Giannis Antetokounmpo, un “clandestino” in NBA

Crisi sistemica, primavere arabe, flussi migratori notevolmente aumentati in conseguenza, divisioni fittizie tra categorie inesistenti come “migranti economici” e “profughi”.

In molti arrivano in continente europeo negli ultimi anni: qualcuno con l’obiettivo di transitare dall’attracco verso ricongiungimenti in altri stati, la maggior parte con la semplice necessità di sfuggire da guerra, fame e sfruttamento. Esseri umani ammassati in barconi, tragedie del mare che producono numeri pari a quelli di una guerra in materia di vittime.

Qualcuno può restare, qualcun altro no. Qualcuno richiede asilo, a qualcun altro viene negato. C’è chi ottiene un foglio di via, ma non può andarsene, c’è chi ha venduto tutto e non ha più niente per ritrovarsi in terra straniera, imprigionato tra frontiere chiuse. Costretto ad un’etichetta divenuta dispregiativa come quella di “clandestino”, che negli ultimi anni la politica ha trasformato in sinonimo di “criminale”, “ladro”, “stupratore”.

La politica — a tutte le latitudini — ha utilizzato questi esseri umani, già merce di scambio per mafie diverse, come pretesto per aumentare il consenso elettorale. È così che nell’ultima campagna elettorale in Italia, il tema ha mosso quantitativi di voti cinque anni fa imprevedibili, allo stesso modo in cui in Francia è cresciuto il Front National oppure in Grecia è diventato partito un movimento di origine xenofoba come Alba Dorata.

Molto prima che tutto questo diventasse “emergenza” condivisa, nel 1992, la famiglia Adetokunbo decide di rischiare la traversata verso la Grecia, provenendo dalla Nigeria, per garantirsi un futuro diverso rispetto alle prospettive di un paese in perenne guerra civile.

Si chiamano Charles e Veronica, e sbarcano nelle coste elleniche con la speranza di costruire la propria famiglia, ovviamente non calcolando le difficoltà relative clandestinità, anche perché quando si scappa per salvarsi la vita è difficile pensar che esista qualcosa di peggio.

E nella capitale greca, arrabattandosi per portar a casa due soldi e vivendo un po’ come capita, riescono ad essere felici, piantando cinque splendidi semi destinati a sbocciare come fiori: sono Francis, Thanasis, Giannis, Kostas ed Alexis.

Nel frattempo, il loro cognome viene “grecizzato”, diventando Antetokounmpo. Molto difficile da pronunciarsi ovunque, fuori da quello stato, ma apparentemente poco importa: si stabiliscono nel quartiere periferico di Sepolia, e le prospettive di lasciarlo appaiono remote, anche se tutto sommato va bene così.

C’è da faticare per sopravvivere, per sfamare cinque piccole bocche, per sentirsi accolti in un paese in uscita da un baratro di arretratezza dentro il quale sarebbe presto ricaduto, quantomeno a livello di problematicità economiche dovute alle ben note difficoltà che portano dritte al rischio “default”.

I cinque giovani Antetokounmpo si guadagnano da vivere un po’ come possono: come Charles e Veronica, agli occhi degli autoctoni sono naturali “vu cumprà”, e quindi vendono falsi di vestiario con grandi marchi, lavorando occasionalmente come manovali, oppure nelle migliori delle ipotesi facendo i babysitter.

La famiglia è costretta a vivere una quotidianità complicata, con i pasti serali che dipendono dalla fortuna o meno del lavoro occasionale giornaliero, ed il rischio di denunce per clandestinità con il pericolo di essere “rimandati in Nigeria”, dove i figli non avevano mai messo piede. Del resto, Alba Dorata è in crescita, così come lo sono i raid punitivi o le semplici indagini di denuncia dell’irregolare, alle autorità competenti.

In tutto questo Giannis e Thanasis iniziano a giocare a pallacanestro,riuscendo inevitabilmente ad emergere aiutati da un fisico lungo, gracile ma resistente. Vengono accettati in una squadra di quartiere, dividendosi agli inizi un paio di scarpe in due, e quindi non riuscendo a giocare contemporaneamente.

Ma la loro crescita è costante, militando nel Filathlitikos ottengono la tanto agognata cittadinanza greca, e per Giannis si aprono le porte della nazionale sia under 20, che maggiore. Gioca con il suo club una stagione nella serie A2 nazionale, ma il suo potenziale attira dapprima gli scout spagnoli del Zaragoza (dove firma un contratto quadriennale) e poi quelli della lega impossibile, l’apice di aspirazione per qualsiasi giocatore di pallacanestro del mondo, la National Basketball Association.

Tutto succede rapidamente per Giannis, e come nella più improbabile delle favole, il greco dal nome impronunciabile viene selezionato dai Milwaukee Bucks nel draft del 2013, il che significa vita rivoluzionata e futuro potenzialmente roseo.

Il ragazzo è acerbo sotto tutti i punti di vista, ma nella sua prima stagione riesce a mettersi in mostra per atletismo e talento assolutamente grezzo. Non smetterà più di crescere a livello di gioco, aiutato da un sistema di allenamenti che fino ad allora avrebbe potuto solo sognare. Il suo corpo fiorisce, sboccia, si riempie di muscoli, mantenendo intatto un atletismo ed una coordinazione forse mai vista in un ragazzo di 211 centimetri.

