Barcellona

No, non amo prendere l’aereo, non l’ho mai amato. Fin dalla prima volta in cui, con i miei genitori, volammo alla volta di Parigi, a distanza di un anno da un tedioso viaggio notturno in treno, stessa destinazione.

Non amo prendere l’aereo a prescindere dalle immagini viste in diretta nel primo pomeriggio dell’11 Settembre 2001 dal divano di casa mia, e di conseguenza malgrado la presenza di sufficienti (o meno, secondo percezione) controlli prima e dopo l’accesso al Gate.

Quando vado a Barcellona –che scenda ad El Prat oppure a Girona, con la conseguente ora di bus che mi divide dall’arrivo in zona Arco di Trionfo– respiro a pieni polmoni più del solito l’immediata uscita dalle porte automatiche dell’aeroporto, immediatamente seguita dalla compulsiva ricerca del pacchetto di sigarette custodito nelle tasche dei miei pantaloni.

Negli anni, questi sono stati più o meno in egual maniera sia lunghi che corti: poco importa, prediligendo da sempre le tasche laterali sulle ginocchia, per comodità rispetto alla custodia a portata di mano di più “oggetti vitali” possibili. Appunto: il telefono, il portafogli, le sigarette.

Un modo come un altro per dire che sono passato da Barcellona in più o meno tutti i mesi dell’anno da circa quattordici anni fa: quella prima volta fu caldissima, era fine Luglio.

Appena uscito dal nostro ostello in Carrer de Ferran, mi recai in una soleggiata Plaza Reial che i miei occhi registravano per la prima volta assoluta: appoggiato alla fontana centrale, ricordo un ragazzo di origini marocchine che mi disse aver vissuto in Italia, e con il quale riuscii subito a comunicare per farmi indicare il passaggio che da lì conduce a Carrer dels Escudelliers, quella che diventerà una delle strade più battute nella mia parte di vita adulta.

Ricordo un pomeriggio di tarda primavera, lungo Escudelliers, camminando in un raro momento di tranquillità guardando un sole già caldo splendere da sopra i palazzi, in direzione Plaza del Tripida un balcone ricoperto di fiori ed edere , si sentiva nitidamente suonare una tromba salsera.

Se scendo con lo sguardo nell’immagine marchiata a fuoco nella mia mente, vedo di fronte la piazza dove ho consumato pranzi, cene, birre, cocktails seduto nei tavolini, o nei vecchi gradini che ne disegnavano il perimetro, oggi eliminati in un tentativo di “riqualificazione” dell’area.

Vedo sulla sinistra il Bar Lisa (dove ho consumato più di un costoso Mojito in calde sere estive), seguito dal Bar Oviso (con le sue piadine con mozzarella, pomodori secchi e rucola), più o meno di fronte al Bar Bahia (all’interno del quale, qualche inverno fa, ricordo di aver osservato con curiosità dal fondo l’ingresso di mio padre e mia madre), al seguito del quale accedo in Carrer Avinyo. Quello delle “Demoiselles d’Avinyo” di Picasso, quello dove spesso ho soggiornato all’Hostal Baires, quello alla fine del quale, attraversando la strada, si giunge al mare.

Precedentemente (tornando con l’immaginazione in Escudelliers) in quel Bar a sinistra prendevo spesso il caffè del dopocena, in un paio di locali ho passato qualche serata, laddove oggi esiste un Wok to Walk c’era il Bar dove la Mano Negra girò il video de “Indios de Barcelona”, nel supermarket sulla destra ho comprato da bere.

Guardando avanti, girando subito sulla destra c’è Calle Codols, percorsa migliaia di volte verso il rifugio Bar Mariatchi, o completata fino a Plaza de la Mercè, giusto per svoltare a sinistra e rientrare immediatamente in Calle D’en Serra, per cenare nel miglior ristorante (Basco e non) della città, il Bidasoa.

