Cavriglia, 4 Luglio 1944

Il quattro Luglio in Valdarno, di solito l’estate è già arrivata. Il quattro Luglio in Valdarno, oggi come ieri è solitamente caldo, e di primo pomeriggio si sentono i grilli cantare nell’afa che appiccica chi lavora agognando le vacanze sempre più vicine. Il quattro Luglio la luce del giorno giunge tremendamente presto, tanto che per godere del fresco sarebbe buona usanza alzarsi poco dopo il sorgere del sole, per fare due passi in santa pace.

Il quattro Luglio in Valdarno nel 1944, non sarà stato così diverso da come ciclicamente lo viviamo ogni anno, quando ritorna. Anche nel Comune di Cavriglia, una terra caratterizzata per decenni da una miniera localizzata in quella frazione che risponde al nome di Santa Barbara, un villaggio nato proprio per accogliere quei minatori che lavoravano in gran parte sotto terra, nell’estrazione della lignite. Inevitabile che la caratterizzazione di questi luoghi — in epoca moderna — sia stata determinata da una popolazione di lavoratori, da lotte sindacali, da rivendicazioni proletarie.

Alle porte del Chianti, geograficamente inserito tra Arezzo, Firenze e Siena, il Comune di Cavriglia nasce ufficialmente come istituzione comunale il 17 marzo del 1809, seppur di probabile origine Etrusca. Fu il Governo Napoleonico a istituirne la creazione, e la sua storia è rimasta quieta e gentile come le forme paesaggistiche che ne disegnano la struttura odierna, almeno fino al 1944. Fino a quel quattro Luglio di (quasi) “dopoguerra”.

Il monumento ai Caduti della Resistenza di Venturino Venturi

Quella mattina, i rastrellamenti dei Tedeschi iniziarono più o meno di fronte alla casa di Emilio Polverini, centrale in una strada del centro del paese di Castelnuovo dei Sabbioni. Divisi in due squadre, i soldati cominciarono a penetrare nelle abitazioni posizionate alla destra e alla sinistra della casa, da lì proseguendo e dimenticandosi proprio di controllare quella.

Giuseppe Polverini, il padre di Emilio, si nascose comunque in cantina mentre la madre ed i due figli piccoli (Emilio di undici anni ed il fratello di nove) cercavano di capire quello che stava accadendo, sbirciando dalla finestra.

“Fatemi sapere cosa succede” diceva l’uomo, ed Emilio faceva così la spola dalla finestra del piano superiore, per raccontare al babbo nascosto gli aggiornamenti percepiti.

“Stanno prendendo tutti gli uomini dalle case, babbo. Li stanno radunando probabilmente in piazza” raccontava. “Stanno portando via il farmacista con il Capo Servizio della Mineraria, babbo. Li stanno prelevando e portando tutti insieme”.

“Emilio, non si tratta di persone che possono essere considerate pericolose, o quantomeno vicine ai Partigiani. Probabilmente si tratterà di un censimento, di un atto dimostrativo. Sicuramente è solo questione di rispondere a qualche domanda”.

Mentre gran parte degli uomini che abitavano nel centro del paese erano stati prelevati e radunati insieme, in una zona dove non era possibile veder bene quello che stava succedendo, dall’esterno della porta della cantina di casa Polverini si sentì bussare.

La madre di Emilio aprì, e trovandosi di fronte due donne del paese: “potreste farci passare dal retro di casa vostra, che dobbiamo raggiungere la parte superiore di Castelnuovo, ma per strada c’è un imponente posto di blocco e non è possibile passare?” chiesero.

“Non sappiamo cosa stia succedendo, ma si vedono fumi in zona di Meleto. Si dice che i tedeschi stiano dando fuoco ad alcune case con all’interno uomini nascosti, sospettati di essere Partigiani” conclusero con il poco che erano riuscite a vedere.

Fu ascoltando queste parole che Giuseppe decise di uscire dal suo nascondiglio, convinto che per evitare la stessa sorte alla loro abitazione, era probabilmente cosa saggia uscire e consegnarsi ai Tedeschi stessi, o quantomeno provare a scappare con la famiglia: non aveva niente da nascondere, e nessun legame anche indiretto con la Resistenza, per quale ragione avrebbero dovuto creargli dei problemi? Se tutto questo poteva esser sufficiente a salvare l’incolumità della sua casa e dei suoi cari, era necessario rischiare.

Guardando fuori dalla finestra il paese appariva deserto. Era rimasto visibile soltanto un soldato Tedesco appoggiato ad una ringhiera proprio vicino a Casa Polverini, di vedetta o controllo: “c’è un tedesco solo qui sotto, è probabile che non ci dica neanche niente se usciamo dalla porta ed andiamo via” disse alla moglie il padre di Emilio.

“Ma perché non puoi passare dal retro, Giuseppe? Noi usciamo dalla porta principale, tu passi dal bosco dietro casa e ci troviamo dopo fuori dal paese. Oppure puoi nasconderti nella vecchia cisterna dell’acqua qui vicino. Non ha senso rischiare, qualsiasi cosa stia succedendo” le rispose la moglie.

“Ma se mi vedono scappare dai campi, nascosto, potrebbero pensare che sia un Partigiano in fuga! Invece io non ho niente da nascondere, e se proprio mi porteranno insieme agli altri, potrò spiegarglielo. Ci sono concittadini che, come me, possono testimoniarlo. Io esco dalla porta principale, non ho niente da temere” concluse.

