Dominique Wilkins e Sasha Danilovic

Ci sono momenti nella carriera di un giocatore dove una scelta impercettibile — spesso istintiva e priva di spiegazioni accettabili — determina il corso degli eventi di una stagione, forse di una carriera, dei propri compagni e di una città (in questo caso, di una parte di essa). Soprattutto quando, superato l’apice fisico, l’esperienza dovrebbe rappresentare il valore principale da portare in dote, quelle scelte (se negative) possono macchiare per sempre il tuo passato seppur glorioso, soprattutto se sostanzialmente privo di vittorie.

Anche se sei un campionissimo Americano approdato con gli onori della cronaca in Italia, in un campionato palesemente inferiore dalla scintillante National Basketball Association. Anche se ti trovi idealmente di fronte un rivale Serbo, che volutamente ha detto basta a quel mondo di lustrini a stelle e strisce dopo appena due anni. Anche se ti chiami Dominique Wilkins.

Soprannominato “The Human Highlites Film”Nique ha avuto una carriera di primissimo livello all’interno della Nba, anche a prescindere dalla spettacolarità del suo gioco e dalle edizioni famosissime della gara delle schiacciate che lo hanno visto protagonista, per le quali è ricordato dai più.

In 1074 gare nella lega ha totalizzato una media in carriera di quasi 25 punti e 6 rimbalzi ad allacciata di scarpe, con apici realizzativi nella seconda metà degli anni 80 come leader assoluto degli Atlanta Hawks, attestandosi per due volte oltre i 30 punti di media stagionali.

Potremmo parlare di quegli anni, raccontando del suo duello con Larry Bird nelle Semifinali di Conference della stagione 1987/88, ad esempio. In uno dei momenti più alti della sua carriera, Nique inscenò una sfida all’ultimo sangue, colpo su colpo, contro Larry ed i suoi Celtics, uscendo però sconfitto con i suoi Hawks di due punti nella decisiva gara 7.

A metà stagione 1994, venne ceduto ai derelitti Los Angeles Clippers in cambio di Danny Manning: un tentativo di cambiare le carte in tavola per Atlanta, quasi un gettare la spugna dopo anni di promesse di successo mai mantenute. Forse quasi un dito puntato verso un giocatore che, comunque lo vogliamo vedere, verrà ricordato come uno splendido e spettacolare solista ma assolutamente non un vincente.

Ed è proprio questo concetto che in definitiva risulta primario per una stella Nba- la capacità di guidare la propria squadra ad un titolo — che voglio sviluppare. Perché l’Nba, in questa storia, rappresenta solo un contorno.

Dopo mezza stagione ai Clippers, Dominique Wilkins passò da un’esperienza deludente ai Celtics in caduta libera, ad un primo approdo in Europa: ad Atene sponda Panathinaikos. Qui “The Human Highlites Film” vince un’Eurolega da protagonista, e sembra quindi destinato a prendersi quei successi mai ottenuti in patria, nel vecchio continente.

Non soddisfatto però, l’anno seguente decide di ritornare in Nba, stavolta accolto dai San Antonio Spurs. Per la franchigia Texana si tratta di una stagione fondamentale per il futuro, non tanto per il pessimo record ottenuto con Wilkins leader assoluto del team (fuori per infortunio Sean Elliot e David Robinson), ma perché dal loro umile piazzamento si pongono le basi per la vittoria della Lottery. La prima scelta assoluta del Draft a venire si tramuterà in Tim Duncan (e quindi in un’epoca dorata per San Antonio a livello di titoli vinti).

Il ritorno di Wilkins in Nba è così destinato ad esser ricordato principalmente per aver guidato gli Spurs in una delle stagioni peggiori di sempre, quella che ha regalato di fatto la possibilità di garantirsi il futuro radioso che ben conosciamo. Insomma: il migliore della peggior squadra della lega. Non benissimo.

Ed è così che Dominique decide di fare di nuovo i bagagli e tornare in Europa: a Bologna, sponda Fortitudo Teamsystem, lo aspettano a braccia aperte. Sarà lui — ed un ex Los Angeles Lakers come David Rivers — ad aver la responsabilità di guidare quella che veniva considerata la seconda squadra di Bologna all’agognato scudetto.

Wilkins rappresenta la pedina fondamentale in un roster che ha come leader Carlton Myers(uno dei più forti giocatori italiani di sempre) e come sua spalla Gregor Fucka. Mentre l’altra squadra di Bologna, i rivali della Virtus Kinder, in quella stagione riporta a casa un giocatore che ne aveva già costruito la storia societaria: Sasha Danilovic.

Il Serbo, dopo aver vinto tre scudetti con le V Nere, aveva provato l’avventura statunitense ottenendo un discreto successo, principalmente con i Miami Heat, per poi passare in conclusione a giocare una manciata di partite a Dallas. Ottenuta una media totale di 12 punti per gara in un biennio, decide di tornare in Italia, prendendo parte ad una versione della Virtus strepitosa, capace anche di riportare il titolo dell’Eurolega nel nostro paese.

Insieme a lui ci sono giocatori come Nesterovic, Abbio, Rigadeau, Sconocchini e soprattutto Savic. In panchina il signor Ettore Messina.

Vi renderete conto, anche per i nomi citati, che quelli erano anni assolutamente d’oro per la qualità del campionato di pallacanestro Italiano, e anche per il fascino proposto.

