Il Comandante Morgan. Lo Yankee della Rivoluzione Cubana

Il mito della Rivoluzione Cubana è un qualcosa destinato a resistere, così come è stato capace di superare epoche e generazioni con le sue tipicità caratteristiche: voglio dire, non è difficile incontrar una massiccia dose di poesia all’interno di un gruppo di rivoluzionari che sovvertono un regime, quello di Batista, che aveva trasformato una piccola isola del Pacifico nel paradiso del vizio Yankee.

Una popolazione autoctona confinata tra fame e miserianel vastissimo terreno avaro di coltivazioni che tutt’oggi esiste tra le principali città di un luogo incantato, splendido non solo per quel mare turchese tanto decantato nelle agenzie di viaggi. L’Habana, una capitale ridotta ad esser contenitore di svago per mafiosi e viziosissimi gringos, appassionati di gioco d’azzardo, prostituzione, Rum e Sigari di altissima qualità a bassissimo costo.

Sovvertendo tutto questo, aumentando di chilometro in chilometro aggiungendo a sé cubani stremati da una prospettiva di futuro inesistente, i Barbudos del compianto (si, compianto per la maggioranza della popolazione) leader Fidel Castro, presero il controllo dell’isola costringendo il dittatore immorale Batista alla fuga, attraverso battaglie divenute leggendarie. È il 1959.

Se nel 2017 all’Habana il Museo della Rivoluzione appare in decadente stato di dimenticanza, se i giovani chavales vanno in giro con canottiere con la bandiera statunitense, e se l’agognata riapertura definitiva agli Yankeessi è fatta un minimo più complicata dopo l’elezione di Donnie Trump, l’influenza sociale e culturale di quella rivoluzione appare ancora forte e tangibile. Contraddizioni inevitabili –a maggior ragione se viste con gli occhi di un occidentale- convivono e si alimentano, come ho avuto modo di testimoniare attraverso tre piccoli resoconti scritti da uno smartphone che era complicatissimo connettere ad una rete di trasmissione dati; quasi 365 giorni fa, dal comodo giardino adiacente a quella Casa Particular che fu la base del mio viaggio proprio in terra Cubana. Fidel era ancora in vita.

Vedi: #ElSonCubano Vol.1Vol.2Vol.3

Voi, che magari non vi siete mai spinti a quelle latitudini se non per giungere nei luccicanti Resort All Inclusive di Cayo Santa Maria o Cayo Coco (non vi nego, ci sono ovviamente passato anche io da lì), se pensate alle Rivoluzione Cubana associate subito il concetto a Fidel e Raul Castro, forse a Camilo Cienfuegos, indubbiamente al Comandante Ernesto Che Guevara. Quest’ultimo, a differenza di coloro che presero parte a quell’impresa, di origine Argentina. Per la precisione, proveniente da Rosario.

Ma il Che non era l’unico straniero appartenente alla lotta di liberazionedell’isola : forse meno conosciuto, a suo fianco c’era anche tale William Alexander Morgan.

Esatto, il nome completo non tradisce un’impressione reale: Morgan non era solo straniero a combattere per Cuba, era addirittura Americano!

È la storia del Comandante Yankee all’interno della Rivoluzione Cubana, poco conosciuta, che a distanza di un anno solare mi porta a ritornar almeno con l’immaginazione in questa piccola Isola dell’Oceano, capace di tener sotto scacco tecnicamente anche oggi il potere imperialista per eccellenza; metafora moderna del mito di Davide contro Golia, laddove la figura del piccolo eroe raggiunge il suo apice semplicemente mantenendosi indipendente da dinamiche economiche e politiche che in molti, intorno, avrebbero avuto piacere di imporgli.

È il 1928 quando William Alexander Morgan vede la luce del sole dal Pianeta Terra, aprendo per la prima volta gli occhi. Siamo a Cleveland, Ohio. Una città ribattezzata a lungo (ovviamente molto prima di essere associata a quello splendido e geniale giocatore di pallacanestro che risponde al nome di Lebron James, nato a pochi chilometri di distanza, ad Akron) “The Mistake on the Lake”: un errore, tanta appare la sua bruttezza.

La madre di Morgan è di origini tedesche, il padre uno Yankee purosangue: a prescindere sicuramente da tutto questo, il giovane William non si mette esattamente in luce come cittadino modello in gioventù. Qualche guaio con la legge e qualche arresto di troppo, lo portano (per scelta consapevole o meno) a pagare un immaginario conto con il proprio paese, arruolandosi nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma anche qui, probabilmente, le cose non vanno benissimo: di istanza in Giappone, viene congedato con disonore nel 1948. Svogliato e per la verità poco incline al regime militare e alle sue regole, concepisce un figlio in suolo nemico con tale Setsuko Takeda, una hostess di origini Tedesco-Giapponesi; prova in seguito a disertare, ma immediatamente catturato e rinchiuso, senza arrendersi riesce a scappare a fuggire nuovamente dalla custodia del suo paese di origine, senza successo. Due anni di reclusione in una prigione federale statunitense ed il congedo per disonore sancito dalla Corte Marziale, sono il risultato di tutto questo. Come spesso accade attorno a situazioni analoghe, i rumors parlano di lui come una effettiva spia in forza alla CIA, ma senza conferme reali né documenti riconducibili a ciò.

