#LAStories Vol 5 : una settimana a Los Angeles, la raccolta (foto e link)

Non è difficile sintetizzare una settimana a Los Angeles da turista, sempre sottolineando quanto questo espanso agglomerato di differenti città ed identità storiche (condensato sotto un unico nome per convenzione) abbia da sempre toccato il mio immaginario. Quindi, quella che segue non è la struttura consigliata di come impiegare il proprio tempo riuscendo a visitare l’essenziale, quanto le scelte che abbiamo compiuto secondo i nostri gusti (e senza affanno, lasciandosi andare a volte alla casualità).

Di stimoli, motivazioni e prime impressioni ho raccontato nella puntata d’esordio delle mie #LAStories, dove appare centrale il ruolo dell’auto come mezzo principe di spostamento (e questo è l’unico consiglio essenziale che posso tramandare: se andate a Los Angeles, affittate un’auto).

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Cronologicamente il nostro viaggio è iniziato dall’Aeroporto di Firenze, passando per lo scalo di Francoforte, raggiungendo il Los Angeles International Airport tra Inglewood (e le stazioni di estrazione di petrolio circostanti) ed El Segundo. Da qui, dopo lunghissimi controlli in entrata (come consuetudine in terra statunitense), ritiriamo la nostra auto a noleggio e con fatica (principalmente dovuta al primo impatto) raggiungiamo in nostro hotel tra l’Hollywood Bowl e l’incrocio tra North Highland Ave e la Hollywood Blvd. Posizione perfetta per muoversi verso le principali zone di interesse, mantenendo una distanza a portata di cammino per giungere in uno spazio sempre frequentato e strapieno di ristoranti/negozi/vita come la Walk of Fame.

Musei del bizzarro, teatri fantasmagorici, personaggi particolari che si mescolano ad homeless e turisti in cerca della stella riportante il nome dell’artista prediletto. Apparentemente è caotica e kitsch, ma la Walk of Fame rappresenta probabilmente il centro più conosciuto di una città senza un vero centro, che in pochi chilometri è riassunta perfettamente nei suoi pregi ed i suoi difetti. Impossibile non visitarla.

Per il nostro secondo giorno, invece, abbiamo optato per il Campus di UCLA, anche in occasione della partita di College Basketball in programma tra UCLA Bruins e Liberty Flames, ben approfondito nella seconda puntata delle #LAStories.

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Per arrivarci, passiamo per le ville di Brentwood e quelle di Beverly Hills (in modo abbastanza casuale), non negandoci uno stop nella conosciutissima Rodeo Drive, colma di negozi di lusso tra palme altissime ed auto incredibili parcheggiate all’esterno, fulcro dell’ostentazione di ricchezza più conosciuta in una città dove questa convive spesso con l’estrema povertà.

Ed è qui che, inconsapevole dell’esistenza di una “red zone”sui marciapiedi adiacenti a liberi parcheggi, mi conquisto una multa da 93 dollari, dal facilissimo pagamento online. Il fatto che solo metà della ruota posteriore del mio mezzo sostasse nello spazio vietato, non fa altro che aumentare l’inevitabile incazzatura per l’evento, che provo a prendere come una “tassa di soggiorno” ulteriore per il posteggio in una zona tanto esclusiva.

Dopo una serata passata tra i ristoranti dell’Hollywood e Highland Mall, ed una seguente colazione a base di French Toast al The Waffle, decidiamo di passare il nostro terzo giorno al mare: direzione Santa Monica prima, e Venice Beach poi.

Il famosissimo Pier di Santa Monica (dove, tra le altre cose, termina la leggendaria Route 66) si presenta unico anche e soprattutto per affollamento, così come lo abbiamo visionato in centinaia di migliaia di film, con il suo singolare lunapark annesso.

