Larry & Magic

Quando Larry Joe Bird — ragazzone proveniente dall’umile realtà rurale di French Lick nello stato dell’Indiana — venne selezionato per giocare con i Boston Celtics nella National Basketball Association , l’etichetta di “grande speranza bianca” diventò da subito, suo malgrado, strettamente collegata alle attese crescenti attorno alla sua persona.

Dopo aver trascinato l’università di Indiana State alle Final Four Nazionali (al tempo, l’evento più seguito e sentito d’America in relazione alla pallacanestro) ed esser stato scelto nel Draft del 1978 come sesto giocatore destinato a giocare nella lega professionistica più importante al mondo, “the hick from French Lick” (“il contadinotto”, come si era auto ribattezzato) appariva come la faccia giusta per il rilancio di un mercato in discesa vertiginosa.

In un’America dove le divisioni e questioni razziali sembravano superate spesso soltanto in teoria, la lega professionistica di pallacanestro appariva come un “circo per soli neri”, tra l’altro notoriamente dediti ad ogni tipo di vizio, più interessati alla statistica personale che all’evoluzione del gioco. Tra i tanti pregiudizi legati alla pallacanestro anche di strada (il film “White Man Can’t Jump” ne è allegoria perfetta, appartenente tra l’altro ad un’epoca posteriore), quello dell’uomo bianco che gioca in modo orizzontale senza fantasia né attributi, a contrasto con il giocatore di colore (più interessato allo spettacolo che alla sostanza e all’altruismo di squadra) rappresentava una tipicità. Tanto che uno dei motivi del crollo di spettatori in un mercato non certo alla portata di ogni tipo di classe sociale, stava proprio nell’assenza di “giocatori bianchi” capaci di attirare “l’uomo bianco” (più propenso a spendere e ad intrattenersi in palasport tendenzialmente più simili a centri commerciali già al tempo) ad acquistare una poltroncina in prima fila per godersi lo show.

Per questo “la grande speranza bianca” che aveva fatto vedere grandi cose nel basket universitario, rappresentava una sorta di potenziale rivincita del “bianco sul colorato”, portando con sé quelle caratteristiche anche umane di uomo senza fronzoli, ben disposto a menar pesantemente le mani, capace di vincere e convincere senza troppe parole.

I suoi Boston Celtics divennero negli anni a seguire la squadra della rivincita bianca nel basket sul predominio afro, seppur al suo interno ci fossero giocatori di colore di una certa rilevanza, ma tendenzialmente spiccassero sempre i vari Kevin Mchale e Danny Ainge a fianco di Bird, tra gli altri.

E lo divennero in antagonismo ad una squadra dell’altra costa, quella ovest, rappresentante Hollywood e lo sport trasformato in puro e semplice show: i Los Angeles Lakers, dove la direzione delle operazioni era affidata ad un certo Earvin Magic Johnson.

Praticamente coetaneo del suo alter ego bianco, anche Earvin proveniva da umilissime origini, ma il suo sorriso ammaliatore e le sue abilità di prestigiatore del gioco lo trasformarono da subito in sensazione già negli anni delle High School. Giunto al College a Michigan State, per tutto il mondo dello sport statunitense era già solo ed esclusivamente “Magic”, e venne selezionato nella lega professionistica di pallacanestro un anno dopo Larry Bird.

Quel duplice ingresso nella Nba avrebbe cambiato la storia dello sport professionistico americano, risollevato un mercato destinato ad implodere trascinato da una rivalità con risvolti anche sociali, ed addirittura modificato le percezioni di problemi sensibilmente importanti nel passaggio tra gli Stati Uniti degli anni ’80 e quelli degli anni ’90. Un duplice ingresso che, quando avvenne, portava con sé gli strascichi di una rivalità già carica di Hype, appena iniziata.

 

Da Lexington a Salt Lake City, o viceversa.

È il 26 Marzo del 1979 a Salt Lake City, nello stato dello Utah: la stagione di College Basketball Statunitense si è appena conclusa, e sul tabellone il punteggio definitivo della sfida finale recita 75 a 64 per i Michigan State Spartans sugli Indiana State Sycamores.

Earvin Magic Johnson, eroe della partita con 24 punti a referto e 8 canestri su 15 tentativi dal campo, viene sorretto dai compagni mentre taglia la retina del canestro in segno di vittoria assoluta, con il suo immancabile e contagioso sorriso. Contemporaneamente, da qualche parte nel palazzo, un distrutto Larry Bird non riesce a perdonarsi una prestazione non troppo brillante, con 19 punti accompagnati da 13 rimbalzi ma pessime percentuali al tiro, una cosa inusuale per lui.

