Le Magliette Rosse di Panatta e Bertolucci

“…va bene Adriano, senti: a me non interessa il colore con cui gareggeremo domani. A me interessa vincere. Se vuoi, scendo in campo anche in mutande, non mi importa: l’importante è che ci prendiamo la Coppa”

Deve esser suonata più o meno così — una sorta di preghiera determinata — la frase che concluse la discussione tra Paolo Bertolucci ed Adriano Panatta, in un albergo di Santiago del Cile la notte di vigilia prima dell’unica vittoria dell’Italia del Tennis in Coppa Davis.

Era il 1976, e la sfida finale del torneo a squadre storicamente più prestigioso al mondo, stava per concludersi con il doppio riguardante due dei famigerati “quattro moschettieri” azzurri(i già citati, insieme a Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli). Uno scontro tra il nostro paese (all’interno del quale infuriavano questioni politiche di una certa rilevanza come l’esplosione del caso Lockheed, il terrorismo ed il devastante terremoto in Friuli) e quello ospitante, da tre anni sottomesso alla sanguinaria dittatura del generalissimo Augusto Pinochet.

Per giorni la politica e l’opinione pubblica si erano divise sul boicottare o meno quell’evento, proprio per prendere una posizione forte e determinata in contrasto ad un regime che si era insediato con un violento colpo di stato e stabilizzato con la tortura: nelle “piazze rosse” si gridava al boicottaggio “senza sé e senza ma”, nei palazzi di governo si dividevano sinistre con destre, con la Democrazia Cristiana alla finestra (in compagnia di Coni e Federtennis, per la verità).

Adriano Panatta, il figlio del custode dei campi da Tennis dei Parioli a Roma, il viziato ed esuberante simbolo di quel quartetto destinato alla gloria nazionale, soffriva la contestazione da uomo di sinistra (o quantomeno proveniente da una famiglia di quell’estrazione politica), pur consapevole di non poter mancare l’appuntamento con la storia.

È il 18 Dicembre del 1976 quando Panatta e Bertolucci si giocano il doppio che consegnerà il primo (e ad oggi unico) trofeo tennistico internazionale al nostro paese, dopo trattative politiche e diplomatiche, perché comunque è meglio andare in Cile e portar a casa il titolo, piuttosto che regalare ad una dittatura un motivo per incensarsi e gonfiare il petto.

La notte precedente, un Adriano irrequieto e determinato nel dare un segnale decisivo, raggiunge il compagno in camera d’albergo con una proposta: Paolo, ma se domani scendessimo in campo con delle Magliette Rosse?”.

Quell’altro, dapprima leggermente titubante (“ma sei pazzo? Ci sparano!”), cede probabilmente dopo una lunga discussione, o forse semplicemente arrendendosi al pragmatismo: “scendo in campo anche in mutande, basta vincere Adriano”.

 

Il Cile di Pinochet

Per trattare al meglio questa storia — sperando così di riuscire a trasmetterne importanza e sensazioni — è necessario tornare indietro di qualche mese, o meglio di qualche anno: è il 1970 quando Salvador Allenderaggiunge la presidenza del Cile con oltre il 36% dei voti, sostenendo un progetto politico spesso descritto come “Socialismo Democratico”, capace di unire forze di ispirazione marxista con movimenti di stampo cattolico.

Un progetto che permise al presidente di prevalere sugli aspiranti leader cattolici e conservatori in competizione, ma che non piacque assolutamente agli Stati Uniti d’America, che avviarono da subito una serie di manovre attraverso la CIA per impedirne l’insediamento, non andate a buon fine per la verità.

Quando Allende salì a capo del suo paese, lo strato sociale cileno risultava pesantemente provato da anni di inevitabili difficoltà economiche ed una prospettiva di crescita lentissima se non inesistente. Allende, seguendo la sua “via Cilena verso il Socialismo” attuò una serie di accorgimenti immediati come la nazionalizzazione di grandi imprese nazionali, una riforma del sistema sanitario, una riforma agraria accompagnata da una serie di misure di sostegno nutrizionale per i bimbi di famiglie particolarmente disagiate ed una importante riforma del sistema scolastico.

