Decreto Insicurezza, un cortometraggio No.Made Factory

Una “pacchia finita”. Un decreto fortemente propagandato fino a diventare agognato da un popolo stanco, direzionato verso un “cambiamento” che puzza di passato remoto, pur con sfumature differenti. La promessa di rigore, disciplina, ordine attraverso una strutturale vedetta per far valere il motto “Prima gli Italiani”, tanto essenziale quanto vuoto di praticità reale. All’interno di una situazione preoccupante, le pratiche di una repressione esasperata rischiano di produrre l’effetto contrario (per tutti, e non solo percepito) del termine divenuto ossessione, divenuto ambito: la sicurezza. Producono paradossi sulla pelle degli altri, degli ultimi. Una pelle che ha la sola colpa, spesso, di essere di colore differente dalla predominante.

Da un paradosso esemplare, quanto reale, nasce “Decreto Insicurezza”, docu-film prodotto da No.Made Factory.

“Decreto Insicurezza” — una produzione No.Made Factory.

Soggetto e regia: Piero Grazzi. Montaggio e regia: Edoardo Calafiore. Testi e voce: Davide Torelli.

Con Aboubakar Cissé, Ablay Jawo, Alessandro Bechini (direttore dei programmi in Italia di Oxfam), Alessandro Canu (fornaio ed imprenditore), Michelle Favilli (avvocato), Domenico Lucano (Sindaco di Riace), Don Massimo Biancalani (parroco).

 

Italia, 2018. Un paese diviso, martoriato da una crisi economica che appare un tunnel dalla flebile luce sul fondo; apparentemente senza uscita. Schiacciati da un debito, rinchiusi tra il Mediterraneo degli sbarchi e le frontiere che respingono, mentre al suo interno l’opinione pubblica si divide. È lo scontro tra poveri, la guerra tra gli ultimi, quel sistema che genera indici puntati alla ricerca di un colpevole, al crescere della paura, dell’incertezza sul futuro, partendo da una insicurezza percepita che la fa da padrona. Un problema da risolvere con la sicurezza, apparente panacea di tutti i mali.

Lo è per la politica, che alimenta un sistema di divisione sulla tematica dell’immigrazione, trasformando una organizzazione non governativa in un ricettacolo di mafiosi, una cooperativa in una fucina di ladri, un essere umano che fugge alla ricerca di una vita migliore alla stregua di un numero. Un numero sempre troppo grande, in sommatoria, da poter sostenere. Sempre troppo ingombrante da poter sopportare. Perché l’Italia — ci dicono — “non può contenere tutta l’Africa”.

Due uomini — due semplici numeri sopravvissuti ad epopee fatte di violenza, prigionie, viaggi della speranza che gran parte delle volte si tramutano in tragedia — provenienti dalla stessa terra martoriata da un Occidente assetato di ricchezza, rappresentano il paradosso.

Quello di trovarsi, al terminare di una clessidra improvvisamente imposta dal potere, uno regolare e l’altro no. Tutto questo per aver ottenuto in tempo lo status di rifugiato politico, o meno. Due uomini accolti nello stesso CAS, arrivati nello stesso paese carichi di speranze, occupati nello stesso posto di lavoro: uno destinato a rimanere, l’altro destinato alla strada, all’invisibilità, alla miseria, alla fuga. Tutto questo senza nessuna reale colpa apparente, solo per una voglia di giustizia sommaria. All’interno di un’Europa colpevolmente impotente, in un Occidente dove si domina il mondo promettendo muri di confine, con la promessa di maggior sicurezza si guadagnano consensi, si accede al Palazzo, si vincono le elezioni.

Eppure storicamente aggiungere divieti non è mai risultato produttivo, in lungo termine. Perché dal limite sperimentato e circoscritto, farsi prendere la mano è facile, soprattutto quando si assapora l’onnipotenza del potere, fomentato dal consenso. Amplificato, in questa epoca, da un sistema impazzito tra social, fake news, identità inventate.

Si inizia creando paure, amplificando i numeri, insegnando ad indicare subito il colpevole di un evento circoscritto, generalizzandone l’origine e toccando di con

seguenza la sua comunità di appartenenza.

È quando si cambiano i significati alle parole, che le cose possono prendere una piega sbagliata. E trasformare la parola “Clandestino” in un’offesa moderna, inserendovi all’interno minoranze con tratti somatici riconoscibili anche da lontano, è stato solo il primo passo.

Cambiare il senso di parole universalmente riconosciute, invece, utilizzandole per giustificare l’attuazione del loro significato opposto, è qualcosa di molto vicino ad un crimine metaforico. E forse, quando ci accorgeremo che la “sicurezza” del tanto acclamato decreto avrà solo generato una crescente “insicurezza” — stavolta non soltanto percepita o amplificata — potrebbe essere troppo tardi.

A volerci immaginare futuri distopici, i passi seguenti a correzione di danni tanto potenzialmente palesi, non potranno esser altro che ghettizzazioni, coprifuoco, inasprimento di pene sommarie, limitazioni delle libertà personali. Stavolta, per tutti.

Del resto, integrare significherebbe unire, l’esatto opposto del dividere. Il primo passo per ricostruire questo paese.

 

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