#LAStories Vol.3: dreaming Mulholland Drive (driving in L.A.)

Si, qualcuno lo ha definito il miglior film del ventunesimo secolo, ma le classifiche in campo artistico non possono mai essere universali. Però si tratta del mio film preferito di sempre, diretto dal mio regista preferito di sempre (David Lynch), con la mia attrice preferita in circolazione (Naomi Watts), e questo qualcosa vorrà dire, almeno per il sottoscritto.

Tuttavia la Mulholland Drive è anche una famosissima (e lunghissima) strada che percorre la città degli angeli, passando tra le colline di Hollywood, fino a concludersi in una parte sterrata ed inaccessibile ai mezzi. Dalla quale è possibile osservare la vastità di un panorama impressionante ai piedi, sia con le luci del giorno che con l’oscurità notturna illuminata dalla città.

Non voglio addentrarmi troppo nella trama e nella spiegazione del capolavoro Lynchiano, che per quanto venga definito “incomprensibile” presenta una linearità storica che non ritroviamo nel precedente “Lost Highways” nè nel seguente “Inland Empire”. Semplicemente è determinato da tre fasi che potremmo riassumere come “realtà presente”, “flashback” e “sogno”, non esattamente ordinate cronologicamente (ma la luce utilizzata in una fotografia sapiente ed impeccabile, ne traccia le differenze percettibili).

La storia narra di un’aspirante attrice fallita e di un amore lesbo sentimentalmente unilaterale ma occasionalmente ricambiato per vizio, con colei che ha ottenuto la parte al suo posto in una produzione hollywoodiana. Al cadere di ogni speranza verso un futuro insieme, Diane (la protagonista, impersonata da Naomi Watts, “l’aspirante attrice fallita” per intendersi) ne commissiona l’omicidio, sognando nel frattempo una realtà differente, ma dovendo fare i conti con i sensi di colpastimolati da un lungo flash back al risveglio, che la portano al suicidio (ed impersonificati da un bizzarro personaggio che gioca con il suo destino appena dietro il diner Winkie’s). Lecontraddizioni interne al mondo di Hollywood, figlie di esperienze riscontrabili e tangibili nella biografia del regista, rendono la città di Los Angeles coprotagonista assoluta in tutte le sue sfaccettature (una città che viene ampiamente indagata anche nel seguente Inland Empire, seppur non come unico sfondo alla narrazione).La celeberrima strada che ne percorre i promontori, che contiene al suo interno i cosiddetti “belvederi” più adatti agli scatti turistici, rappresenta la costante tra sogno e realtà nella narrazione, quasi fosse il luogo destinato a muoverne gli intrecci.

Ed effettivamente il percorso che inizia appena usciti dalla Freeway e che dal Chauenga Pass si snoda tra tornanti e canyon verso ovest, è sicuramente da visitare (se automuniti) in quel di Los Angeles. Quello che appare percorrendo le Hollywood Hills è uno scenario mozzafiato, l’unico che lontanamente restituisce una percezione realistica dell’immensità della Città degli Angeli. Certo, se si è passeggeri e si soffre di mal d’auto, non è raccomandabile anche viaggiando a velocità sostenute, seppur gli eventuali stop per rifiatare (nel caso) regalino scenari come la valle dominata dai grattacieli di Downtown in primo piano, oppure una vista soddisfacente della famosissima Hollywood Sign, il Burbank e la San Fernando Valley.

Insomma l’immensità di un orizzonte fatto di cemento e luci (di notte), osservato dal centro di una zona dove domina la natura, dove il verde della vegetazione si alterna talvolta a lussuose ville dall’architettura ricercata, almeno per quel che riguarda quelle visibili dalla strada. Ma questa —quella di case impressionanti per grandezza e costo, dai design esterni bizzarri — è una caratteristica di Los Angeles della quale si impara prestissimo ad abituarsi, viaggiandola. Ed è inutile stare a girarci troppo intorno: non esiste una soluzione alternativa alla comodità di un’auto a noleggio, per spostarsi in questa città immensamente orizzontale. La rete metropolitana esiste, ma non riesce a soddisfare in modo concreto le distanze tra i differenti punti di interesse, i Taxi in giro sono pochi e se ci sono devono aver il dono dell’invisibilità ed in circa una settimana di permanenza avrò visto forse tre Bus circolare, al massimo. L’unico modo per spostarsi in modo pratico ed economico è Uber, con tempi di attesa ridotti al minimo considerado la quantità di autisti disponibili sia di notte che di giorno (anche la notte di capodanno, per dire). Oltretutto il sistema stradale è perfettamente organizzato in termini di indicazioni anche sull’asfalto, e la presenza di una rete autostradale che collega tutti gli angoli della valle (ed oltre) favorisce un’intasamento limitato un pò ovunque.