Redistribuzione dei frutti del lavoro dello Stato tra la gente, garanzia di sopravvivenza per tutti attraverso anche una sanità minima garantita e — per finire — investimento sul futuro delle nuove generazioni attraverso l’istruzione: la “ricetta” Allende piacque subito, e tanto, al popolo Cileno ma ottenne numerose proteste da parte di quel ceto medio (rappresentato da Partito Nazionale e Cristiano Democratici) opposto agli espropri terrieri a loro danno, all’interno proprio della riforma agraria.

Ma nonostante tutto, con il crollo nel mercato del valore del rame (il principale prodotto di esportazione nazionale) la crescita economica auspicata dal Socialismo di Allende tardò a decollare, malgrado a distanza di circa tre anni dall’avvio del suo mandato, i consensi personali del presidente apparivano in ascesa durante le elezioni presidenziali proprio del 1973, dove la coalizione “Unità Popolare” raggiunse il 43%.

Il primo tentativo di golpe contro Allende ed il suo governo è datato 29 Giugno del 1973, ad opera di un reggimento corrazzato guidato dal generale Roberto Souper. Seguì un secondo tentativo in Luglio ancora fallito, e la nomina — a causa una serie di diatribe personali e politiche che portarono alle dimissioni da Ministro dell’Interno e da capo dell’esercito di Carlos Prats — di Augusto Pinochet.

La situazione nel paese proseguiva surriscaldandosi, anche a partire dall’evento che favorì la nomina (da parte di Allende) di Pinochet a capo dell’esercito: un incrocio di eventi e destini che permisero all’allora Presidente di nominare (ovviamente a sua momentanea insaputa) praticamente a ruolo di suo successore e carnefice, il futuro dittatore. Fu proprio in quel clima di protesta che il Ministro Prats, innervositosi da una serie di contestazioni e sbeffeggiato dagli occupanti di un auto affiancata ad uno stop, sparò insensatamente al parafango della stessa, scoprendo in seguito che la conducente era l’aristocratica Alejandrina Cox: un evento che ne causo la dimissione dagli incarichi ottenuti, anche per un declino repentino e pubblico della sua credibilità. Poco dopo l’opposizione al governo Allende si appellò ai Militari perché destituissero la conduzione del paese, in quanto virante da tempo verso l’anti democraticità a loro dire, seppur ricevendo una risposta convincente da Allende stesso, capace di rimandare momentaneamente l’inevitabile.

Purtroppo per lui ( e per il paese) però , la situazione rimase in sospeso fino all’11 Settembre del 1973, quando proprio il generale Augusto Pinochet — forte delle possibilità di “accesso” e di potere ottenute in quanto sostituto di Prats, e ovviamente ben sovvenzionato dalla Cia e con l’appoggio del Governo Nixon — mosse l’esercito in assedio al palazzo presidenziale de La Moneda, all’interno del quale Salvador Allende morì (forse suicidandosi, forse venendo giustiziato) dando il via ad un periodo di violenta repressione e dittatura.

La giunta militare di Pinochet annullò immediatamente ogni opposizione possibile, attuando un sistema di violenza e terrore nei singoli cittadini ideologicamente contrari alla sua volontà. Lo stadio della Capitale divenne un unico gigantesco campo di concentramento dove segregare, torturare e giustiziare i rappresentati di ideologie di fatto dichiarate fuori legge: si parla di oltre 130.000 arresti operati dalla giunta nei tre anni seguenti, con migliaia di desaparecidos il cui destino non è ovviamente mai stato chiarito.

