#LAStories Vol.1: The City of Angels

Diciamoci la verità, esiste qualcosa di ancestrale che ci porta a pronunciare il nome di Los Angeles, quando da incoscienti la spariamo grossa rispetto alle aspirazioni di vita futura. E non a caso lo facciamo utilizzando la corretta pronuncia statunitense, e non quella spagnola dalla quale il nome della Città degli Angeli deriva.

Quel qualcosa è da ricercarsi nelle immagini che abbiamo assimilato quando eravamo ancora bambini, senza conoscere la reale esistenza di Hollywood e delle sue produzioni, incontrando nomi di luoghi non necessariamente accompagnabili ad una realtà esperienziale (penso a Bel Air per via di “Willy, il principe di Bel Air” oppure a Santa Monica ed alle sue torrette sulla spiaggia, sfondo dei seni ballonzolanti di una Pamela Anderson in fiore, per non parlare di “Beverly Hills 90210” , “The O.C.” o “Melrose Place”).

 

Poi crescendo, come se non bastasse, arriva la musica e si scoprono rappers o rock band che quella città la hanno cantata nel bene e nel male (penso a “California Love” di 2Pac seppur inno allo Stato, oppure a “Malibù”delle Hole, alla stessa “Under the Bridge” dei Red Hot Chili Peppers e della meno conosciuta “The City Of Angels” dei The Distillers, tanto per restar nelle corde della mia cultura di ascolto). C’è la notte degli Oscar, il Red Carpet ed il Dolby Theatre, c’è il Viale del Tramonto che altro non sarebbe che il Sunset Boulevard, oppure la Walk Of Fame con le sue stelle nominali da calpestare. Ci sono le giostre sul Pier di Santa Monica, le palme sulla Rodeo Drive, quel sole che sembra splendere tutto l’anno nei lungomare farciti di rollerblades, palestre a cielo aperto, fricchettoni con cannoni di marijuana in quel di Venice Beach (da dove proviene Hulk Hogan, tra l’altro. O almeno così dicevano presentandolo a Wrestlemania).

Si, è la città di plastica, l’essenza dell’apparenza yankee al suo meglio, un grosso circo dove tutto è pacchiano e probabilmente finto, come gli Studios che puoi visitare pagando dollaroni sonanti per acquistarne un ingresso. Una città dove si comprano auto, non scarpe per camminare. Dove convivono in modo netto e non armonioso degrado e criminalità, con sfarzosità e stelle del cinema. Il buen retiro in cui tutti i personaggi di fama, raggiunto uno status proporzionale ad un conto in banca spropositato, decidono di prender residenza, per godersi il lusso del sole, dei macchinoni, delle belle donne, della bella vita.

Se ami lo sport, poi, c’è l’imbarazzo della scelta. Ed anche se questa caratteristica accomuna più o meno tutte le megalopoli statunitensi, se ad esempio ami il Basket, come fai a non essere attratto da quella maglia gialloviola che fu di Magic JohnsonWilt Chamberlain, Jerry West, Kareem Abdul Jabbar, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant ed oggi è vestita da Lebron James? Che poi, se non ti piace vincere facile (quantomeno cedere facilmente ad un fascino incancellabile) ci sono anche i Los Angeles Clippers, e se ti interessi di College Basketball UCLA ha sfornato gente come Russell Westbrook e Reggie Miller, ci ha allenato John Wooden, mica roba da poco!

Insomma città di sport e di sportivi, di arte e di artisti, dal bel clima e la posizione invidiabile,volendo a due passi dal Messico, nella leggendaria costa Ovest degli Stati Uniti, dove finisce la mitica Route 66. E potrei andare avanti ancora a lungo, perché ad esempio non voglio addentrarmi nel mondo della letteratura, e farlo in quello del cinema mi porterebbe a scrivere un’enciclopedia inutile in quanto replica di un’infinità di nomi, tra registi ed attori.

In molti che ci sono stati ti dicono: “perché andare a Los Angeles?”. Io, invece, dico semplicemente “Perché no?”.

Perché non andar a toccar con mano tutto quello che delude i viaggiatori di ritorno, appoggianti il gomito sul tavolino del bar, sognanti una prossima avventura a Machu Picchu, oppure per le risaie Vietnamite se non scalando l’Himalaya? O piuttosto desiderosi semmai di vistare il Grand Canyon ed il suo seppur artificialissimo Lago Powell, oppure il Yosemite Park piuttosto che la Monument Valley. Che poi, se vai in quelle zone, fa più figo salir su verso San Francisco, che ti vedi pure Alcatraz, se proprio non vuoi andar a prender l’acqua a Seattle, dove è nato il Grunge e nei dintorni della quale han girato Twin Peaks.

Non fraintendetemi, sogno Matchu Picchu come i Mamas and Papas prima (ed i Dik Dik poi) sognavano la California, ed alla stessa maniera posso orgogliosamente dirvi che “un giorno io verrò” anche lì, lo prometto a me stesso. Ma restando concentrati sul presente, è la proverbiale e notoria “luce di Los Angeles” che acceca la mia vista dall’obló dell’aereo in discesa, pronto per la prima volta a cavalcare un mezzo a quattro ruote noleggiato. E non per nulla ho scelto uno dei sistemi stradali metropolitani più caotici del globo, almeno a visualizzarlo dall’alto di una foto qualsiasi, di quelle preparatorie visionate su google immagini. Di quelli sufficienti a farmi salire il livello dell’ansia oltre i limiti di guardia.

Sistemato il navigatore e regolata la distanza tra pedali e sedile, mi tuffo per strada con la stessa inevitabilità chepresumosenta uno che si butta col bungee jumping, senza il comodo ausilio della chiusura oculare, che se faccio un incidente vado fallito. Prossima fermata Hollywood, decreto in modo solenne, e mi sento già uno di quei personaggi minori di un pessimo film di serie B. Di quelli che la notte passano in qualche tv locale, con un destino poco intenso e molto breve, quanto solitamente tragico.

Tutto questo ovviamente nei miei sogni, perchè l’espressione del mio volto in uscita dall’aereoporto non è certo quella sognante di Betty in Mullholand Drive di David Lynch. Piuttosto la deformazione stravolta di chi ha passato infiniti controlli di passaporto, code continue e contatti non richiesti con sconosciuti per almeno un paio di ore. Raggiunto con estrema fatica il luogo deputato al ritiro dell’auto, dopo un’altra estenuante attesa ed il tentativo di non spendere più del dovuto accalappiato dal rapido parlare dell’uomo che mi propone il contratto del mezzo, la questione più complicata è quella di gettarsi in strada. Avete mai guidato un’auto con le marce automatiche? Io no, e la paranoia che accompagna i quaranta minuti a seguire è giustificata dall’impatto di una partenza a schizzo ed un conseguente blocco dall’uscita del parcheggio;roba di quelle che traumatizzano un minimo.

Poi, tra file di macchine, palme, murales e belle ville che si alternano a periferie degradate, da Sunset Boulevard taglio nel mezzo Hollywood Blvd, e malgrado tutto mi rendo conto di esser veramente arrivato solo dopo aver appoggiato le valigie sulla moquette della mia stanza di albergo. Finalmente ci siamo, incredibile, dopo 24 ore svegli, 14 ore di volo ed almeno 4 ore di controlli e spostamenti.

Da North Highland Ave al pluricitato Hollywood Boulevard ci sono veramente quattro passi o poco più, e viene sostanzialmente naturale buttarsi in mezzo alla bolgia per prendere confidenza con questa espansa e disconnessa città. L’esemplificazione del pacchiano e dell’assurdo si palesa camminando tra le conosciutissime stelle sul marciapiede, schivando quelli che vi si inchinano davanti per farsi immortalare, mentre migliaia di persone si fotografano con improbabili personaggi vestiti da protagonisti di film e telefilm davanti al Chinese Theatre, esattamente a fianco del museo delle cere di Madame Tussauds. Tutto intorno resistono (tra le palme illuminate) negozi di souvenirs che si alternano con hot dog ed altro junkie food consumato sul marciapiede, in perfetto antagonismo con quelli che camminano facendo dirette su Facebook, o che si mettono in coda per il museo del Guinness dei Primati e chissà quale altre bizzarrerie.

La Walk of Fame durante l’ora di cena appare un affollato via vai di differenti umanità, con macchinoni che vi sfrecciano in mezzo tra clacsonate e sgassate, i primi homeless che si accomodano lungo il marciapiede nella notte, i rappers che provano a vendere i loro cd autoprodotti a quelli che entrano ed escono di fronte al Dolby Theater. Insegne luminose e fast food strapieni, negozi di sport e i nomi di Bernardo Bertolucci e Marilyn Monroe calpestati in egual maniera dal barbone senza denti, la ragazza scosciata ed i turisti orientali che si fotografano le scarpe, mentre si consuma (seduti per terra) un’improbabile cena cucinata per strada.

Noi finiamo seduti al Mel’s Drive In, dove prendiamo nota delle porzioni senza senso per grandezza di pollo fritto e patate, prestando poca attenzione alla spesa, cullati da Georgia on My Mind di Ray Charles, ospitati nel più tipico dei Diner che si possa aver visto in un film qualsiasi. Se aggiungete alle ore di sonno perdute e la stanchezza per un viaggio lungo e complicato dall’inaccessibilità pratica negli Stati Uniti d’America, una tempertura frizzante (per non dire fresca) resa a tratti fastidiosa da un venticello insolente, l’idea di conquistare il lettone gigante della nostra confortevole stanza al Best Western Hollywood Plaza Inn appare necessaria. Anche a giustificazione per ciò che dovremo vivere domani, per arrivar freschi e riposati a destreggiarsi nel traffico di una città che, seppur in primissimo impatto, appare difficile da gestire e digerire.

Scritto mediante tastiera wireless, direttamente da una stanza del Best Western Hollywood Plaza Inn, ad Hollywood, California.

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