Da lì noleggiamo le bici, raggiungendo la bizzarra Venice Beach attraverso la splendida pista ciclabile che costeggia la spiaggia. Qui esiste e resiste tutto quello che ben conosciamo: palestre all’aperto, skaters, monopattini elettrici che sorpassano persone con i roller, accampamenti di senza fissa dimora davanti alla frequentatissima Ocean Front Walk, dove i profumi di street food e Marijuana si incontrano (e si scontrano) con le nostre narici. I leggendari playground all’aperto lasciano spazio ad una visita interna alla zona, caratterizzata da case dall’architettura insolita e dagli abbellimenti visionari: in particolare colpiscono quelle nei Venice Canals, spazio di quiete e pace a pochi passi dal delirio del lungo mare.

Il giorno a seguire lo passiamo guidando per la città, attraverso la tortuosa ed immaginifica Mulholland Drive, tornando indietro verso la miglior vista per osservare la Hollywood Sign, fino ad addentrarci nel Griffith Park(l’osservatorio è chiuso nei giorni circostanti all’inizio del nuovo anno, ed è il 31 Dicembre). Su questo, la terza parte delle #LAStories.

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Poi, al rientro (e quasi d’improvviso) è la ultima notte dell’anno. Mangiamo qualcosa al volo in Hollywood Blvd e chiamiamo un Uber: destinazione Downtown per il New Year Eve cittadino a Gran Park.

Qui, nella gigantesca zona circoscritta all’evento (due palchi e centinaia di spazi ristoro in attesa del countdown proiettato su un grattacielo) i controlli in entrata ed uscita sono particolarmente capillari: nè alcool nè tabacco sono permessi all’interno. Decidiamo di ingannare il tempo che ci distanzia dalla mezzanotte in differenti bar all’esterno dell‘ area protetta, tra musica dal vivo e birre artigianali, prima di rientrare in Gran Park per festeggiare l’arrivo del 2019.

La notte finisce a caccia di un Uber (che per l’occasione si propone a prezzi non esattamente popolari) con una temperatura pungente a far da contorno (del resto, è sempre il primo Gennaio, anche se siamo a L.A.), prima di conquistare il letto esausti.

Il giorno seguente decidiamo di rilassarci, recandoci verso Redondo Beach, caratterizzata dal pittoresco Pier a struttura romboidale (dove, tra l’altro, è stata girata gran parte della serie Tv The O.C.)

Pesce fresco, gente serena e sorridente, Pellicani che camminano sul pontile insieme ad altre specie di volatili (in prevalenza gabbiani), particolarmente attenti ai pescatori impegnati tra residenti e turisti a passeggio (niente a che vedere con il caos di Santa Monica ovviamente).

Ci sono anche due Foche che danno letteralmente spettacolo in acqua, tra le canne da pesca, nel richiedere a gran voce che qualcuno (chiaramente, molti) getti loro cibo commestibile dal pontile.

Rientriamo a cena in serata, optando per Sunset Strip, una zona regolarmente densa di locali notturni e ristoranti, stavolta sonnacchiosa dopo la recentissima e presumibile sbornia dell’ultima notte dell’anno.

Quello che segue è -per me- il giorno più emozionante in programma, quello dove potrò finalmente assistere per la prima volta in vita mia ad una partita NBA dei Lakers allo Staples Center in Downtown.

Per la verità la mattina inizia con una colazione devastante al The Griddle Cafe in Sunset Blvd, sia per la grandezza che per la bontà dei loro pancakes e french toast (disponibili per una varietà incalcolabile).

Ci rechiamo infine in Dowtown nella parte nominata L.A. Live, dove ci dedichiamo a foto e passeggiate nei dintorni quasi deserti, alla ricerca del Tower Theatre (chiaramente chiuso), rischiando di entrare nella temibile zona dello Skid Row (impressionante quanto sia vicina, a piedi, proprio dallo Staples Center). Inganniamo il tempo che ci distanzia dalla partita al Grammy Museum, poi tutto quello che segue è protagonista della quarta puntata delle nostre #LAStories.