Da parte sua, Augusto Pinochet venne arrestato solo nel 1988, in visita a Londra da Senatore dopo aver abbandonato da poco la gestione dell’esercito nazionale: il mandato d’arresto proveniente dalla Spagna per crimini contro l’umanità generò un lungo braccio di ferro per l’estradizione con il Governo Cileno in carica. Condannato come responsabile di circa 35.000 ordini di tortura di cui 28.000 effettivamente provati (secondo il Rapporto Valech), venne anche ritenuto responsabile della morte del suo predecessore Prats (ucciso da un’autobomba in Argentina dove si trovava in esilio nel 1947), e processato per evasione fiscale e riciclaggio.

In mezzo a tutto questo, la morte lo colse nel 2006 all’età di 91 annisenza aver sostanzialmente passato un giorno in carcere, forte evidentemente di “santi in paradiso” piuttosto importanti (o forse semplicemente beneficiario dell’amicizia di colui che oggi come oggi Santo lo è diventato: quel Karol Wojtyla che ne ha sempre sostenuto la fede, con il quale si fece storicamente fotografare dal balcone della Moneda pochi anni prima dall’arresto del generale stesso).

 

L’Italia delle Magliette Rosse

Èin questo clima di tensione che la finale di Coppa Davis viene programmata: siamo nella seconda metà del Dicembre 1976, e l’Italia deve andare a giocarsi il titolo proprio a casa di Pinochet, a Santiago del Cile.

La politica nazionale entra letteralmente in collisione con la Federazione Tennistica Italiana, con una Democrazia Cristiana che deve sostenere il governo di un paese in mezzo a mille tumulti, in quel periodo di inframezzo tra le contestazioni del ’68 e le prossime del ’77, tra terrorismo e piazze infuocate. L’estrema sinistra è categorica per il no, mentre dal Partito Comunista si cercano soluzioni diplomatiche apparentemente inesistenti.

Adriano Panatta è il simbolo dell’Italia tennistica, trovandosi all’apice della propria carriera in materia di risultati e quindi di popolarità, diviene così il bersaglio principale della critica favorevole al boicottaggio, il simbolo verso il quale la piazza si scaglia. Lui, insieme a Nicola Pietrangeli (capitano non giocatore di quella Nazionale) ed agli altri tre compagni, non vuole assolutamente rinunciare a giocarsi un’occasione simile: insieme cercano di spingere Coni e FederTennis a superare l’empasse politico in cui la situazione è precipitata, pur dovendo fare i conti con la propria coscienza.

I metodi di Pinochet ed i tristi eventi con il quale aveva preso il potere del suo paese erano ben conosciuti da tutti, divenuti bandiera per una solidarietà internazionale che una grande fetta del paese mostrava verso le sorti di un popolo pur separato da chilometri di Oceano. “El Pueblo Unido Jamas Será Vencido” era slogan risuonante e ridondante (spesso scomodato ancora oggi), divenuto dapprima simbolo della riscossa di Allende in Cile, ed in seguito salito alla ribalta popolare anche alle nostre latitudini grazie alla versione proposta dal vivo dalla band andina Inti-illimani (tra l’altro in tour italiano proprio nelle ore della violenta salita al potere di Pinochet).

Ma il tempo stringe, ed una decisione deve essere presa: è così che sale in cattedra nient’altro che Enrico Berlinguer, segretario di un Partito Comunista con un peso prima di allora mai registrato, un 34% alle Elezioni Politiche del Giugno precedente che ne faceva la seconda forza nazionale.

È lui a mandare il responsabile della Commissione Sport del PCI Ignazio Piratsu direttamente da Panatta e compagni, per fargli avere tutto il suo appoggio a vantaggio della spedizione sportiva: la Coppa non poteva finire nelle mani di una dittatura sanguinaria, non era giusto lasciarla come vanto ad un criminale del calibro di Pinochet.

In realtà, prima di prendere una decisione simile da comunicare agli atleti, Berlinguer si era sentito e consigliato con il leader comunista cileno Luis Corvalan, il quale aveva assolutamente confermato che lasciare un titolo simile nelle mani del generalissimo sarebbe stato un errore che avrebbe avuto inevitabili ricadute anche sul suo popolo, e sulle speranze di poter far trionfare la democrazia di nuovo nel suo paese. Una vittoria simile sarebbe stata inevitabilmente utilizzata dallo stesso Pinochet per provare a rafforzare il consenso attorno alla sua persona, eccitando gli animi più nazionalisti ed ulteriormente occultando il sistematico calpestare dei diritti umani dei propri oppositori.

Per Pinochet quel potenziale successo in Coppa Davis avrebbe avuto lo stesso effetto propagandistico che per Adolf Hitler ebbero le magnificenti Olimpiadi del 1936 in Germania (nonostante Jesse Owenso per Benito Mussolini il successo della Nazionale di Calcio ai Mondiali del 1934. E del resto lo stesso sistema sarebbe toccato anche all’Argentina diRafael Videla due anni dopo, con l’organizzazione dei Mondiali di Calcio del 1978, un pretesto perfetto per occultare repressione e desaparecidos.

Con il via libera del secondo partito nazionale e la decisione del Presidente Giulio Andreotti di passar la patata bollente della decisione direttamente al Coni, la spedizione Italiana in Cile divenne immediata realtà, malgrado le polemiche e nonostante tutto. Nonostante la pubblica opposizione di quel Bettino Craxi leader del Partito Socialista che avrebbe avuto modo di scrivere il suo nome nella storia del paese qualche anno dopo. Nonostante che anche il mondo della cultura, con a capo nient’altro che Domenico Modugno, chieda a gran voce (nel caso di Modugno, cantando) un boicottaggi in nome della democrazia. Niente da fare, il paese è diviso, ma la Nazionale di Tennis va a Santiago del Cile.

Nel frattempo Paolo Bertolucci -colui che avrebbe giocato il doppio decisivo proprio a fianco di Panatta- si trovava fuori dai confini nazionali, più precisamente in Argentina, dove contemporaneamente agli impegni sportivi rispetto ad un torneo, svolgeva anche il ruolo di inviato per Radio Rai in un paese anch’esso sottomesso ad una dittatura, proprio quella di Videla. Un paese tra l’altro confinante con il Cile, in attesa di conoscere se avrebbe dovuto o meno recarsi a Santiago a giocarsi la Finale di Coppa Davis. Consapevole di esser parte di un gruppo favoritissimo rispetto agli avversari, spinge telefonicamente Pietrangeli e Panatta a trattare, venendo a conoscenza dei loro tentativi di sensibilizzazione sull’opinione pubblica, tirando un proverbiale sospiro di sollievo alla notizia della scelta di campo da parte di Berlinguer.

È proprio Bertolucci, a distanza di anni, a ricordare l’arrivo in Cile come una situazione surreale: il regime sanguinario ha evidentemente nascosto le “briciole” sotto il tappeto, perché tutto intorno alla zona del campo da Tennis di Santiago, ogni cosa sembra funzionare per il meglio. Panatta, dal canto suo, cerca di far domande a chiunque gli capiti sotto tiro, che siano lavoratori dell’albergo o guardiani del campo, evitando ovviamente di farsi vedere dall’imponente scorta militare che segue la nostra nazionale: non riesce ad ottenere niente, nessuno vuole parlare.

Le sfide si svolgono regolarmente e senza particolari intoppi per la Nazionale Italiana, che nel primo giorno di sfide singole trionfa proprio con Panatta contro il Cileno Cornejo e con Barazzutti che batte all’esordio Fillol, seppur con qualche difficoltà. Il giorno seguente è il turno del doppio, la sfida decisiva, quella in cui Panatta e Bertolucci devono sconfiggere proprio Fillol e Cornejo: lo stadio esplode, l’entusiasmo è alle stelle, e malgrado sugli spalti non sieda il generalissimo Pinochet, in tribuna d’onore sono presenti numerosi generali capeggiati da Gustavo Leigh Guzman.

Oltre a loro, leggenda narra che ad assistere a quella sfida ci fosse anche Renato Vallanzasca, imbarcatosi sotto false spoglie a Parigi, recatosi in Cile per trattare la propria latitanza con le autorità cilene. È il giornalista Mario Campanella a scoprire questo particolare aneddoto, in seguito ad una serie di interviste dal carcere datate 2004 proprio con il Bel Renè. Superlatitante in Italia, ma strapieno di soldi frutto dei suoi famosissimi sequestri andati a buon fine, a Vallanzasca venne offerta protezione all’interno di un lussuoso Ranch, in cambio dell’arrivo a Santiago del Cile di un’ingente parte del suo bottino ben custodito. Un’offerta che Renato rifiutò per il timore di esser scaricato successivamente, ma che comunque divenne ottimo pretesto per presenziare a quella sfida storica, aggiungendo un elemento di surrealismo in più alla sua storia fatta di latitanze incredibili in conseguenza a fughe dal carcere ancora più pazzesche.

Del resto aver visto quella sfida dal vivo non fu cosa da poco, visto che non solo si trattò della prima ed unica Coppa Davis vinta dall’Italia, ma anche della sfida del nostro paese (e di Panatta) al dittatore sanguinario, trionfando con addosso quelle famigerate Magliette Rosse.

 

La Coppa Davis si tinge di Azzurro. O meglio, di Rosso.

Quello che successe il 18 Dicembre del 1976 è storia dello sport Italiano, raccontata perfettamente da Mimmo Calopresti nel suo documentario “La Maglietta Rossa”, uscito nel 2009 con la partecipazione dello stesso Panatta, oltre che di Paolo Villaggio, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli.

Adriano Panatta e Paolo Bertolucci scendono in campo con una maglietta rossa a testa, piuttosto che usare le divise previste (o verde o blu): una provocazione ideata proprio dal figlio del custode del campo dei Parioli, con il nonno amico di Pietro Nenni, ancora in cerca di riscatto dopo essersi visto apostrofato come “fascista”, pur essendo sempre stato politicamente a sinistra.

I Cileni scendono in campo con “gli occhi della tigre” regalando ai nostri un’immediata doccia fredda, vincendo il primo set (che secondo qualcuno, gli fu “lasciato vincere” considerando la massiccia partecipazione di pubblico cileno presente). Gli Italiani rispondono portandosi a casa il secondo ed il terzo set, prima di sudar sette camice conquistando la vittoria al quarto match point del set decisivo. Proprio in occasione di quell’ultima frazione di gara, probabilmente pregustando l’imminente trionfo, Panatta e Bertolucci cambiarono maglietta, abbandonando la rossa per indossarne una azzurra, più adatta per festeggiare un successo storico.

Ma la provocazione era stata già servita, ed aveva ottenuto il successo sperato, seppur il trionfo sportivo non avesse completamente messo a tacere polemiche politiche.

La Nazionale fece ritorno a Roma qualche tempo dopo aver festeggiato il successo in Brasile, per far sbollire le tensioni e metter pace negli animi di quelli che — alla vista del cambio cromatico di divisa nella finale — probabilmente gli tifarono contro.

Tuttavia, a distanza di quarant’anni da quel giorno, il Tennis Italiano non è riuscito a ritrovare un successo di squadra tanto importante, e la memoria di quella sfida di Panatta a Pinochet (e simbolicamente un po’ a tutte le dittature sanguinarie della storia) continua a risplendere con la stessa intensità accanto agli accesi luccichii di quella Coppa.

In una splendida storia dove la cultura e la politica di due paesi distinti, si incontrano magicamente con il mondo dello sport, ancora una volta.

 

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