La coordinazione di movimenti e la capacità di dominare il gioco sia orizzontalmente (per velocità) che verticalmente (con una elevazione incredibile) lo rendono il prospetto più innovativo in circolazione per la lega di basket più famosa al mondo. Nella sua quinta stagione, mostrando margini di crescita ancora inesplorati, si attesta tra i migliori giocatori del mondo con medie pari a 27 punti per gara, 10 rimbalzi e oltre una stoppata.

Contemporaneamente anche il fratello Thanasis tenta l’avventura Statunitense, giocando nelle leghe satellite alla NBA e riuscendo ad esordire pure al massimo livello, seppur con poca fortuna. Poco male, per il gioco degli Stati Uniti i dieci centimetri di differenza che lo separano dalle vette raggiunte da Giannis sono un problema, ma non lo sono in Europa dove gioca prima con l’Andorra per poi tornare “a casa”, al Panathinaikos.

Si, perché i fratelli Antetokounmpo sono Greci di nascita, seppur il riconoscimento della loro cittadinanza sia avvenuto non senza polemiche, per questioni strettamente legate a meriti sportivi. Precedentemente a quel momento, così come i loro fratelli ed a differenza di quei genitori “irregolari” in suolo Europeo, i fratelli Antetokounmpo erano cittadini di nessun luogo del mondo. Almeno legalmente.

Ed in quanto tali erano destinati a quelle che sono le prospettive di chiunque scorrazzi per le strade dei nostri paesi, in questi anni, con la carnagione più scura della nostra: lavori come ambulante, spesso ti nascondi, qualche volta ti insultano, se ti va bene ti sfruttano, se ti va male forse qualcuno ti spara in testa. Come avvenuto a Firenze non troppo tempo fa.

Chiamatelo “sogno americano”, chiamatelo “uno su mille ce la fa” (in realtà su molti di più), ma Giannis Antetokounmpo è oggi una delle superstar più brillanti nel firmamento dello sport statunitense, anche se interiormente è sempre la stessa persona che vendeva i falsi della Nike per strada, scappando da polizia e neonazisti. Oggi, con la Nike (quella vera), firma contratti di sponsorizzazioni, e forse qualche neonazista si stropiccia gli occhi guardandolo schiacciare nei canestri delle principali arene d’America.

Siamo a Milwaukee nel 2013, un giorno qualsiasi. Una coppia di appassionati e tifosi per la squadra cittadina, i Bucks, viaggia per il centro della città con la propria auto a velocità sostenuta. La loro attenzione viene improvvisamente attirata da un fulmine altissimo, che con passi giganteschi ed una velocità impressionante, sembra volare sul marciapiede a fianco della loro vettura. Sembra uno che corre i 400 metri.

Ma quello non è il giovane esordiente dei Bucks?” dice stupita la persona seduta sul sedile del passeggero, al conducente.

La macchina affianca Giannis, che si ferma. Gli propone di dargli uno strappo al palazzo, perché è in ritardo per la partita, e non ha altro mezzo per raggiungerlo che le sue gambe ed il suo atletismo.

Giannis Antetokounmpo era uscito per la verità di casa in anticipo, recandosi alla sede più vicina della Western Union, per inviare i soldi in Grecia alla sua famiglia. Quei soldi che per lui adesso non erano indubbiamente un problema, inviati come fanno tutte quelle persone andate a cercar fortuna in un paese che non è il loro. Spediti a casa, alla famiglia che ne ha bisogno per sopravvivere al meglio. Una scena che accade ovunque, anche nelle nostre città, da decenni.

Si, però quel giorno Giannis si era fatto prendere un po’ troppo dalla generosità: distrattamente spedisce tutto quello che ha nel portafoglio, rendendosi conto di essere rimasto senza un dollaro, una volta uscito.

Potrebbe prendere un taxi, certo. Ma è arrivato nell’NBA talmente da poco, che non ha idea di quale sia il suo status di riconoscibilità acquisito: del resto, fino ad una manciata di mesi prima, era solo un altro venditore ambulante di Sepolia, che giocava a Basket per diletto. E comunque, anche per il taxi, non avrebbe moneta di scambio.

Sa perfettamente che, in caso di arrivo in ritardo al palazzo, il coach non glielo perdonerebbe in nessun modo, e quindi decide di farsela a corsa, consapevole della propria rapidità in una vera e propria sfida contro il tempo. Memore probabilmente delle fughe fatte rincorso dalla polizia, con un sacco di vestiti falsi in mano, come tante volte capita nelle nostre città, o nelle spiagge europee.

Aveva già percorso qualche chilometro quando quella macchina lo affianca, lo chiama, lo esorta a salire. Lui, praticamente incredulo, accetta. Non si aspettava di essere diventato così famoso.

Questo è Giannis Antetokounmpo, il clandestino destinato a cambiare il gioco del Basket.

A distanza da quel 1992, migliaia di persone ogni anno lasciano la Nigeria ed il continente Africano come Veronica e Charles Antetokounmpo, in cerca di una speranza per una vita migliore, dignitosa.

Lo fanno spogliandosi di tutto, sopportando fatiche e pericoli difficili da immaginare, rischiando la vita in traversate della speranza.

Alcuni riescono a sbarcare, altri non ce la fanno. E per quelli a cui è andata bene si aprono le porte dei centri di accoglienza, oppure si chiudono quelle delle frontiere, quelle dei diritti, quelli della vita civile.

Chissà se tra loro ci sono altri Giannis Antetokounmpo, destinati potenzialmente a cambiare un gioco, una professione, un paese nel futuro, partendo da un semplice sogno. Chissà quanti di quei sogni vengono infranti nell’indifferenza, nell’insensibilità, nell’incapacità di comprendere altrui, tra le increspature del Mediterraneo.

 

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