Io e Michael Jordan

“….la ruba Jordan, e se la prende direttamente dalle mani di Malone. Ultimi quindici secondi, meno uno Chicago. Il palleggio per Michael Jordan, che ha spazio: tutti lo aspettano, può essere l’ultima azione della sua carriera Nba. Arresto, tiro….JORDAN!! JORDAN!! MICHAEL JEFFREY JORDAN!!”

 

Siamo a Salt Lake City, nello Utah. È il 14 di Giugno del 1998. Contrariamente a quello che dice Flavio Tranquillo dai microfoni dell’allora Telepiù Due — in una delle telecronache più leggendarie probabilmente della sua carriera di telecronista sportivo — quel canestro praticamente allo scadere non sarà l’ultimo della carriera NBA di Michael Jordan. Qualche anno dopo, infatti, l’uomo chiamato “AIR” tornerà nuovamente in campo (aveva già deciso di rientrare dopo quasi due anni passati a giocare a Baseball, ritiratosi all’apice di una carriera già da “migliore di sempre” nella storia del gioco) per un paio di stagioni in quel di Washington. Tornerà per raggiungere i quarant’anni sul parquet, “per amore del gioco”, dimostrando a tanti nuovi fenomeni che scalpitano per contendersi lo scettro di miglior giocatore della lega, che seppur vecchio ed appesantito (neanche troppo per la verità), difenderlo in uno contro uno non sarebbe stato facile per nessuno.

Quel canestro consegnerà il terzo titolo consecutivo ai Chicago Bulls, il sesto in una decade: due triplette intervallate solo dal già citato primo abbandono dai campi della pallacanestro professionistica.

Parlare dell’influenza di Michael Jeffrey Jordan all’interno della società americana, ed ampliando all’interno del mondo dello sport professionistico mondiale, non ha assolutamente senso alla luce dei tempi che viviamo.

Tempi dove, pur non avendo vissuto le autentiche prodezze di un uomo capace di dominare il basket anche e soprattutto mentalmente, tutto è reperibile su Youtube. Analisi e comparazioni con altri “grandi” del passato e del presente della lega, comprese.

La maglia rossa dei Bulls con il numero 23 dietro le spalle, l’abbiamo vista tutti ovunque, anche e soprattutto chi la Pallacanestro non l’ha mai praticamente seguita. Il ragazzone nato a Brooklyn ma vissuto praticamente da subito a Wilmington nel North Carolina, è stato simbolo dello sport mondiale prima di Tiger Woods, molto prima di Cristiano Ronaldo, secondo soltanto a Muhammad Alì. Come lui, pur non diventandone mai portavoce in lotta, le chiare origini afroamericane di MJ ne hanno fatto un modello da seguire per generazioni di differenti culture, portatrici di differenti pigmentazioni della pelle, abbattendo gli ultimi muri razziali di diffidenza verso il “colorato di successo”.

 

“…cause I wanted to be like Mike, right. Wanted to be him. I wanted to be that guy, I wanted to touch the rim. I wanted to be cool, and I wanted to fit in. I wanted what he had, America, it begins….”

 

Questo pezzo della canzone “Wings” di Macklemore & Ryan Lewis, rappresenta perfettamente lo stato d’animo di quella generazioneche, precedentemente o contemporaneamente a quel canestro già citato al Delta Center di Salt Lake City, decideva di scendere in strada con un pallone da basket sottobraccio, con l’intento di avvicinarsi il più possibile al ferro, per schiaffarlo nel canestro. A qualsiasi altezza quello fosse. E così come Macklemore che la canta, anche il sottoscritto faceva parte di quelli che condividevano quel sogno, in quegli anni, pur con la pelle del “colore sbagliato”. Anche io volevo essere come Mike.

Sometimes I dream/ That he is me / You’ve got to see that’s how I dream to be / I dream I move, I dream I groove/ Like Mike/ If I could Be Like Mike” : così recitava la canzone di quel fortunatissimo spot della Gatorade, con il numero 23 protagonista.

 

La mattina del 14 Giugno del 1998, appena quattordicenne, mi apprestavo a sostenere l’esame del terzo anno di scuola media: una tortura pazzesca per chi avrebbe sognato di guardar in diretta quella partita, che poteva decidere la stagione della National Basketball Association. Ed invece ero stato costretto a programmare il videoregistratore ad un orario improbabile per quegli anni, con la promessa che non avrei mai voluto sapere il risultato prima del rientro da scuola, per godermi la sfida con l’emozione della diretta, seppur in differita.