Ora, magari la mia esperienza è stata favorita dall’aver guidato tanto in un periodo di vacanze natalizie — e quindi la quantità di caos stradale era inferiore rispetto ad una routine giornaliera media — ma posso garantire che raramente capita di non scorrere, di restar imbottigliati, di perdere ore fermi tra clacson suonanti ed incazzature come è regola a Roma, a Milano oppure a Firenze.

Inoltre guidare a Los Angeles (chiaramente, il GPS in macchina è obbligatorio)restituisce tangibilmente la realtà di una città unica solo per convenzione. Si tratta di una rappresentazione palese di come certe zone siano totalmente scollegate da altre che vi conseguono, come se si trattasse di una serie di città di differente origine ed attitudine, che con il tempo hanno finito per fondersi. Infine, non esiste modo migliore che “capitare per caso” tra le ville di Brentwood o Beverly Hills per rendersi conto che si tratta, probabilmente, di una delle città con il più alto tasso di ricchezza al mondo. E questo ovviamente contrasta con la quantità dei senza fissa dimora che campeggiano un pò ovunque agli angoli delle strade, anche delle zone turisticamente più frequentate tipo l’Hollywood Boulevard oppure il Sunset Strip, e non solo nelle zone di Inglewood o nello Skid Row a Dowtown.

Ad esempio, impressiona il “free camping” estremo nella Ocean Walk di Venice Beach, conosciutissima strada di fronte alla spiaggia piena di negozi che vendono Marijuana, cianfrusaglie, bizzarrerie e bazar improvvisati. Dove accampamenti di homeless strutturati a mò di baraccopoli fanno da contorno alla parte più caotica, quella che termina (proveniendo da Santa Monica) con i famosissimi campetti all’aperto di Basket (se avete visto il film “White man can’t Jump” sapete di cosa parlo). Superata la palestra all’aperto adiacente ai playground cestistici, la Ocean Walk diviene silenziosa e pulita, ed i negozi rumorosi e colorati lasciano spazio ad abitazioni arredate con singolarità, alla ricerca del significato più puro del termine “kitsch”, molto simili a quelle che si affacciano sui canali interni non molto distanti da lì, i Venice Canals.

In un universo tanto espanso quanto tendente all’egocentrismo, le star si chiudono dietro le loro ville fantasmagoriche e le loro auto oscurate, i ricchi ed i benestanti si ignorano, figuriamoci quanto invisibili tendono ad apparire coloro che si trovano a mendicare una moneta negli angoli delle strade. Si tratta di un qualcosa che probabilmente accomuna le grandi metropoli d’oltreoceano, ma che -ad esempio- a New York non raggiunge neanche lontanamente il livello visibile qui.

In ogni caso, a prescindere da questa discutibile esemplificazione delle disuguaglianze sociali (non per nulla ospitata nel costosissimo regno di un consumismo sfrenato), Los Angeles deve essere guidata e percorsa, per esser lontanamente vissuta. Non voglio esagerare dicendo “per essere capita”, perchè tanta vastità e tanta varietà -anche e soprattutto in paradossi- è impossibile comprenderla e farla propria. Probabilmente, neanche nascendo e crescendo al suo interno. E sicuramente la Mulholland Drive rappresenta un percorso simbolo per giungere a questa conclusione, o quantomeno per farsi un’idea personale della complessità che non si percepisce dal suo interno.

Obiettivamente le strade Losangeline “si lasciano percorrere”, e la meraviglia rispetto ai contorni incrociati — positiva o negativa che sia — appare inevitabile reazione per chiunque vi si trovi per la prima volta.

 

Scritto mediante tastiera wireless, direttamente da una stanza del Best Western Hollywood Plaza Inn, ad Hollywood, California.

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