Di fatto, ritornato in libertà nel suo paese di origine, Morgan si sposa a Miamicon una incantatrice di serpenti (si, non avete letto male), dando alla luce due figli, il secondo dei quali nato proprio nel 1957. Si tratta dell’anno in cui Morgan decide di abbandonar la famiglia e gli Stati Uniti ed unirsi alle forze guerrigliere destinate a sovvertire quel Fulgencio Batista verso il quale nutriva evidentemente profondi sentimenti di opposizione.

In realtà ,Morgan se ne va inizialmente diretto a l’Habana, dove il suo passaporto di origine gli permette di passar inosservato tra tavoli da gioco, prostitute, notti in bianco condite da vizi piuttosto immaginabili. Inizia così a frequentare quei “salotti” pieni di persone potenti, conosce cubani e americani, fotografa mentalmente tutto quello che accade nel delirio di questo autentico Luna Park del vizio Yankee, mentre qualche a centinaio di chilometri di distanza la rivoluzione avanza, si ferma, si riorganizza.

Ora, William Morgan potrebbe essersi ritrovato a l’Habana in seguito a contatti con i rivoluzionari precedenti (indubbiamente si, aveva già incontrato Fidel), oppure semplicemente aver scelto di osservare con i suoi occhi quella realtà tanto decantata, fino a cambiar punto di vista. Non lo sappiamo esattamente, ma il dato di fatto è che si forma in lui l’idea che quel popolo autoctono di quell’isoletta avesse diritto all’autodeterminazione, liberandosi dalla schiavitù di un governo fantoccio le cui sorti venivano determinate direttamente da Washington . Abbraccia così l’ideale socialista, e sposa in pieno i principi di quella Rivoluzione che aveva bisogno di aiuto, di uomini, meglio se un minimo addestrati ed esperti nella guerriglia. E lui, non dimentichiamocelo, svogliato o meno era stato soldato.

È così che Morgan decide di andare sulle montagne cubane, unirsi attraverso conoscenze maturate in città al Segundo Frente Nacional, arrivando rapidamente a guidarne una colonna. La marcia prosegue veloce, e con la presa di Santa Clara si riunisce a Camilo e al Che, prima di proseguire trionfalmente fino alla capitale, dalla quale Batista ed i suoi sgherri sono costretti a fuggire a gambe levate alla volta di Miami.

È il 31 Dicembre del 1958. La Rivoluzione ha vinto, Cuba è libera. Ha vinto anche grazie al Comandante Morgan, che nel frattempo occupa con la sua colonna Cienfuegos, principalmente per garantire una liberazione già effettuata, nei due giorni seguenti. È qui che si incontra di nuovo con Fidel, dopo i contatti avuti negli Stati Uniti.

Per William Morgan la prospettiva auspicabile giunti a questo punto è la riorganizzazione del sistema statale cubano, per la quale si augura libere elezioni in libero stato, con la popolazione al potere: insomma, lui è convinto dell’instaurarsi di una Democrazia Parlamentare. Per una serie di ragioni e strategie, Castro non la pensa esattamente così, proponendosi immediatamente a capo dell’isola per traghettarla fuori da un sistema di sfruttamento, secondo principi Marxisti. Questo a William Morgan non piace tantissimo: bene la svolta socialdemocratica, non benissimo quella comunista. Del resto, è sempre uno yankee, avranno pensato in molti.

Malgrado tutto ciò, le sue posizioni immediatamente critiche riescono ad essere più che utili per l’applicazione politica di quei principi che la Rivoluzione portò al potere: è l’Agosto del 1959, ed il dittatore domenicano Rafael Trujillo cerca di organizzare un golpe anticastrista (ovviamente con l’aiuto dei soliti Yankees e i loro Servizi Segreti), con l’obiettivo di uccidere proprio il non ancora ufficialmente Lider Maximo.

Morgan riesce a sfruttare la sua fama immediatamente formatasi di dissidente rispetto al nuovo ordine dell’isola, per entrare in contatto con i cospiratori, o almeno così si dice. In realtà negli Stati Uniti la figura di Morgan aveva fatto discutere i vertici dell’Intelligence non poco, tanto da proseguir lo strascico di quella domanda ridondante in relazione alla sua persona, nella sua vita: è una spia? È un agente segreto? E per chi lavora?

Morgan viene contattato ed invitato a Miami, dove si reca ricevendo la promessa di una lauta ricompensa in cambio di un “lavoro”: operare un coordinato collegamento da Cuba, per il golpe domenicano.

Di fatto si infiltra tra loro, segue passo dopo passo l’organizzazione del Colpo di Stato, cambia inaspettatamente idea (oppure stava semplicemente svolgendo un doppio gioco per Castro? ) all’ultimo momento, facendo saltare tutto in aria. Il Colpo di Stato di Trujillo è sventato, soprattutto grazie all’infiltrato Yankee, quello un po’ dissidente, quello per il socialismo.

Si, però la domanda sorge spontanea ugualmente, dall’altra parte stavolta: Morgan è un anticastrista che ha compartecipato ad un tentativo colpo di stato, pentendosi e di fatto sventandolo, oppure è un convinto e fedele sostenitore del buonsenso di Fidel, a prescindere dai primi e confusi disegni in prospettiva futura ?

In realtà, in relazione al Golpe, la risposta è chiara e conosciuta: Morgan agisce nell’interesse di Cuba, sfruttando il suo essere Yankee, salvando di fatto la vita ad un compiaciuto Fidel, con il quale però non si appianano le differenze ideologiche e prospettiche.

Come altri membri del Segundo Frente Nacional, William Morgan resta realmente fedele alla prospettiva di una Repubblica Indipendente Capitalista, pertanto poco coincidente con gli ideali della Rivoluzione, quindi ufficialmente si schiera dalla parte dell’opposizione interna. Tanto da venir arrestato nell’Ottobre del 1960, in quanto cospiratore o dissidente che dir si voglia, dell’ordine nascente.

Nel frattempo era riuscito comunque a sposarsi con una collega rivoluzionaria, Olga Maria Rodriguez Farinas, a concepire due figlie e ad unirsi insieme ad altri contro rivoluzionari che stavano organizzandosi per azioni contrarie alle volontà di Fidel, nelle montagne Escambray. Stavolta in modo convinto, motivo per il quale viene imprigionato a La Cabanacondannato a morte ed in seguito fucilato. A parte l’epilogo, qualcosa di molto simile rispetto al già accaduto in Giappone, stavolta con l’esercito del suo paese di origine, ugualmente riconosciuto “traditore”.

È l’11 Marzo del 1961, William Alexander Morgan aveva 32 anni. La moglie cubana, accusata anch’essa di aver fiancheggiato le operazione dello Yankee dissidente, viene condannata a 30 anni di prigione. Ne sconta 10, prima di riuscire a fuggire nella terra natale del marito defunto, dove proverà a riabilitare la sua figura tanto da ottenere la cittadinanza statunitense, ed avviare le pratiche per riportare in patria la salma del Comandante Morgan.

Nel 2002, ammettendo di aver fiancheggiato e combattuto accanto a William in un principio di guerriglia anticastrista, mossa da ideali anti sovietici, darà il via ad una missione in terra cubana di due rappresentanti del Partito Democratico statunitense, proprio per richiedere a Castro la concessione della Salma del Comandante Yankee. È molto il tempo che è passato, quasi quanto l’acqua che è defluita sotto i metaforici ponti che in situazioni analoghe scomodiamo sempre: Fidel accetta, e la salma di William Morgan rientra negli Stati Uniti d’America definitivamente nel 2007.

A questo punto l’obiettivo della Rodriguez viene completamente raggiunto: riabilitare la memoria di Morgan nel suo paese di origine, riportando indietro la salma, permettendogli di riottenere quella cittadinanza che Washington gli aveva tolto, in seguito all’acquisizione di quella cubana nel post rivoluzione. Ok, aveva disertato, aveva combattuto contro Batista, ma il passaggio dal Purgatorio al Paradiso è passato evidentemente dalla redenzione anti castrista, testimoniata proprio dalla madre dei suoi ultimi due figli.

Recentemente è uscito un libro che racconta in modo più dettagliato la vita (avventurosa, quantomeno e a tratti ciclicamente ripetitiva) del Comandante Yankee, si chiama “The Americano” di Aran Shetterly. Se masticate un po’ di inglese e/o spagnolo, anche questi due approfondimenti sottostanti potranno particolareggiare un minimo questa storia appena riportata.

Dopo il 2007, oltre al libro, anche George Clooney si era dimostrato notevolmente interessato alla storia, tanto che sembrava imminente un suo film dal nome “Yankee Comandante”; ad oggi mai uscito.

All’Habana invece, per quel poco che ricordo io, niente rende onore alla figura di William Morgan, passato indubbiamente alla storia come un traditore, per quanto il suo ruolo all’interno della Rivoluzione sia stato prezioso e contemporaneamente raro, vista l’origine.

Quello che si dice è che, in seguito alla fucilazione, in molti dei soldati presenti non riuscirono a trattenere un minimo di commozione. Forse per il metodo, forse perché gli riconoscevano ampiamente quello che aveva fatto anche per loro, in vita.

 

Articolo creato 46

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto