava tornando sano e salvo all’ Hotel Intercontinental dove, una volta giunti, il manager pagò la corsa, prima di sparire con lui verso il bar dell’albergo”.

 

Y nadie pregunta si sufro, si lloro
Si tengo una pena que hiere muy hondo.

Yo soy el cantante y mi negocio es cantar
Y el publico paga, para poderme escuchar.

 

Per Juan Josè Hoyos quella poteva essere una storia come un’altra, inventata di sana pianta da un taxista per rendere meno noioso un viaggio in macchina. Pur restandogli ben impressa nella mente, non ci fece molto affidamento a livello di veridicità, ma ebbe l’occasione qualche tempo dopo di raccontarla a Umberto Valverde, scrittore e giornalista Colombiano da sempre fan di Hector Lavoe.

Certo che quella storia è vera!” rispose prontamente Valverde, con entusiasmo.

“Come raccontarono i musicisti presenti quella notte, per arrivare a quella casa nella selva era necessario volare in elicottero oppure viaggiare a piedi: l’autista dell’autobus che condusse il gruppo in quella residenza, li lasciò ai piedi della montagna, costringendoli a camminare a lungo già prima di suonare in quell’insolito spettacolo privato. Il contratto stipulato privatamente prevedeva che il gruppo si sarebbe esibito fino alle 2 della notte, ma una volta giunti sul posto uno dei “padroni” impose a Hector di farlo fino alle 6, il che generò una contrattazione piuttosto dura, ma El Cantante sembrava averla spuntata con i suoi metodi da “chico malo”.

In realtà, superato l’orario concordato, Lavoe disse all’orchestra di smettere di suonare, ma venne prontamente minacciato con una pistola dal “padrone” della residenza, che gli impose di cantare di nuovo “Yo soy El Cantante”. Durante una pausa, Hector riuscì a rompere una finestra sul retro dell’abitazione ed a scappare con il resto dell’orchestra, lanciandosi senza strumenti nella notte, alla ricerca di raggiungere la strada principale per salvarsi la vita. Dopo una mezz’ora di cammino, decisero di fermarsi in un luogo apparentemente sicuro mandando Lavoe in cerca di un auto sulla strada, per poter raggiungere l’Hotel e chiamare aiuto, con tutti i rischi di poter essere rintracciato da quella famiglia di mafiosi narcotrafficanti”.

Quella sera Hector Lavoe era stato chiamato a suonare a casa di Pablo Escobar, per una festa familiare. Ma non lo sapeva. Fu lui a chiedere di contattarlo, e fu lui — si dice — a puntargli la pistola contro. Purché cantasse, di nuovo e per l’ennesima volta, quella canzone, in quel modo.

 

Yo, soy el cantante, muy popular donde quiera.
Pero cuando el show se acaba, soy otro humano cualquiera.

Y sigo mi vida con risas y penas.
Con ratos amargos, y con cosas buenas.

Yo soy el cantante y me negocio es cantar
y a los que me siguen mi cancion vine a brindar.

 

 

Nel finire degli anni sessanta Hector Lavoe decise di sposarsi con Nilda Roman (“La Puchi”), amatissima compagna capace di regalargli due figli, ma più o meno contemporaneamente il suo temperamento da “maldito della calle” lo portò ad iniziare ad utilizzare copiosamente droghe pesanti, fino a diventare pesantemente dipendente dall’eroina. Questo avvenne prima dell’esplosione di una carriera solista, all’interno della quale le sue debolezze si consolidano, di pari passo con il suo successo.

Nel 1977 la sua situazione mentale era tanto critica quanto l’espansione della sua dipendenza, tanto da venir internato per un periodo in un ospedale psichiatrico, prima di trasferirsi per un breve periodo a Cali, in Colombia.