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I prezzi proibitivi all’interno del palazzo ci inducono al digiuno fino a tardi, quando finiamo nella miglior catena di Diner cittadini (almeno secondo rapida esperienza) che risponde al nome di Mel’s Drive In, stavolta sempre in Sunset Blvd (ma ne avevamo già provato uno attorno alla Walk of Fame). Fortunatamente, è aperto 24 ore su 24 (se siete in due persone, divedere un porzione qualsiasi è cosa buona e giusta per non abbuffarsi, e soprattutto risparmiare).

Nel nostro ultimo giorno, ci dedichiamo dapprima ad un pò di shopping nei negozi vintage di Melrose Ave (circondati da splendidi murales), prima di proseguire in auto ancora verso il mare, stavolta a Malibù.

Decidiamo così di cedere alle ottime temperature favorite dalla prima vera giornata di assenza di venti, lasciando così ad un futuro ritorno le visite alla centrale Olivera Street (parte storica del nucleo cittadino), le visite programmate al LACMAed al Getty Center. Inutile dire che la non visita ad uno degli Studios disponibili (quelli della Universal erano a pochi km di auto dal nostro Hotel) era stata ampiamente paventata per la valutazione eccessiva dei prezzi rispetto al nostro interesse reale (probabilmente sbagliando, chissà).

Accediamo alla spiaggia passando attraverso alla splendida Malibu Lagoon State Beach, dopo aver percorso la famosissima Pacific Coast Highway, attendendo il calar del sole del nostro ultimo giorno, e fermandoci più volte al ritorno ad osservar il tramonto in progressione attraverso differenti scorci (gran parte degli accessi alle spiagge, risultano comunque privati).

Concludendo, comprendere quanto tempo dedicare alla Città degli Angeli in una visita ipotetica, risulta sostanzialmente soggettivo.

C’è chi dice che l’essenziale è visibile in tre giorni, probabilmente sostenendo un ritmo elevato a livello di spostamenti e visite, anche se in ogni caso le distanze tra differenti zone di interesse possono risultare ampie. Per quel che concerne la nostra esperienza, nella settimana a disposizione sono mancate diverse “attrazioni” che ci eravamo programmati di visitare, ma abbiamo scelto di sostenere un ritmo piuttosto rilassato, decisamente mirato ma senza sovraccaricarsi. Dipende tutto dal ritmo che si predilige, e soprattutto da ciò che interessa (nel caso del sottoscritto, la passione della pallacanestro era centrale, come facilmente comprensibile dalle storie pubblicate).

Sicuramente, la posizione dell’Hotel è stata decisiva per facilitare gli spostamenti all’interno della città, e la zona a nord dell’incrocio tra la North Highland e la Franklin Ave è sicuramente consigliabile, sia per la vicinanza alla Walk of Fame, che per l’accesso immediato alle autostrade o alla fermata della metropolitana al centro della Hoolywood Blvd. Da un punto di vista di “sostenibilità economica”, Los Angeles non è certamente città dalle soluzioni “cheap” soddisfacenti, sia a livello gastronomico che per quanto riguarda i parcheggi custoditi (fondamentali se si gira in auto). Le spese circostanti al viaggio sono indubbiamente da mettere in conto, e da valutare in materia di giustificazione o meno rispetto alle possibilità che la città offre.

Personalmente, Los Angeles ha superato anche le più rosee aspettative, facendo a pugni con una fama di “posto brutto” con cui mi era stata presentata da differenti conoscenti che l’avevano visitata in precedenza. Ed anche qui, come al solito, le percezioni mutano con gli interessi soggettivi, e soprattutto con le inclinazioni personali. Impossibile, quindi, dare un giudizio universale. Certo che, potendo permettersi un certo tenore di vita (al quale è complesso ambire), vivere (bene) in una città dove splende sempre il sole, resta per il sottoscritto un sogno rinnovato. A maggior ragione dopo aver toccato fisicamente questa realtà, seppur per pochi giorni.

 

 

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