Aveva trascinato quei Sycamores neanche calcolati dagli analisti ad inizio campionato, ad una stagione da 33 vittorie contro zero sconfitte fino a quella dannata partita: non avrebbe mai più smesso di sentire il dolore bruciante di quella debacle da allora, tanto che sarebbe diventata spunto motivazionale per le sue sfide future.

Soprattutto perché mentre lui si tormenta con la testa tra le mani, il nemico dal sorriso più ipnotico di sempre si gode l’apice della sua carriera sportiva, almeno fino ad allora.

Quella partita che distrusse ogni record di ascolti televisivi mai registrati per un evento analogo del tempo, è passata alla storia come l’inizio di una rivalità unica nel mondo dello sport, ma non rappresenta il primo vero incontro tra Larry e Magic, già considerati antagonisti futuri per il trono più alto del Basket professionistico.

Dobbiamo infatti fare un piccolo passo indietro nel tempo, seppur di non troppo, e spostarci a Lexington nel Kentucky, il 9 Aprile del 1978.

In campo con la maglia della Nazionale Americana ci sono cinque ragazzoni provenienti dai College, accompagnati da un folto gruppo in panchina di età similare: si sta disputando il “Basketball World Invitational Tournament”, una competizione senza valore se non quello di insistere sul futuro del gioco, schierando una selezione di All Stars provenienti dalle università contro squadre del resto del mondo(ci sono Cuba, la Jugoslavia e l’Unione Sovietica ad affrontarsi in una serie di sfide itineranti ad uso e consumo televisivo).

Il rumore sordo della sfera a spicchi che rimbalza cocciuta sul ferro del canestro sembra quasi rimbombare nel palazzo, inevitabile conseguenza di un pessimo tiro scoccato da mani russe. Sul rimbalzo si avventa quel ragazzone di campagna bianco — giovanissimo e non certo stella di punta della selezione — che una volta atterrato, conduce il contropiede dal corridoio centraledel campo. Alla sua destra, un esuberante ed eccentrico compagno di colore si invola sulla corsia laterale, partendo pochi istanti prima aver visto il destino di quel tiro schiantarsi fuori dal bersaglio: chiama la palla con la mano destra ben direzionata verso il canestro opposto, ma quello che sapientemente detiene la sfera distoglie lo sguardo, tornando a guardare avanti.

Dannazione” — pensa Earvin Johnson— “quel cocciuto contadino dell’Indiana non la passerà neanche stavolta” con la delusione tipica di chi aveva in mente un gran finale, destinato a strozzarsi in gola. Ed invece, in men che non si pensi, il pallone se lo ritrova perfetto nel palmo di quella mano ancora estesa, proveniente da un incredibile passaggio dietro la schiena ad opera di Larry Bird, che teoricamente sarebbe l’ala grande di quel quintetto. Magic (che teoricamente avrebbe potuto occupare qualsiasi posizione offensiva, come gli capiterà per il resto della carriera) dribbla con un sapiente cross over il difensore Andrei Lapatov di fronte a lui, prima di riconsegnarlo al compagno sempre guardando in un’altra direzione.

Il pallone si sofferma sui polpastrelli di Bird per qualche centesimo di secondo, restituito di tocco al collega afroamericano che stavolta non può esimersi dall’effettuare la più semplice delle conclusioni vincenti.

La folla della Rupp Arena di Lexington esplode, mentre l’uomo già chiamato Magic si avventa verso il compagnoproponendogli esultante il suo palmo da schiaffeggiare. Bird lo sfiora senza troppo entusiasmo, mentre i due se ne tornano in difesa fianco a fianco, uno aizzando la folla con un sorrisone da fumetto, l’altro guardando a terra.

In quella settimana di sfide ed allenamenti insieme, la personalità catalizzatrice di attenzioni di Magic emerse in maniera prorompente, tanto quanto le sue abilità in campo: non la finiva mai di chiaccherare, di rivolgersi ai compagni alzando il tono della voce, di coinvolgerli con una risata ubriacante. Bird gli dedicò nient’altro che una manciata di parole, prediligendo l’osservazione del contorno, mantenendosi taciturno, dedicandosi al gioco.