Gli eventi precipitarono sul finire degli anni ottanta: nel Febbraio del 1987, il suo appartamento nel Queens andò completamente a fuoco, mentre praticamente in contemporanea, sua suocera veniva uccisa a pugnalate in Porto Rico. Il 7 di Maggio dello stesso anno, suo figlio morì per un proiettile vagante, uccidendo definitivamente anche l’anima del padre, al quale, l’anno seguente, venne diagnosticata anche l’AIDS.

Per Hector Lavoe tutto questo era probabilmente veramente troppo, soprattutto pensando alla coincidente carriera artistica che inevitabilmente stava andando a rotoli: nel 1988 decise di lanciarsi nel vuoto dal nono piano di un Hotel a San Juan, sostenendo di aver visto il figlio morto chiamarlo,dal basso. Incredibilmente non morì, pur restando pesantemente danneggiato a vita, distruggendosi gambe e bacino. Si ripresentò al pubblico un anno dopo, cantando nel Bronx, accolto come un idolo immortale, ma profondamente segnato in tutto e per tutto.

Sarà costretto a dipendere dagli altri per vivere, soprattutto in seguito al paralizzarsi di una parte del corpo a causa di una trombosi, che gli renderà complesso anche riuscire a parlare in modo nitido e comprensibile, aiutata dalla devastazione di una dipendenza dall’eroina mai realmente combattuta.

Non riuscì ad uccidersi, perse tutto quello che aveva ottenuto, proseguì autodistruggendosi con l’eroina vivendo come l’ombra dell’uomo che era stato, neanche troppi anni prima.

 

Nell’ultima volta che era salito sul palco con la Fania All Stars— esposto come una reliquia, visibilmente meno dell’ombra dell’artista che fu — Hector Lavoe venne accolto da abbracci di plastica e, con il sottofondo del delirio del pubblico, accompagnato al centro del palco per cantare uno dei suoi pezzi di maggior successo, “Mi Gente”.

El Cantante si rese conto immediatamente di non aver né il fiato di cantare, né la forza per farlo, e riuscì a stento a nascondere lacrime visibili, provando ad allontanarsi dal centro della scena barcollando. Era il Settembre del 1990 in una gremita Meadowlands Arena nel New Jersey.

Qualche anno dopo, nel Marzo del 1992, un irriconoscibile Hector sale sul palco del Club Las Vegas di Manhattan a New York. È senza un soldo e la sua vita è palesemente giunta al capolinea, fisicamente è poco più che infermo e la sua stazza è inesistente: una sciupata controfigura poco più che pelle ed ossa, che non riesce neanche a parlare con chiarezza.

Il pubblico in sala sventola bandiere Portoricane, mentre dietro a lui i musicisti dell’orchestra suonano con sorrisi troppo finti da non far pensare all’opportunismo dei mestieranti. Le note sulle quali prende il microfono sono inevitabilmente quelle introduttive de “El Cantante”, e se al centro della pista persone ben vestite già ballano e si dimenano, ai lati del palco ed in zone più distanti gli sguardi del pubblico sono di tristezza e di penaHector Lavoe non ha voce, stona, ma è inevitabile: è obiettivamente già più morto che vivo.

Finisce così la carriera di una delle voci uniche della musica latina, colui che qualcuno aveva definito addirittura il John Lennon della Salsa, per popolarità . Finisce in un club piuttosto umile, di fronte a qualche centinaio di persone, appoggiato con fatica ad un microfono che sembra tenerlo in piedi, per poco più di 40 minuti di faticato show.

Poco prima di esser riportato a casa, Lavoe letteralmente succhia una sigaretta con la bocca oramai priva di denti, il volto scavato ed irriconoscibile, mentre viene vestito come un bambino. Una fine ingloriosa per colui che aveva riempito il Madison Square Garden senza batter ciglio, ripetendo successi analoghi per tutto il continente Sudamericano sottostante.

Morì pochissimo tempo dopo, il 29 Giugno del 1993 nel Memorial Hospital del Queens, da ricoverato per un arresto cardiaco. Furono migliaia le persone principalmente della comunità latina, che lo celebrarono per strada nei giorni seguenti a New York.

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