Appena suonata la sveglia però, la curiosità fu immediatamente violenta, tanto da catapultarmi in salotto ancora in pigiama, riavvolgendo il nastro della videocassetta con l’idea di guardare quantomeno il risultato finale. Approssimativamente riavvolsi il nastro senza conoscere il minuto esatto in cui la partita poteva essere sul punto di terminare, e selezionato il tasto play, mi trovai di fronte a quella tripla di John Stockton degli Utah Jazz, quella del più tre ad una manciata di secondi dalla fine. Mentre provavo a vestirmi, restai con gli occhi incollati sullo schermo, ad osservare uno dei più incredibili momenti di grandezza sportiva probabilmente di sempre.

All’uscita dal time out, sotto di tre punti, i Bulls consegnano la palla a Jordan, che con una penetrazione rapidissima segna il canestro del meno uno. Nel ribaltamento di fronte, il pallone giunge in post basso al giocatore simbolo dei Jazz, Karl Malone, che non si avvede del raddoppio da dietro dello stesso Jordan, che gli ruba la palla, portandosi in attacco e temporeggiando prima di segnare quel canestro incredibile, riportato nel commento di Flavio Tranquillo all’inizio di questo testo. Ricordo che in quel momento avevo messo i pantaloni per metà: una gamba dentro e l’altra fuori. Così come all’interno della maglietta (sicuramente di una squadra qualsiasi della NBA di quegli anni) era inserita soltanto la testa, non ancora le braccia. Saltavo e mi dimenavo esultando come un pazzo, di fronte a mia madre attonita, giunta a guardarmi dal corridoio, domandandosi il perché di quei rumori.

Mia madre era la stessa che otto anni prima era costretta letteralmente a trascinarmi ai primi allenamenti di Minibasket, quando i miei genitori decisero che alla tenera età di sei anni praticare un sport indoor mi avrebbe fatto bene, anche e soprattutto per spingermi a socializzare con gli altri bambini. Perché fino ad allora, a parte una ristretta cerchia di amici, preferivo sempre viaggiare con la fantasia in beata solitudine.

Odiavo la Pallacanestro, perché ero basso, ero goffo, non conoscevo nessuno e probabilmente tutti (a parte il mio miglior amico che era l’unica spinta per cui accettare una cosa simile) mi sbeffeggiavano. Una volta, in una di quelle prime partitelle di bambini di fronte ai genitori, il mio atteggiamento poco impegnato, poco interessato e soprattutto ostentante un menefreghismo maleducato (per occultare limiti minimamente tecnici), portò mio padre a parlarmi durante il ritorno a casa. Mi disse a brutto muso che se avessi dovuto continuare a mostrarmi in quel modo, avrei semplicemente potuto smettere. Che qualsiasi cosa si inizi per volontà merita sacrificio, applicazione e soprattutto passione. Seppur preferissi giocare con i pupazzetti di Hulk Hogan e Macho Man Randy Savage (in quanto amante del Wrestling WWF) piuttosto che provare a giocare alla Pallacanestro dei piccoli, sarebbe stato meglio evitare quelle emulazioni dal vivo in contesti pubblici, soprattutto di fronte a compagni, allenatore e genitori altrui.

Avrei avuto bisogno di idoli circoscritti a quel mondo, personaggi da ammirare tanto da provare ad emulare, e qualche partita di Basket Americano mio padre l’aveva vista in televisione, probabilmente in seconda serata. Nessuno dei miei genitori aveva mai giocato a Pallacanestro, contrariamente al trend tanto di moda nella provincia in quegli anni, almeno tra i miei compagni più o meno coetanei. Però si erano appassionati da giovanissimi fidanzati alla squadra locale, negli anni 70, quando probabilmente questo sport appariva esotico in un mondo di calciofili da bar e da sfide tra scapoli ed ammogliati. In quegli anni nel C.S. A. Galli di San Giovanni Valdarno giocavano Francesco Mannella ed Andrea Masini, prodotti locali che sarebbero rimasti scolpiti nella storia di questa società sportiva Toscana, riuscendo a calcare anche palcoscenici professionistici di livello. Era per questo (oltre ai vantaggi climatici a loro avviso decisivi per la mia salute di bambino) che mi avevano avviato al gioco del Basket, e per aiutarmi ad appassionarmi al tutto, mio padre mi parlò di Michael Jordan, che nel 1991 avrebbe vinto il suo primo titolo Nba contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson.