Tornato nell’Indiana, raccontò al fratello di aver diviso il campo con il giocatore più forte d’America, quel Johnson anch’egli rimasto stupito dalle capacità di quel ragazzone biondo, mettendo da parte quello scetticismo per cui “un buon giocatore bianco, è sicuramente sopravvalutato”, fin dal primo tiro in allenamento da lui scoccato.

Qualche tempo dopo, prima di quella finale a Salt Lake Cityche tutta la stampa specializzata aveva già ribattezzato come una sfida fra loro, Magic cercò lo sguardo di Larry scambiandosi il campo in un allenamento pre gara. Voleva solo salutarlo cordialmente, perché in fondo in quella personalità tanto schiva quanto burbera rivedeva molto di sé stesso, così come nel suo gioco. Bird volutamente si voltò dall’altra parte, evitando di lanciar qualsiasi segnale che lasciasse intendere al rivale che il loro rapporto fosse qualcosa di diverso. Perché quei due erano rivali e lo sarebbero sempre stati, dicevano.

 

Galeotta fu la Converse

 

Magic Johnson approdò ai Los Angeles Lakers come prima scelta assoluta del Draft Nba del 1979, diritto acquisito dai californiani dopo un accordo con gli allora New Orleans Jazz. Nella sua prima stagione nella lega guidò i suoi alla vittoria del campionato, schierato da centro in un’epica gara 6 contro i Philadelphia 76ers mettendo a referto 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assist. Il centro titolare di quei Lakers, Kareem Abdul Jabbar, si era infortunato in gara 5.

Nello stesso anno esordì anche Larry Bird, scelto nel 1978 dai Boston Celtics come sesto assoluto, approdato nella lega con un anno di ritardo dovendo prima concludere i quattro anni di College, a causa di una regola decaduta proprio la stagione seguente.

Uno a rappresentanza della città notoriamente più conosciuta della costa Ovest statunitense, che trasformò nei “Lakers dello Show Time” con il suo stile di gioco improntato su improvvisazione ed inventiva, l’altro eletto a simbolo della franchigia più vincente di sempre, città di lavoratori rappresentata nella storia da grandi giocatori bianchi come Bob Cousy e John Havlicek (ma anche da un certo Bill Russell, per la verità, non esattamente pallido in volto).

Uno nero, l’altro bianco. Uno perennemente sotto i riflettori, l’altro inevitabilmente a rifuggirli. Uno spettacolare, l’altro concreto. Il dualismo perfetto, la rivalità che divise due modi diversi di intendere la pallacanestro, stupidamente ricollocati in analogie sulle presunte differenze relative al colore di pelle. Bird rifiutò sempre quell’appellativo di “grande speranza bianca” per un gioco che effettivamente contribuì a risollevare, focalizzandosi su un obiettivo più grande: quello di battere quel maledetto Magic Johnson.

I Celtics vinsero il loro primo titolo contro gli Houston Rockets nel 1981, ma i Lakers li seguirono (sempre contro Philadelphia) l’anno a venire. Finalmente, per la gioia di un mercato sportivo che nel frattempo cresceva esponenzialmente all’aumentare di questa rivalità a distanza, i due si incontrarono in una Finale Nba: era il 1984, ed ebbero la meglio Bird ed i Celtics, sconfiggendo i Lakers nella decisiva Gara 7 di una serie terminata 4 a 3. La vendetta sembrava servita, e Larry ebbe modo di godersela per almeno 12 mesi, quando l’oramai nemico giurato tornò a riprendersi il tetto del mondo in 6 partite, sconfiggendo Boston per 4 a 2.

A questo punto i due umanamente si ignoravano e sportivamente si detestavano in modo piuttosto onesto, per quanto ammettessero l’uno la grandezza dell’altro.

Intanto quella pallacanestro professionistica che aveva vissuto anni di massivo disinteresse nel paese, tornò a trovarsi al centro del dibattito nazionale, iniziando a conoscere tutte quelle piccole cose relative al marketing che l’avrebbero trasformata in futuro in una macchina da soldi pazzesca.

Entrambi sotto contratto con la Converse, Larry e Magic furono convinti (probabilmente a suon di soldoni) a partecipare ad uno spot commerciale insieme, per promuovere i due differenti tipi di scarpe a loro dedicati. Era il 1986, e malgrado le iniziali resistenze, Earvin Magic Johnson avrebbe dovuto recarsi proprio a French Lick a casa Bird, per girarlo.