Infatti il derby tra Teamsystem e Kinder diventa ossessivo, ed incrociandosi nelle eliminatorie di Eurolega, i due roster mettono in scena una rissa degna dei migliori saloon dell’antico west. Si arriva alla finale del Campionato Italiano e le due squadre si ritrovano ancora di fronte.

Precedentemente la Fortitudo aveva avuto la meglio in Coppa Italia: un piccato Danilovic dichiarò senza mezzi termini che della Coppa Italia se ne fregava, ma che avrebbe voluto scudetto ed Eurolega.

La sfida tra ex Nba (con tutto il rispetto per Rivers, mai stato un giocatore neanche di seconda fascia) era tutta tra il serbo ed il buon vecchio Dominique Wilkins.

Vincere uno scudetto, per l’ex Atlanta Hawks, avrebbe significato dimostrare a se stesso ed al mondo Americano che (forse) lo osservava, che quantomeno fuori dai confini della Nba era un vincente. Di contro, per Sasha, il problema non era tanto verso “The Human Highlites Film”, quanto una questione di sfida extracittadina: l’orgoglio delle V Nere, fino ad allora, mai piegate a livello di campionato dai “fratelli figli unici” della Fortitudo.

Si arriva così al 31 maggio del 1998. Gara 5, la gara decisiva (perché al tempo la serie si chiudeva per chi ne vinceva prima 3).

Considerate che, a distanza di pochi giorni, nel campionato più bello del mondo sarebbe andato in scena il secondo atto delle Finals tra Bulls e Jazz, quelle dell’ultimo titolo di Jordan. Insomma: periodo strepitoso per chi seguiva il basket dall’Italia a 360 gradi.

La Fortitudo non è apparentemente in forma smagliante, ma quantomeno è superiore a quella dei giocatori Virtus. La stagione è stata lunga ed estenuante per entrambe le squadre, sono molti gli acciaccati, ma la Teamsystem ne approfitta portandosi in netto vantaggio e provando ad amministrarePartita piuttosto sottotono per Dominique per la verità, di contro anche Danilovic non brilla (complici alcuni acciacchi) ma la situazione per l’ex Atlanta Hawks si mette bene, almeno a livello di risultato.

Da un punto di vista personale un po’ meno, però: battibecca con allenatore e soprattutto con Carlton Myers, reo di non passargli il pallone in avvio di partita, e dopo cinque minuti di gioco viene richiamato in panchina. Si innervosisce, giocherà una partita pessima. Ma le cose vanno comunque per il meglio.

A 6 minuti dalla fine la Fortitudo è avanti di 11 punti, sembra già tutto deciso: l’allora Pala Malaguti di Casalecchio di Reno è una bolgia, ma la Virtus avvia una rimonta guidata da un gigantesco “Picchio” Abbio e da Hugo Sconocchini. Si arriva in volata, anche se improbabile: con circa 27 secondi da giocare, Carlton Myers è in panchina per il quinto fallo ma crede di avere la vittoria già in tasca. Sul più tre per la Fortitudo, Fucka in lunetta fa uno su due, e porta i suoi sul più quattro.

Danilovic è un cadavere, si muove male, ha giocato peggio. Wilkins è un fantasma, ma chi se ne frega: solo quella che potremmo definire un’enorme ed improbabile suicidio sportivo, potrebbe cambiare le sorti della partita.

La Virtus ha bisogno di una tripla rapida, si va in attacco: la sfera passa da Abbio a Danilovic. Da quasi 8 metri Sasha si gira e tira alla cieca: Dominique Wilkins, di istinto, gli tocca il pallone mentre l’avversario carica il tiro.

Allora diciamolo subito, perché la questione è stata a lungo dibattuta: probabilmente non è fallo. E se mai ci fossero gli estremi si potrebbe discutere se l’infrazione è avvenuta in fase effettiva di tiro o preparatoria. In ogni modo, il senso per cui Wilkins, sul più quattro, decida di provare goffamente ad ostacolare un tiro disperato di Danilovic, è introvabile anche a distanza di così tanto tempo.

Danilovic segna. Incredibilmente segna, con il fallogioco da quattro punti e parità. Una delle azioni risolutive più incredibili della storia del Campionato Italiano di Pallacanestro.

A questo punto David Rivers perde totalmente la testa: riceve la palla dalla rimessa, percorre tutto il campo a velocità supersonica senza un perché, per arrivare sotto il canestro e perdere la sfera. Addirittura la Kinder avrebbe la palla per vincerla questa partita, ma si va ai tempi supplementari.

Qui, ogni tiro di Wilkins è una mattonata violenta. Ogni tiro di Danilovic è soffice e perfetto dentro il canestro.

La Virtus vince il suo quattordicesimo scudetto e Peredrag “Sasha” Danilovic entra nella leggenda del Campionato Italiano di Serie A(seppur già ci fosse ampiamente, per la verità). Dominique Wilkins conferma tutto ciò che di male si diceva su di lui: se ne scappa con la coda fra le gambe, ricordato da tutti e per sempre per quell’inutile fallo a pochi secondi dalla fine, con due possessi di vantaggio.

Nel post partita sarà Danilovic stesso ad ammonire i giornalisti, chiedendogli (alla sua maniera) di limitare le critiche a Wilkins per la prestazione e l’erroraccio finale. Di portargli rispetto, perché resto comunque uno dei grandi del gioco. Una magra consolazione.

Nique, la stagione seguente proverà a ritornare nell’Nba. Troppo vecchio, si accasa agli Orlando Magic. Per la prima volta in carriera chiude con una media punti nettamente sotto la doppia cifra (5 punti di media). Opta così per il ritiro definitivo.

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