In seguito alle mie prime volte in città, ho percorso le Ramblas con gusto soltanto a notte fonda, spesso di ritorno dai locali, magari aspettando l’alba. A quell’ora ci sono prostitute ben appostate sia nella zona pedonale al centro, sia sui marciapiedi ai lati delle corsie per auto. A quell’ora ci trovi i residui delle discoteche appena chiusi: ragazzi ubriachi, ragazzi che scherzano, ragazzi con gli occhi incrociati che valutano il da farsi vedendosi il braccio destro accalappiato dalla prostituta di turno, privi di coscienza critica.

Una volta abbiamo fatto l’alba aspettando che aprisse il mercato de la Boqueria, per comprare chipiriones da cucinare a casa, il mezzogiorno seguente. Non ricordo bene il piatto, ma ne immagino la soddisfazione a prescindere dal sapore, perché si sa: saremo pure schifati dall’italiano medio che in branco, irrispettoso invade le strade più turistiche della città, ma contemporaneamente quando hai a disposizione un appartamento ed un fornello, non puoi italianamente non cucinarti un ottimo piatto di pasta(per il quale il sugo risulta sempre troppo poco rispetto alla quantità poco obiettivamente cotta).

Una zona che ho iniziato a conoscere più recentemente, invece, è quella del Poble Sec, e della sua Ronda tra bar e locali fino a giungere alla Rambla del Raval. Mi limitavo per anni giusto a risalir da Carrer Nou de la Rambla, magari fermandomi a mangiar un felafel da “A la Turca” (che parlando di “kebabbari”, è quello che centralmente ho apprezzato di più, da non mangiatore di carne che sono), a volte sostando per una birra al London Bar oppure a “quel barrettino” che non ricordo che nome avesse — di fronte al Baghdad — prima di recarmi alla Sala Apolo, piuttosto che alla Sala Barts(più recentemente) o alla Sala Plataforma.

Adesso ho scoperto l’accogliente spazio della Gran Bodega Saltò, ottima sosta prima di riscendere proprio nel centro Raval, nella sua Rambla con il famoso Gatto di Botero, dove una tempo esisteva il Bar Aurora, circondato da locali arabi, talvolta con insegne in arabo. Lì vicino si entra in Carrer Sant Pau, dove un tempo trovavi il miglior Assenzio della città nello storico Bar Marseille (dove bevevano pure Gaudì e Mirò, si dice): servito come dio comanda, prodotto in modo artigianale, che oggi è probabilmente trovabile solo in quel piccolissimo gioiello che è il Bar Pastis, uno spazio ad un tiro di schioppo dalla parte conclusiva delle Ramblas (verso la statua di Colombo). Il Raval, quartiere all’interno del quale si mescolano macellerie islamiche e bar notturni, dove spesso ho mangiato la fantastica cucina gallega de La Meson David (il mio secondo ristorante preferito in centro città), dove è situato il Macba con le sue sempre stimolanti mostre temporanee di arte contemporanea, dove da strade buie e talvolta sporche si passa a zone turisticamente battute come Calle Tallers ed i suoi negozi di dischi, prima di uscirsene di nuovo nella Rambla de Canaletes di fronte a Plaza Catalunya.

A Barcellona, negli anni, ho imparato a farmi intendere in lingua Spagnola, parlando spesso con improvvisati apprendisti occasionali come me, provenienti da ogni parte del globo. Ho frequentato argentini ed italiani emigrati da così tanto tempo da confondere parole spagnole in dialoghi nella nostra madre lingua, ho viaggiato per 7 continenti attraverso i racconti di giramondo (un pò per necessità), arrivati dall’Africa, passati per chissà dove prima di finire accanto a me, appoggiati al bancone del Sincopa Bar.

Non ho visitato moltissima Spagna, eccettuando Madrid ed il Paese Basco, oltre alla Catalunya. Il paragone (stavolta extra calcistico, ma cittadino) tra Barcellona e Madrid è da sempre, con chiunque, materia di discussione: nei tre miseri giorni a disposizione, Madrid mi ha affascinato, ma Barcellona ha qualcosa in più, qualcosa di fondamentale. Barcellona ha il mare. Con tutto quello che porta con sé a livello climatico, a livello emotivo, a livello di approdo e ripartenza e quindi mescolanza.