Non volevo proprio andarci nell’Indiana” — ricorda Johnson— “ma tutto sommato si trattava di lavoro: era solo questione di passare la mattinata di riprese, pranzare nella roulotte a me dedicata, concludere il pomeriggio e ripartire”. Quando durante la pausa di metà giornata, Bird invitò Magic in casa, dove la madre aveva preparato un pranzo per lui da consumare in famiglia, si sentì sprofondare. Ma non avrebbe potuto rifiutare.

Appena entrato in casa Bird, Johnson venne accolto dalla simpatica signora con un caloroso abbraccio e l’affermazione di essere il suo “giocatore preferito”. Piacevolmente stupito si sedette a tavola con entusiasmo, circondato dalla famiglia del rivale, iniziando così a conoscerlo interiormente come forse avrebbe voluto fare qualche anno prima, in quel torneo ai tempi del College. Come sembrava impossibile fare.

Fu così che la giornata proseguì fra battute e risate, e laddove gli sguardi in cagnesco fino a poche ore prima la facevano da padrone, nacque un’amicizia unica destinata a durare nel tempo: l’amicizia tra Larry e Magic, due personalità agli antipodi, i due rivali per eccellenza, tanto apparentemente distanti da riconoscersi fratelli di sangue differente.

Dire che tutto questo contribuì a distendere un clima fatto di fastidiosi pregiudizi razziali nel paese, sarebbe sicuramente esagerato.

Tuttavia, praticamente da quel giorno, Larry e Magic sognarono più volte di poter tornare a calcare lo stesso campo in una stessa squadra, come quella volta nel 1978. Il destino sembrò dalla loro parte, quando furono invitati a prender parte a quella che ancora oggi è ricordata come la squadra di pallacanestro più forte di tutti i tempi: il Dream Team Statunitense, che per la prima volta schierava in una competizione olimpica le eccellenze di una lega all’apice momentaneo della sua storia.

Sarebbe dovuto accadere nell’estate del 1992 alle Olimpiadi di Barcellona, con un Bird destinato ad un ultima danza laddove una schiena distrutta da anni di sacrificio non gli dava sostanzialmente più tregua, in un gruppo dove la coppia simbolo degli anni 80 sarebbe stata affiancata in campo (e nelle copertine dei giornali) da un certo Michael Jeffrey Jordan.

 

H.I.V e Dream Team

Ed invece, come in ogni bella storia che si rispetti, quel destino apparentemente benevolo decise di metterci uno zampino piuttosto grosso, nel mezzo.

È il 7 Novembre del 1991 a Inglewood, a sud di Los Angeles. Giornata storica, inevitabilmente destinata a far coincidere i destini di un simbolo dello sport mondiale, con quelli di migliaia di malati di una patologia al tempo guardata con estremo sospetto: quel virus dell’immunodeficienza umana (HIV) agente responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), dalla quale (al tempo) era impossibile pensare di sopravvivere per più di una manciata di anni.

L’ufficio stampa dei Lakers convoca una conferenza stampa urgente al Great Western Forum, l’allora casa della squadra: qualcosa di grosso bolle in pentola, tutti i principali giornalisti sportivi e non di America sono in subbuglio.

L’annuncio riguarda Magic Johnson si dice: il giocatore è stato messo fuori squadra da più di una settimana, tornato in fretta e furia a Los Angeles da Salt Lake City, dove la sua squadra stava per affrontare una sfida di pre stagione contro gli Utah Jazz. Magic è molto malato, dovrà star fuori più tempo del previsto trapela in confidenza. Si, l’occasione è di quelle storiche per un giornalista, non c’è che dire.

Quella mattina un Earvin privato del suo contagioso sorriso oramai da giorni, fresco di matrimonio con la moglie Cookie che aspetta un bambino, alza la cornetta del telefono chiamando quei colleghi ai quali si sente più legato. Deve dirlo a qualcuno, prima che la cosa diventi pubblica.

Chiama Michael Jordan, chiama Isiah Thomas, chiama il suo ex coach Pat Riley. Ma prima di tuttichiama il suo rivale storico, Larry Bird.

Quel ragazzone proveniente dalle campagne dell’Indiana, dall’altro lato della cornetta, ammutolisce più di quanto non sia solito fare secondo la sua proverbiale limitatissima loquacità. Il suo silenzio è rotto da convulsi singhiozzi, che avvolgono quel senso di impotenza che solo un’apparente condanna a morte può portare con sé.