Fu così che il portone principale di Casa Polverini, si aprì: la madre uscì per prima, seguita da Emilio e dal fratello più piccolo. Intanto, nel sentire il rumore della porta che si apriva, il soldato tedesco si accorse del passaggio e guardò in quella direzione.

Al momento dell’uscita di Giuseppe, il soldato guardo verso di lui, facendogli il cenno di seguirlo, direzionandosi dove erano stati raccolti tutti gli altri uomini prelevati dalle loro abitazioni.

Emilio, il fratellino e la madre furono bruscamente invitati ad andarsene, mentre il padre si incamminò verso un destino che probabilmente, in cuor suo, neanche poteva lontanamente immaginare. Dopo una manciata di passi Emilio si voltò verso Giuseppe, che durante il suo cammino seguito dal soldato lo guardò: agitò la mano destra, in segno di saluto. “Arrivederci”, disse.

Non si sarebbero mai più visti, da quel momento.

Il piccolo Emilio Polverini, con la nonna

Oggi — a quasi 75 anni di distanza — potremmo immaginar l’ arrivo del quattro Luglio come un lampo nella notte. Sarebbe da pensarlo come uno tsunami, secondo le immagini che abbiamo visto in epoca moderna filtrate da uno schermo: un’onda anomala di violenza imprevista, di un’energia brutale quanto sconosciuta, che si infrange nella quotidianità bucolica di un paesino e di piccoli agglomerati vicini. Un evento che una volta scaricatosi lascia con la risacca i resti semi carbonizzati di innocenti, testimoni inconsapevoli di una volontà tanto innaturale, così assetata di sangue gratuito da non poter esser apostrofata neanche come “animale”. Perché in fondo gli animali cacciano per fame, molto spesso.

Una tragedia che si sviluppa dopo mesi di resistenza partigiana, con un esercito occupante in ritirata, deciso a lasciar più macerie possibili dietro al proprio passaggio, perché l’aria che si respirava era quella — per loro — di fallimento, sconfitta, futuro inevitabilmente incerto. E tutto quello che avevano rappresentato non come singoli esseri umani, ma come unico insieme agli ordini di un folle disegno al vertice, non poteva certo smentirsi nella fase conclusiva: la punizione, immaginavano, sarebbe stata esemplare. Non c’era niente da perdere se non l’occasione di seminar ancora distruzione, stavolta lasciando terreni conquistati ma portando con sé le anime innocenti di chi, in quei terreni, viveva e sperava di continuar a farlo.

Alle luci dell’alba, numerose colonne di soldati tedeschi circondarono i paesi di Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto. I rastrellamenti avvennero con l’intento di raccogliere tutti gli uomini del paese, a prescindere dalla loro età, dal ceto di appartenenza, dal loro mestiere. I malcapitati furono ammassati nelle due piazze dei due agglomerati, e fucilati con le mitragliatrici, tutti insieme. I corpi vennero lasciati senza vita l’uno sull’altro, come cumuli di erba tagliata, e dati alle fiamme. Più o meno contemporaneamente lo stesso destino toccava a due uomini della vicinissima frazione di Massa dei Sabbioni, uno dei due era il parroco della stessa. Quattro persone furono invece trucidate nel paese di San Martino; anche qui, tra loro, il parroco.

In Piazza a Castelnuovo, tra i corpi senza vita ardenti c’era anche quello di Don Ferrante Bagiardi, che accorse sperando di fermare la mattanza, offrendo il suo spirito al posto delle anime di uomini che erano padri, mariti, lavoratori, perni di famiglie che non sarebbero state più le stesse, di lì a poco. C’era anche Giuseppe Polverini, padre di Emilio, finito lì per caso in un momento che suo figlio non avrebbe mai dimenticato, che avrebbe portato la sua vita futura a ricercare ed a ricordare, diventando un’autentica enciclopedia vivente in relazione a quei giorni, a quei fatti, ancora caratterizzati da tratti oscuri in materia di responsabilità autoctone.

Ma non solo, c’erano altre storie — per la precisione 71 vite in più spezzate — che con quella brusca e barbara conclusione cessarono di esistere, cambiando le esistenze di chi si trovò a restare solo, piangendole. 93 nella limitrofa frazione di Meleto, nello stesso giorno, ed altri 11 presso il rifugio antiaereo de Le Matole appena una settimana dopo: furono 191 i civili uccisi nell’azione dei reparti tedeschi specializzati della Divisione Hermann Goring, la stessa che il 29 Giugno aveva massacrato 244 civili a Civitella della Chiana, San Pancrazio e Cornia, non troppo distante dalle zone di Cavriglia.

Ogni quattro Luglio che ciclicamente ritorna, nel Comune di Cavriglia e nel Valdarno è usanza fermarsi almeno un secondo e ricordare. Ricordare quei momenti terribili, quelle vite spezzate per niente, quel sangue inutilmente versato. Oggi più di ieri è un dovere farlo, perchè man mano che i sopravvissuti si disperdono abbandonando questo mondo, queste storie rischiano di sparire con loro.

E senza conoscere l’orrore — seppur semplicemente tramandato — è difficile evitarne un ritorno, un domani qualsiasi.

 

 

(parti del testo sono estratte dal libro su Nikolaj Bujanov, ad opera del sottoscritto in collaborazione con Varchi Comics, edito da Settore8 Editoria) 

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