Barcellona è il porto di mare più vero (metaforicamente parlando) dell’Europa del Sud, secondo me.

E anche questo è percepibile a prescindere dal piacere di perdersi nei vicoli della Barceloneta, magari dopo un ricchissimo pranzo di pesce a La Bombeta, per poi giungere nel lungo spiaggia e camminare fino a Bogatell ed oltre. Quando a Barcellona esce il sole, anche se ci sei a Gennaio, camminare lungo la spiaggia ti rimette in pace con il pianeta: perché percepisci i sorrisi, vedi qualcuno che timidamente si toglie la felpa o la maglietta (dipende dai periodi dell’anno), oppure se è inverno seriamente pensa a mettere i piedi in acqua, riscaldato dal sole.

Barcellona è una città “aperta al mondo”, come ha ribadito l’Alcaldesa Ada Colau, e non potrebbe essere altrimenti in quanto porto di mare.

È una città dai mille colori e le mille fedi, dove la convivenza appare naturale, non fosse altro che in primis non è una città Spagnola pur essendo ancora (e forzatamente) in Spagna.

A Barcellona i ritmi a volte si avvicinano a quelli sudamericani, gli orari sono quelli delle città di mare nel sud Italia e talvolta vanno anche oltre: ceni quando vuoi, pranzi forse due volte, se esci alle 7 la mattina vedi poca gente, se non i turisti che rientrano verso sgarrupati ostelli dagli intonaci cadenti ed il puzzo di cantina.

Barcellona non è una città che ha paura del diverso, perché orgogliosamente diversa, naturalmente gioiosa, perché vive la strada e la piazza come raramente vedi sopra i confini dello stato che ancora la accoglie.

Quando a Barcellona sono saturo della confusione, dei turisti, delle bisbocce, delle grida, allora ho un luogo in pieno centro in cui rifugiarmi. Un luogo di una pace mistica, di un silenzio assordante, seppur perfettamente incastonato in una zona di passaggio massiccio ad ogni ora delle ventiquattro giornaliere disponibili. Quel luogo si chiama Plaza San Felipe Neri, e l’ho scoperta grazie al romanzo “L’Ombra del Vento” di Carlos Ruiz Zafon.

Sulla facciata della chiesa di San Filippo Neri sono ancora visibili i resti delle schegge di una bomba sganciata dall’aviazione franchista durante la guerra civile spagnola. Era il 30 gennaio del 1938 quando la bomba esplose in prossimità della piazza uccidendo quarantadue persone, la maggior parte delle quali erano bambini che si erano rifugiati nei sotterranei della chiesa e che morirono a causa della deflagrazione. L’esplosione inoltre distrusse totalmente gli edifici adiacenti alla piazza. (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_San_Filippo_Neri)

 

Nascosta, ferita, insanguinata, ricostruita. Ancora in piedi, ancora crocevia di mille passaggi, di ricerche, di approdi. Dove gli schiamazzi e le tonalità circostanti magicamente si attenuano all’ingresso, dove si parla a bassa voce, sedendo attorno alla fontana.

Quando ci torno, ogni volta, respiro a pieni polmoni più del solito l’ingresso alla piazza, immediatamente seguito dalla compulsiva ricerca del pacchetto di sigarette custodito nelle tasche dei miei pantaloni.

Negli anni, questi sono stati più o meno in egual maniera sia lunghi che corti. Comunque siano stati, ogni volta che entro in San Felipe Neri, mi fermo.

Un luogo speciale, in una città (per me) speciale se non unica.

La “mia” Barcellona. La città in cui sono il benvenuto, dove siete i benvenuti.

Chiunque. Ieri, oggi e domani. Sempre.

Ada Colau, Sindaco di Barcelona. Il 17–08–2017
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