Qualche ora dopo, un Magic dal volto teso di fronte ad un numero importante di giornalisti ed addetti ai lavori, dichiara al pianeta l’inevitabile, rispetto a ciò che gli è accaduto: a causa del virus dell’HIV che ho contratto, devo ritirarmi dai Lakers oggi. Il mondo è sotto shock, perché quella strana ed oscura epidemia tocca un personaggio pubblico per la prima volta.

Tocca il Re di Los Angeles, il simbolo di una città e dello sport più popolare del momento, appena sconfitto nelle Finali Nba del 1991 dai Chicago Bulls proprio di Jordan, quindi non certo in declino.

Si può continuare a giocare con l’HIV? Si può mantenere una certa qualità della vita, restando in forma? Quanto è alto il rischio di contagio?

Domande che iniziano a fluttuare nell’etere lanciate a più riprese da chiunque ascolti la notizia, come incondizionato riflesso. “Non sono morto, e per quanto mi riguarda voglio vivere a lungo” — prosegue Magic, stavolta rivolgendosi ai compagni in sala — “voglio continuare a venir qui a vedere le vostre partite, e rompervi le scatole”.

Immediatamente dopo aver precisato di non esser malato di AIDS e che sua moglie non aveva fortunatamente contratto niente di conseguenza, a Magic toccò fornir giustificazioni e precisazioni rispetto alla sua vita privata, perché da personaggio più che pubblico che era, le voci sulle sue inclinazioni ed abitudini si fecero da subito insistente.

Dovette evidentemente difendersi da ridicole accuse di omosessualità, ammettere la partecipazione a feste e festini della Los Angeles bene, dove spesso si finiva in camera da letto con più donne contemporaneamente. Ma tralasciando il lato circoscritto al gossip relativo ad una vicenda che di allegro non aveva sostanzialmente niente, l’America tutta si rese conto (a conferenza stampa conclusa) di quanto il problema HIV era stato sottovalutato, di quanto il rischio di morte per AIDS fosse alla portata di tutti, di come sarebbe stato importante da subito avviare una serie di campagne informative per la prevenzione.

E Magic sembrò esser lì proprio per questo, con il suo carisma e la sua personalità, con la sua capacità di persuasione ed il suo sorriso che progressivamente tornò ad illuminarsi al ritrovare di uno scopo nella vita. Non era solo questione di sconfiggere la malattia sopravvivendo il più a lungo possibile, si trattava anche di offrire testimonianza e vicinanza al resto del mondo, attraverso quell’informazione necessaria anche a spiegare che un malato di HIV non è un potenziale untore dal quale mantenersi alla larga.

Larry rimase al suo fianco anche a distanza, in modo discreto ma presente, come solo i buoni amici sanno fare, mentre Magic tornava in campo in un’autentica passerella a lui dedicata in occasione dell’All Stars Game di Orlando. Vinse il premio di miglior giocatore, tenne il campo come se niente fosse successo, dimostrando al pianeta intero che si poteva vivere normalmente anche con il virus, che si poteva condurre un contropiede alla massima velocità servendo un no look pass ad un compagno accorrente, oppure segnare da tre punti da nove metri raccogliendo la palla con una mano dal palleggio.

Magic poteva giocare, e con una serie di accorgimenti la sua presenza in quel Dream Team olimpico (finalmente a fianco del rivale/amico storico) poteva esser confermata.

In realtà, per quanto il suo primo anno di esempio contro i pregiudizi della gente fosse andato a gonfie vele in termini di riscontri, in seguito all’esperienza olimpica Johnson provò un timido tentativo di rientro nella lega. Purtroppo per lui, prontamente bloccato da una protesta di numerosi colleghi (qualcuno, come Karl Malone, che aveva vissuto a suo fianco quell’esperienza di Barcellona ’92), terrorizzati da un potenziale rischio di contagio che la medicina stessa definiva limitatissimo. Riuscì definitivamente a tornare a vestire la maglia gialloviola dei Lakers nella stagione 1996, per una metà di stagione, prima di ritirarsi ufficialmente dopo aver dimostrato una volta per tutte che tornare a praticare sport agonistico era possibile, malgrado la speranza di vita apparsa limitata appena scoperta la malattia. Ma tutto questo è parte di un’altra storia.

Noi avevamo iniziato la nostra con questi due ragazzi apparentemente agli antipodi di un universo condiviso, da subito naturalmente rivali a partire da quella finale di College Basketball del 1979, capaci qualche anno dopo di rimpiangere l’unica occasione avuta di vestire la stessa maglia, giocando nella stessa squadra, in quel “Basketball World Invitational Tournament” del 1978.