Quei nomi, quei personaggi, quelle movenze ed il commento sportivo con quei termini americani che tanto mi ricordavano il Wrestling commentato da Dan Peterson, riuscirono da subito ad affascinarmi: io, tra i due, preferivo Magic, forse per il soprannome. Tanto da rimanere colpito dal suo ritiro nell’anno seguente, cercando di capire cosa fosse l’HIV, esultando nel sapere che comunque avrebbe partecipato al Dream Team durante le venture Olimpiadi di Barcellona. Nel frattempo, Mike avrebbe vinto il suo secondo titolo Nba contro i Portland Trail Blazers di Clyde “The Glide” Drexler, ma la mia immaginazione era totalmente rapita da quella squadra olimpica statunitense stracolma di leggende, con Larry Bird a fianco di Magic e Jordan, con tutti i miei campioni preferiti vestiti con la stessa maglietta.

Fu così che corsi ad acquistare la mia prima canottiera NBA di sempre, la “replica” del Dream Team, quella bianca con scritto “USA Basketball” davanti, e con dietro il numero 9 sotto al nome “Jordan”. Quanta fatica, agli allenamenti degli anni seguenti, spiegare che in nazionale MJ non vestiva il numero 23!

Però la passione per la Pallacanestro stava crescendo giorno dopo giorno in me: c’erano gli allenamenti, dove malgrado l’altezza e la corporatura tozza iniziai a sputare sangue, correre, appassionarmi alla competizione, favorito dalla nascita di amicizie che mi avrebbero accompagnato fino alla maggiore età ed oltre. C’era American Superbasket, bibbia assoluta in un’era dove internet non riuscivo neanche ad immaginarlo. C’erano i canestri di plastica, da attaccare sulle porte, dove poter schiacciare nei lunghi pomeriggi invernali in casa. Provando ad imitare quei tiri, quelle schiacciate, le movenze di quel giocatore divenuto famoso nel far uscire la lingua dalla bocca durante le sue giocate migliori, che nel frattempo aveva sconfitto i Phoenix Suns di Charles Barkley nelle Finali, ottenendo il terzo titolo consecutivo, prima di lasciare orfano un intero pianeta decidendo di ritirarsi.

Da lì in poi, per molti anni, non smisi praticamente mai di giocare a Basket, che fosse in palestra, che fosse in casa (distruggendo un canestro di plastica alla settimana), che fosse nei campetti o nel piazzale sotto casa. Con i miei amici parlavamo di Basket, collezionavamo le card Upper Deck, sognavamo le scarpe dei giocatori del momento, acquistavamo canottiere o magliette celebrative, ci sfidavamo all’ultimo sangue in lunghissime giornate estive, prima di correre a cena e tornar rapidamente a giocare sotto casa, illuminati da un lampione, fino a tardi.

Poi, Michael Jordan decise di tornare nell’NBA“i’m back”disse, prima di scendere in campo il 19 di Marzo del 1995, ad Indianapolis, contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller. Io già conoscevo a memoria i roster di tutte le squadre, giocando alle prime versioni di NBA LIVE supportate dal mio computer del tempo, tifando ardentemente i Seattle Supersonics di Gary Payton e Shawn Kemp. Era quest’ultimo il mio idolo assoluto, grazie alle sue schiacciate spettacolari ed alla sua attitudine felina nelle movenze, che con poco successo provavo ad imitare in campo, dove — crescendo — recitavo la parte dell’onestissimo comprimario in una squadra di amici che molto spesso vinceva anche. Nel 1996, quando i Sonics vennero sconfitti in Finale dai nuovi Bulls del Jordan post rientro, rimasi notevolmente interdetto: amavo MJ, ma avrei preferito un risultato diverso. Passai l’estate girando con la canotta numero 40 dei Sonics, attirandomi offese e prese di giro dei coetanei, tutti ovviamente esaltati dal 23 in maglia Bulls. Fu nei due anni seguenti, quando Chicago affrontò per due volte gli Utah Jazz di Stockton e Malone (che mai mi erano rimasti simpatici, dai tempi del Dream Team) che decisi di schierarmi dalla parte dei Bulls. Fu così che quella mattina di Giugno del 1998, mi trovai ad esultare saltando seminudo, alla vista degli ultimi secondi di una partita registrata.

Gli anni continuarono a passare inesorabili, e con una crescita mai arrivata in altezza, ogni lezione appresa dal “modello Jordan” si rivelò per me inutile su un campo da gioco, considerando che tutti mi sovrastavano fisicamente. Potevo ritagliarmi gli spazi che erano di Steve Kerr o Jud Buechler in quell’edizione dei Bulls del “Repeat of Three Peat”, quindi recitar la parte del grintoso comprimario destinato all’aggressività difensiva e qualche tiro: come Jordan al suo secondo rientro, “per amore del gioco”, decisi di accettare proseguendo a lungo a fianco dei miei amici di una vita. Poi arrivò Kurt Cobain ed i capelli lunghi, prima di abbracciare il Punk Rock ed uno stile di vita non eccessivamente insalubre, ma poco incline al sacrificio sportivo: chi aveva voglia di sacrificare un concerto in un qualche spazio occupato il venerdì sera, perché il sabato doveva andarsene a far panchina in giro per la Toscana?

Decisi di abbandonare la pallacanestro, di lasciare quegli anni di passione in un cassetto ben chiuso, sovrastato da quintali di materiali diversi, da nuove amicizie e primi amori, da una nuova vita fatta anche di impegno sociale, di movimentismo, di altre storie. Per quasi dieci anni non toccai più un pallone a spicchi, facendo finta di non veder aumentare la circonferenza del mio girovita proporzionale al crescere della mia barba, prima di decidere di rimettermi in sesto, dopo aver ottenuto faticosamente una laurea.

Fu così che, grazie ad una padronanza dignitosa dell’inglese figlia degli anni di video in lingua originale di Basket Americano, ed aiutato da sottotitoli in spagnolo (una lingua che avevo imparato a praticare bene, grazie a continui viaggi in quel di Barcellona, assolutamente stregato dal suo modo di vivere), che guardai e compresi il discorso di Michael Jordan in occasione del suo ingresso nella Hall Of Fame, una sorta di incoronazione ufficiale a leggenda del gioco. Lo feci quasi casualmente, in un momento di noia.

“…never say never. Because limits, like fears, are often just an illusion”recitava in conclusione colui che era stato il modello dei miei anni da bambino, e dell’adolescenza a seguire.

I limiti sono spesso un’illusione, così come apparivano i miei sogni, che con il progressivo recupero della mia forma fisica mi catapultavano sempre più spesso in un campo di Pallacanestro, tanto simile a quelli calcati qualche decennio prima.

In quei sogni, ricevevo il pallone a metà campo, in contropiede. Cambiavo di mano un paio di volte, facendo fuori due avversari, lanciandomi in penetrazione sotto canestro. Distruggevo un raddoppio girando su me stesso, prima di trovarmi da solo di fronte al canestro, appoggiandola al tabellone. Qualcosa di molto simile ad una pubblicità Nike di Jordan di molti anni primaquella in cui mentre lui compie più o meno queste movenze, il resto del mondo che lo osserva sembra fermarsi. Ed anche io mi svegliavo lentamente, contemplando in silenzio quelle immagini sognate, cercando di capirne il motivo.

I limiti e le paure sono spesso soltanto un’ illusione, aveva detto Mike, e da qualche parte nel garage di casa dei miei genitori avevo ancora un pallone da basket, sicuramente sgonfio, ma rapidamente pronto per tornare ad essere utilizzato.

Un sabato mattina piuttosto caldo, uscii di casa vestendo una delle ultime canottiere rimaste in eredità dai miei anni da giocatore, recandomi al vecchio playground dietro al palasport cittadino. Iniziai a palleggiare incerto sull’asfalto, dondolandomi su un paio di scarpe poco adatte, facendomi passare due volte il pallone tra le gambe. È vero, negli anni avevo acquisito anche qualche grado in più di miopia, ma seppur senza occhiali trovandomi allo spigolo della lunetta e trotterellando, l’arresto a due tempi uscì piuttosto naturale. Raccolsi la palla tra le mani, avviando il movimento elevatorio che avvia un tiro in sospensione, e giunto al punto più alto della mia estensione, lasciai partire dalle mie mani la palla a spicchi, restando con il polso spezzato immobile verso il canestro, in ricaduta. Vidi la palla infilarsi sofficemente dentro il canestro, accarezzando la rete, prima di ricadere sull’asfalto.

Poche altre volte mi sono sentito felice come in quel momento, seppur per pochi secondi.

Come un bambino di provincia con la maglia numero 9 del Dream Team, che palleggia e sorride, che sogna di poter essere, un giorno, come Mike. Michael Jeffrey Jordan.

 

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