Né la rivalità, né i pregiudizi razziali e neppure qualcosa di più grande di loro come l’HIV riuscirono ad impedirgli di scendere in campo per un’ultima serie di sfide, a rappresentazione degli Stati Uniti D’America, vincendo la medaglia d’oro per la pallacanestro alle Olimpiadi del 1992.

La prima partita assoluta per quella squadra delle meraviglie, avvenne in terra statunitense nel torneo di qualificazione alla competizione olimpica dal quale la Nazionale doveva necessariamente passare, visti gli insuccessi degli anni precedenti. Era l’estate del 1992, e la città destinata ad ospitare le prime e storiche partite del Dream Team fu Portland, nell’Oregon.

L’esordio del Dream Team è previsto per il 28 Giugno contro Cuba, non certo un avversario destinato ad impensierire la corazzata guidata dal compianto coach Chuck Daly, che del resto travolse tutti gli avversari di quel torneo con una media di 51 punti a partita di margine.

Si arriva alla palla a due: David Robinson salta per la contesa, coadiuvato in campo da Charles Barkley, Michael Jordan ed inevitabilmente da Larry e Magic. Tutti sanno che quel primo pallone raggiungerà magicamente le mani di Earvin e che vorrà esser lui il regista del primo canestro di sempre nella storia della squadra di basket più incredibile mai vista in un campo da gioco.

È lui infatti che riceve quella sfera apparentemente senza valore, ma carica di simbologie e suggestioni. Palleggia la palla per quattro, cinque volte, spostandosi verso la zona d’attacco. Poi si ferma di scatto e guarda alla sua destra, cercando con lo sguardo quel ragazzone bianco proveniente da French Lick nell’Indianaper la verità riconoscendolo un po’ invecchiato. Anche Magic ha messo su qualche chiletto dal ritiro, deve riconoscerlo, ma nella sua condizione di malato cronico la cosa non è assolutamente una pessima notizia.

Larry riceve da Magic sulla linea di tiro da tre punti, incrocia la sua partenza prima di avanzare dando la schiena al suo difensore, fino a raggiungere una posizione agile per girarsi e tirare in allontanamento: solo rete.

L’arena è in delirio, così come tutti gli Stati Uniti collegati televisivamente per il primo canestro nella storia del Dream Team: Magic Johnson che serve un assist a Larry Bird.

Una frase fino ad allora soltanto immaginata da chiunque anche dai protagonisti stessi, seppur mossi ancora dai ricordi di quella manciata di incontri disputati l’uno accanto all’altro 14 anni prima.

Come allora, i due ritornano in difesa trotterellando. Magic sorride alzando un braccio in segno di esultanza, Larry cammina all’indietro con lo sguardo rivolto verso il basso, stavolta in posizione ben più eretta rispetto a più di un decennio prima, a causa dei gravissimi problemi alla schiena che lo affliggono.

In seguito al ritiro definitivo di entrambi, Larry Bird è stato dapprima allenatore (vincendo il premio di Coach dell’anno NBA per la stagione 1997/98) ed in seguito dirigente degli Indiana Pacers (General Manager dell’anno per il 2011/2012). Magic invece, oltre a fondare e seguire la sua “Magic Johnson Foundation” per la lotta all’AIDS, è stato commentatore e conduttore televisivo, imprenditore di successo ed attualmente Presidente dei suoi Los Angeles Lakers. Nel 2012 i loro destini incrociati saranno raccontati nello spettacolo teatrale in programmazione a Broadway “Magic/Bird”.

Mai, nello sport di ieri ed in quello che verrà, troveremo una storia simile a quella di Larry Bird e Magic Johnson.

Nessuna coppia di giocatori di qualsiasi sport sarà mai destinata ad esser ricordata come una cosa sola, senza aver giocato nella stessa squadra, qualcosa di mai accaduto prima di loro.

Due uomini tanto diversi all’apparenza, due rivali perfetti, capaci di sfidarsi al massimo delle proprie capacità agonistiche in nome della supremazia dell’uno sull’altro.

Una storia di amicizia vera, che ha percorso differenti ostacoli sociali inevitabilmente presenti in una società in trasformazione, nel passaggio dai bizzarri anni ‘70 alla cosiddetta modernità attuale. Più forti di insensati riferimenti alle distinzioni razziali, più forti dell’Hiv.

Più forti di tutti, per sempre, Larry & Magic.

Articolo creato 40

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto