Manu Chao (ed io)

Era una caldissima serata di Luglio del 2007, mi trovavo per due mesi in quel di Barcellona per scrivere una tesi di laurea che avrebbe visto pubblicazione qualche anno dopo. Come ogni sera, avevo abbandonato il mio appartamento alle porte del Poble Nou -proprio dove Calle Marina incrocia Calle Almogavers, la strada conosciuta anche per essere sede del RazzMatazz- per recarmi in quello che ancora oggi è il mio punto di riferimento nei miei ritorni nella capitale catalana: il Bar Mariatchi, accogliente rifugio “nascosto” in Calle Codols, tra la Piazza Orwell e la chiesa della Mercè.

Percorro Calle de la Princesa dopo essermi lasciato di spalle il Parc de la Ciutadella, giungo in Plaza Sant Jaume e mi lascio trasportare dal flusso quotidiano percorrendo a passi lunghi la Plaza de San Miquel, per scendere in Calle Avinyo.

Non molti sanno che il famosissimo quadro di Pablo Picasso le Demoiselles d’Avignon (l’opera che mi ha lasciato più colpito di sempre, durante la mia visita al Moma di New York qualche anno dopo; seconda per mia esperienza solo alla violenta magnificenza di quel Guernica contenuto al Reina Sofia di Madrid) è stato dipinto in un bordello in questa strada di Barcellona.

A causa della similitudine tra il nome di uno dei percorsi più vitali della Città Vecchia Catalana (ancora oggi pieno di bar, ristoranti e crocevia di spostamenti notturni) e la città Francese , si pensa proprio alla ex sede del Papato (dal 1309 al 1377 per l’esattezza) come sfondo dell’opera. Grave errore.

Insomma da Calle Avinyò mi inserisco in Plaza Orwell -detta anche Plaza del Tipì a causa di una bizzarra statua richiamante uno stilizzato mappamondo al suo interno- il luogo dove probabilmente passo più tempo quando mi trovo in città, spesso consumando cervezas, talvolta un Mojito e principalmente un pasto rapido in uno dei tre bar “storici” che rispondono al nome di Oviso, Bar Bahia e Bar Lisa. Da lì, rapidamente mi inserisco in Calle Codols: sono in anticipo, ho un appuntamento con Vinx (detto anche il Mago) una delle menti dietro ad un progetto rivoluzionario chiamato RadioChango, sul quale scriverò la mia tesi di laurea. Vinx dovrebbe prendere in custodia un nastro della mia videocamera, all’interno del quale ho registrato una video intervista a Paula Pitzalis –giornalista Sarda incontrata qualche giorno prima, di passaggio in città- che non riesco a trasferire.

Guardo da fuori se Vinx è arrivato dentro il bar: a livello di orario è molto presto rispetto al mio solito, ma quella sera ho un biglietto per il concerto alla Sala Apolo di una band argentina che amo molto, i Karamelo Santo, incredibilmente in tour europeo in quel periodo; non voglio fare tardi.

Dentro il Mariatchi, di Vinx neanche l’ombra: stanno suonando però la chitarra Ruben de La Pegatina e Madjid Fahem, chitarrista virtuoso, componente della band che accompagna Manu Chao nei suoi tour dal 2000.

È anche per ammirazione di Manu Chao, della sua musica e del suo modo di vivere libero da ogni schema, che mi sono innamorato di Barcellona qualche anno prima, durante un Interrail. Anche per quello, e per l’autentica passione per il crocevia di culture musicali delle numerosissime band esistenti in città (che RadioChango veicolava attraverso trasmissioni sul web in streaming e anche video) che ho deciso di dedicar due mesi della mia vita a capire e conoscere questo luogo. Non mi sarei –almeno fino ad oggi- più liberato della voglia annuale di tornare, seppur per pochi giorni, a godermi quelli che negli anni sono diventati “i miei posti”, dove ricaricare la mente ed il corpo.

Decido così di prenderla un po’ più lunga, in attesa dell’orario del mio appuntamento: percorro tutta Calle Codols, mi affaccio in Piazza della Mercè, rientro in Calle d’en Serra, la parallela dove si trova il mio ristorante preferito in città, il Bidasoa. Percorso qualche decina di metri, in lontananza vedo due figure che mi stanno venendo incontro: uno dei due veste una camicia azzurra dipinta a mano con strani personaggi (sono i disegni dell’illustratore polacco Jacek Wozniak) ed un berretto color ocra. Non ho dubbi, si tratta proprio di Manu Chao. Per un secondo rifletto se disturbarlo o meno, poi decido di fermarlo seppur il mio spagnolo sia ancora poco fluente (grammaticalmente ineccepibile non lo sarà mai, ad oggi).

“Manu?” gli dico. E lui risponde “Si!”. Parliamo un po’, per quanto io sia onestamente emozionato: si tratta della prima volta che lo incontro di persona. Gli chiedo se suonerà in città nei prossimi giorni, visto che sono famosissimi i suoi concerti in piccole sale cittadine, annunciati con nomi falsi, decisi quasi dalla mattina alla sera vista la scarsa affluenza possibile in quelli che sono obiettivamente club di piccola portata. Lui mi risponde: “non lo so”. La mattina dopo, in un forum online, viene dichiarata la messa in vendita per un concerto straordinario alla Sala Salamandra di Hospitalet per 24 ore dopo: recarsi al Bar Mariatchi in apertura occasionalmente dalle 13, per l’acquisto dei biglietti del concerto degli Atomik Pardalets (uno dei nomi falsi dietro ai quali si nascondeva Manu Chao e Radio Bemba, la sua band del tempo, che oggi si chiama La Ventura). Acquisto il biglietto numero 0001.

José Manuel Arturo Tomás Chao (conosciuto semplicemente come Manu) nasce a Parigi il 21 Giugno del 1961. La madre, Felisa Ortega è originaria di Bilbao nel Paese Basco. Il padre, Ramon Chao di Vilalba in Galizia. La coppia lascia la Spagna principalmente per motivi politici sotto la dittatura del Generale Francisco Franco, trasferendosi nella periferia Parigina tra Boulogne-Billancourt e Sèvres.

Già dal 1960 Ramon Chao inizia a lavorare come giornalista per Radio France, e ad oggi è considerato un intellettuale di notevole rilevanza, esperto di Sud America con numerose pubblicazioni all’attivo. Negli anni dell’infanzia di Manu, erano sempre numerosi gli ospiti “culturalmente di prestigio” di passaggio nella casa della famiglia Chao: si tratta di anni politicamente complessi, c’è il Maggio Francese nel mezzo, ci sono numerosi rifugiati in fuga dalle dittature Sudamericane. Leggenda narra che Manu sia cresciuto in questo clima fatto di fermento culturale e lotta politica: inevitabile poter prevedere il suo destino futuro. In realtà più volte lo stesso Manu Chao ha raccontato che principalmente è cresciuto influenzato dalle regole delle periferie francesi, le regole del “Barrio” (come amava evidentemente chiamarlo pur vivendo in Francia) fatte da piccoli crimini, interminabili sfide a pallone da più piccoli, interminabili notti noiose in tarda adolescenza, dove “l’unico bar aperto era quello del benzinaio”. A due passi dalla Grande Città, con tutte le contraddizioni visibili in quelli che molto spesso oggi vengono definiti “ghetti per immigrati”, dove la mescolanza di razze e culture diventa inevitabile passaggio per la sopravvivenza e lo sviluppo. In questa situazione Manu inizia ad appassionarsi alla musica, ad amare differenti stili e conoscere quantomeno a livello sonoro differenti idiomi, a veder crescere in sè il desiderio di mescolare tutto il bagaglio culturale appreso dalla “Calle” secondo la sua capacità di sintesi artistica. Iniziano a svilupparsi occupazioni di quartiere, opere di resistenza e alternativa alla noia della periferia: Manu resta folgorato dai Clash, dal Punk Rock, senza dimenticare le sue origini latine e le innumerevoli esperienze indirette di cultura Latinoamericana.

È impossibile trovare un modo rapido ed esauriente per riassumere la vita artistica di Manu Chao, perché l’artista franco/spagnolo porta con sé un bagaglio culturale fatto di storie, collaborazioni, incontri e viaggi che un essere umano qualunque non potrebbe accumulare in 10 vite. Dal momento in cui risulta sufficientemente adulto per imbracciare una chitarra ed iniziare a suonare, Manu Chao si lascia trasportare dalla passione da un lato all’altro del suo mondo, in continua espansione. Lo fa conoscendo persone, avviando apparentemente improbabili collaborazioni, sposando progetti eticamente giusti secondo il suo punto di vista personale: succede negli anni giovanili, autogestendo o sostenendo le occupazioni di periferia; succede oggi suonando a sostegno di realtà di lotta in giro per il mondo, combattendo ad esempio in Argentina a fianco delle contestazioni contro la Monsanto o contro la Mega Mineria. Forse la parola più adatta per descrivere un’autentica vita artistica e personale è “libertà”. In definitiva, guardando alle centinaia di diramazioni in cui la sua carriera si divide, mescolando la sua maniera di concepire l’arte con il suo modo di essere, da un punto di vista cronologico l’unico capace di aver riassunto per immagini e flash le principali peripezie vissute, è Manu stesso, nella pagina biografica del suo rinnovato sito web.

A partire dal 1985, quella di Manu sembra veramente una cavalcata rapida ed in ascesa all’interno dell’undergorund musicale francese: inizia a calcare i palchi parigini e non con gli Hot Pants, prendendo parte ad un movimento piuttosto variegato e attivo che è destinato a colorare le notti della capitale francese negli anni a venire. Precedentemente e molto rapidamente inizia a suonare cover rock and roll con il fratello Tonio ed il cugino Santi: all’inizio c’è Chuck Barry, poi l’incontro/folgorazione con i Clash, ed infine un illuminante concerto degli Stiff Little Fingers. Da qui l’amore per l’attitudine punk, per il “Do It Yourself”, l’arrivo delle prime registrazioni con gli Hot Pants e la partecipazione all’interno del geniale super gruppo Los Carayos. Quest’ultimi, una sorta di All Stars del movimento francese di quel tempo, si muovono praticamente in contemporanea con la creazione personale di Manu, quella che scriverà un pezzo di storia della musica.

La Mano Negra è la creatura che può aiutare Manu a condensare tutti quei suoni, quelle esperienze, quelle lingue che ama praticare ma non può fino a quel momento unire, perchè divise per generi o categorie.

La Mano Negra ha attitudine Punk pura, musicalmente mescola di tutto: dal Rai alla Chanson francese. Alcune canzoni erano già state scritte, poi Manu un giorno si incontra con una band che ama suonare in acustico nelle metropolitane, ed inizia a girare con loro. Si chiamano Les Casses Pieds, e diventeranno l’ossatura della Mano, aggiungendosi agli inseparabili di famiglia, il fratello Tonio alla tromba e il cugino Santi alla batteria. Patchanka, il primo album, è un violento pugno in faccia musicale a tutta l’europa. Manu lo registra portando in studio musicisti differenti, quando l’ossatura ufficiale della band non è ancora stata determinata: ci sono componenti dei Los Carayos, ci sono Les Casses Pieds che diventeranno di lì poco ufficialmente parte della Mano. Si inizia a suonare in giro: formazione stradaiola, piccoli bar, piccole sale, metropolitana e poi inizia un periodo violentemente rapido, in cui la Mano vola fino ai grandi festival internazionali, passando per un secondo album come Puta’s Fever, arrivando a varcare il confine degli Stati Uniti come spalla a Iggy Pop, uscendo con il terzo album King Of The Bongo; innamorandosi del Sud America e stringendo collaborazioni artistiche che sfociano nel sodalizio con i teatranti della Royal Deluxe, che salgono su un Cargo diretto proprio dall’altra parte dell’Oceano in un avventura seconda sola alla seguente, quella del treno che attraverserà la Colombia, L’Expreso de l’Hielo, che si chiuderà con lo scioglimento della band e con l’ultimo album (il primo forse con una concezione vicina al Manu solista) il preziosissimo Casa Babylon.

Come detto, guardandola nel suo complesso, la vita di Manu sembra essere composta da più vite vissute consequenzialmente. Il periodo della Mano Negra è tanto rapido, quanto vertiginoso. Il rifiuto della band verso l’establishment del rock americano durante l’esperienza in “gringolandia” genera come contrasto, un ritorno alle origini: all’apice del successo la Mano suona nelle periferie francesi inventandosi un’organizzazione popolare ed autogestita che si chiamava Caravane des Quartiers; la trasposizione a livello itinerante dell’autogestione nelle occupazioni negli anni giovanili. La Mano è capace di inventarsi un tour promozionale trasformando come arena i sexy shop e i localini di Pigalle, in una serie vertiginosa di concertini in pochi giorni. La Mano con la Royal Deluxe si inventa il già citato tour del Cargo: rimettono in sesto una nave gigantesca, ricostruiscono all’interno una strada di Parigi, caricano artisti vari e salpano per un tour delle coste sudamericane. Ad ogni attracco, il Cargo si accende e porta un pò di Parigi tra persone che sognano di farlo, ma non avranno prospettiva un giorno di visitarla; contemporaneamente a questo la Mano partecipa alla parata/spettacolo teatrale della Royal Deluxe, e poi si addentra per il Sudamerica in tour.

Un’avventura che apre le porte all’avventura seguente: ripristinare le ferrovie inutilizzate che percorrono la Selva Colombiana per farci passare un treno rimesso, carico di giocolieri, artisti, musicisti e tatuatori. Ad ogni fermata uno show, in un paese in piena guerra con i Narcos, contemporaneamente all’uccisione di Pablo Escobar, costretti a trattare con la guerriglia per l’incolumità di un progetto popolare, per il popolo colombiano. Qualcosa che in Colombia si ricorda ancora, nei piccoli villaggi. Ramon Chao, il padre di Manu, segue tutto e immortala l’avventura in un libro reperibile anche in Italiano. Manu, ad oggi, la ricorda proprio come la sua avventura più bella di sempre. E se lo dice lui, bisogna crederci.

Da questo punto in poi si aprono altre e differenti prospettive per Manu: la Mano Negra si scioglie, per quanto il suo frontman provi a tenersi il nome e rifondare la band con altri elementi conosciuti nei suoi viaggi (c’è Fidel Nadal degli Argentini Todos Tus Muertos, c’è Gambeat dei Les French Lovers, che diventerà inseparabile nei progetti di Manu). Più o meno in questa fase, Manu fonda Radio Bemba: non è una band, è un collettivo comprendente di tutto, compreso un parco musicisti che si ingrandirà anno dopo anno -intercambiabili di tour in tour- all’interno del quale anche i fedelissimi Madjid Fahem alla chitarra, il già citato Gambeat al basso, David Bourguignon a volte alla chitarra, e a volte alla batteria, quel Garbancito percussionista e batterista ai tempi di Mano Negra.

Ma non è così facile: con lo scioglimento della band, Manu scappa in Sudamerica. Torna a vivere queiluoghi incrociati durante le avventure con la Mano, a salutare amici, a vivere peregrinando senza una meta. Prima ancora prova a registrare il primo album di Radio Bemba, a Napoli, dove aveva mixato Casa Babylon: il disco non vedrà mai la luce. Dopo anni di viaggi, si stabilisce per un pò a Madrid, cercando di riformare il collettivo della sua band, poi si sposta a Barcellona.

Nel frattempo, forte dell’esperienza della Caravane des Quartiers, organizza in Galizia la Feira Das Mentiras. In mezzo a tutto questo, come una serie di fotografie sonore dei suoi incontri, i suoi viaggi, i suoi drammi, la sua “Malegria”, esce Clandestino.Un’album che fondamentalmente doveva rappresentare il suo primo ed unico lavoro solista, più una quadratura del cerchio personale che un lavoro con velleità commerciali. L’album è una bomba, ottiene un successo impressionante che proietta l’artista Manu Chao ad un livello di popolarità incredibile.

Prendersi qualche decina di minuti ed ascoltarsi questo disco tutto di un fiato: è un consiglio personale per comprendere la capacità di “fotogiornalismo musicale” di Manu, di cui parlerò più avanti. Si tratta di un album che -chi più e chi meno- abbiamo sentito tutti anche indirettamente. A questo seguirà Proxima Estacion: Esperanza. Altro successo commerciale indiscusso, un disco meno intimo di Clandestino, più suonato, di pari passo con la crescita della formazione definitiva di Radio Bemba, pronta ad avviare un tour mondiale infinito regalando spettacoli unici per varietà ed intensità. Un tour immortalato nell’album live Radio Bemba Sound System.

Quella è anche l’estate del G8 di Genova e delle contromanifestazioni represse da manganellate e conseguenti scontri, finita nella tragedia dell’assassinio di piazza e nella vergogna di Stato del massacro alla Scuola Diaz e nel Carcere di Bolzaneto. Manu e Radio Bemba sono presenti, Me Gustas Tu e le canzoni di Esperanza sono la colonna sonora della preparazione internazionale in opposizione a quei principi che oggi si sono forse rivelati fallaci, che stiamo subendo tutti sopratutto nella vecchia Europa.

Il concerto gratuito in Piazzale Kennedy e la ferocia con la quale Manu verrà additato da giornalisti nazionali e addirittura anche da politici come il “leader di un movimento violento”, legheranno a lungo il suo nome alle lotte No Global. “Io sono il leader di me stesso. Il movimento non ha bisogno di leader, altrimenti finirebbe, perchè i leader sono corruttibili” si difende colui che oggi viene amichevolmente chiamato da amici e colleghi El Chapulin, ma non basta: i concerti italiani di Manu sia nel proseguo di quel tour infinito, sia negli anni seguenti, saranno caratterizzati da polemiche politiche, controlli delle forze dell’ordine al limite del bizzarro, tanto che Manu sceglierà per qualche anno di restar lontano dall’Italia con il suo show.

Ma nonostante questo, non si ferma: suona ovunque nel globo, dopo ogni tour scioglie la formazione della band per ricomporla alla prossima avventura. Così Radio Bemba diventa un Sound System vero e proprio, chiamandosi Jai Alai Katumbi Express ed accompagnandosi con il cantante basco Fermin Muguruza (Ex Kortatu e Negu Gorriak, gruppi leggendari nell’universo della musica basca e nella lotta indipendentista) dove la parte live dello show (quasi tre ore, al solito) è solo un inframezzo fra una sessione di Sound System in apertura ed una in conclusione, dove i componenti della Radio Bemba si alternano alla console e al microfono, talvolta improvvisando.

Tutto questo, e molto altro prima, potete trovarlo approfondito e splendidamente raccontato in “In Viaggio con Manu Chao” di Marco Mathieu (ex componente di una band storica del punk italiano come i Negazione, ancor prima che giornalista e raccontastorie) oppure in “Manu Chao: Musica y Libertad” di Alessandro Robecchi.

Da qui in poi Manu ritorna con un album totalmente in francese, che si accompagna ad un libro illustrato dall’artista illustratore Jacek Wozniak: un disco intimo ed invernale che si chiama “Siberie M’etait Conteé”. Più avanti, con il nome di ManWoz, i due produrranno lavori, li esporranno, mescolando le loro arti poetiche ed illustrative con la musica e talvolta con il sociale attraverso incontri e conferenze con Ramon Chao in accompagnamento (amico intimo e collaboratore di Wozniak stesso). Ancor dopo, Wozniak produrrà un libro illustrato proprio su Manu, chiamato “Manu&Chao”.

Dopo questo, sempre tra un tour interminabile e l’altro, ci sarà spazio per quello che attualmente è l’ultimo album in studio dell’ex Mano Negra, datato 2007, La Radiolina. Altro disco, altre mille storie collegate: la rumba “Me llaman Calle” vince il premio Goya come miglior canzone affiancata ad una pellicola che è Princesas di Fernando Leon de Aranoa. Manu collabora con il Colectivo Hetaira di Madrid, una associazione a tutela e a difesa delle prostitute cittadine, favorendo un dibattito su una questione spesso bypassata per questioni di perbenismo; il Goya si trova, donato dall’artista, proprio nella sede del Collettivo in Calle del Desengano a Madrid.

La Vida Tombola invece, è un pezzo dedicato a Diego Armando Maradona, inserito e suonato all’interno della pellicola di Emir Kusturica “Maradona by Kusturica”.

Nel frattempo Manu ha avuto modo di incontrarsi con Radio La Colifata, una radio con sede nell’Hospital Borda di Buenos Aires; un ospedale psichiatrico dove la pratica radiofonica viene usata anche in modo terapeutico.

Collabora con loro a più riprese, anche nel video del singolo Raining in Paradise in cui appaiono alcuni “Colifatos”. Ancor prima, a finanziamento della stessa attività, produce una compilation di musica di strada made in Barcellona, anche per combattere le crescenti repressioni (questione sempre attuale, tra l’altro) destinate agli artisti di strada nella capitale Catalana. Da quella compilation -dal nome appunto “La Colifata”– usciranno band destinate ad un successo internazionale come i Che Sudaka; dall’Hospital Borda invece,due album scaricabili gratuitamente sul sito www.vivalacolifata.org , probabilmente l’apice della poetica di Manu Chao. Manu registra pensieri, sensazioni, esperienze, punti di vista dei Colifatos, li accompagna con la sua musica, inventando così due album di una profondità emotiva pazzesca.

Manu appoggia lotte, lascia il microfono ad associazioni o collettivi appoggiando quelle che gli appaiono rivendicazioni locali condivisibili, all’interno dei suoi tour che lo portano a più riprese per tutta l’Europa, il Sudamerca, anche gli Stati Uniti fino all’India e l’Oceania: al cambiare delle formazioni -pur mantenendo la già citata asse portante sempre presente- lo show diviene una festa di tre ore intervallata da “dediche speciali” e momenti di rivendicazione. Esce anche un’altro album live che si chiama Baionarena, registrazione integrale di un concerto nella città Basca di Baiona, data conclusiva del Tombola Tour.

Intanto però, oltre a tutto questo, Manu si destreggia anche dall’altro lato del mixer, almeno metaforicamente, come produttore. Il primo album che produce (e all’interno del quale interviene) è il successo planetario “Dimanche a Bamako” del duo non vedente del Mali “Amadou e Mariam”: un gioiello che mescola musica africana con influenze inevitabilmente occidentali, se così vogliamo definire quel tocco “alla Manu Chao” che obiettivamente è riconoscibile a livello di ascolto, ma difficilmente sintetizzabile con una categoria.

Poi tocca all’artista berbero di origini Algerine Akli D con il suo “Ma Yela”. In seguito all’album di esordio degli Smod, una band di Hip Hop africana con al suo interno i figli di Amadou e Mariam stessi; infine, recentemente, il gioiello dell’ottantenne Calypso Rose “Far From Home”: leggenda vivente della musica Calypso, proveniente da Trinidad e Tobago, portata in tour nei palchi europei ad un’età più che veneranda dal successo di un album che suona fresco, estivo, all’interno del quale Manu interviene anche vocalmente oltre che con il suo sound.

Manu viaggia tanto anche con la sua musica, ma contemporaneamente lavora nel suo quartiere alla costruzione di un tessuto sociale e solidale: “la vera rivoluzione deve nascere da noi stessi, poi allargarsi alla famiglia, poi al vicinato, poi al quartiere e deve essere solidale e di riscoperta dell’essenziale”. Così Manu lavora agli orti urbani di Poble Nou, suona in acustico per i bar e per le strade di Barcellona tra una partita e l’altra del Llacuna F.C., improvvisato calcetto che si è anche nominato come si fa per le grandi squadre, formato da amici del quartiere, anche musicisti attivi in città.

Raccontare il suo ritorno a più riprese in Colombia con la band, il suo rapporto con Tijuana, i suoi viaggi nella Russia o nell’Est Europa, il recente avvicinamento alla realtà Greca; e poi il sostegno alla comunità Kathputli in India, oppure in Argentina contro la Monsanto e mille altre avventure artistiche e sociali, necessiterebbe di uno spazio ancora più ampio di quello già occupato in questa pseudo retrospettiva sull’artista e sull’uomo.

All’alba del 2017, a pochi minuti dallo scoccare europeo della mezzanotte, Manu torna con tre nuove canzoni scaricabili gratuitamente dal suo rinnovato sito web. Sembra questa la nuova direzione, perchè di materiale ne ha pronto e registrato tantissimo, in anni di viaggi con il suo mitico “studio portatile”: un pc ed un microfono dove registra ovunque idee, suoni, canzoni.

Come un taccuino per un giornalista. Si, perchè l’attitudine alla musica che Manu Chao ha sposato e porta avanti è molto simile al giornalismo, o meglio al fotogiornalismo: fissa in musica piccole polaroid fatte con semplicità, incontri, esperienze, suggestioni. Con semplicità e profondità, di quella che riesce sempre a toccare l’ascoltatore. Come il migliore dei fotografi di strada, come il migliore dei raccontastorie da taccuino.

Tre nuove canzoni, dicevamo, e chissà quante altre in arrivo. Un nuovo progetto chiamato Ti.Po.Ta. accompagnato dall’attrice greca Kleila Renesi, che per adesso è circoscritto ad una splendida e onirica canzone che si chiama Moonlight Avenue ed alcune grafiche.

Un’altro ennesimo tour con la band che nel frattempo oggi si chiama La Ventura, che in realtà è un tour infinito, perchè Manu Chao senza la chitarra è come immaginarsi Michael Jordan senza un pallone da Basket, oppure Pablo Picasso senza un pennello: non esiste.

L’ultima volta che ho parlato con Manu Chao era finito da qualche ora uno dei suoi concerti “clandestini” alla Sala Salamandra di Hospitalet. Eravamo poco meno di 900 persone -sala piena- l’energia del pubblico era tremenda. Tre ore al solito di concerto per La Ventura, al solito presentata con il nome di Atomik Pardalets ( ma poteva essere Las Bombachitas Sisters, La Gorda Eleonor e chissà quale altro nome utilizzato negli anni): per me, l’inizio della “bella stagione”, con una trasferta solitaria di tre giorni a Barcellona a cavallo dell’inizio di Maggio. Sarei volato in Italia poche ore dopo, ed ero in attesa di un Taxi prenotato nel pomeriggio che avrebbe dovuto portarmi all’aereoporto di El Prat, seppur fossero probabilmente le 4 di mattina.

La Sala ha chiuso, ho salutato alcuni amici che si sono recati alla fermata del bus per tornarsene in centro, mi reco nel vicolo laterale per fare la pipì: non è bello, non è educato, ho pure buttato fuori un sacco di fluidi sudando copiosamente durante il concerto, ma contemporaneamente li ho reintegrati in modo copioso attraverso cervezas ingurgitate già numerose nel pre concerto, intorno alle ore 18.00, nei bar adiacenti alla Salamandra. Mi incammino quindi alla ricerca di una zona poco visibile, e vedo Manu che sta per salire in un’auto per tornarsene a casa, che parla con due ragazze: zainetto sulla spalla, cappellino con la visiera, un piede dentro l’auto già accesa con la portiera aperta, dalla parte del passeggero.

Attendo in disparte che si sia congedato, mentre sta per salire lo chiamo: “Manu?” e lui risponde “Si!”.

In tutti questi anni, per una ragione o per un’altra, sono stato ospite in due backstage a Parigi, due a Genova, due volte a Barcellona, una volta a Padova. Ho avuto modo di parlare con lui in alcuni bar, oppure di fronte al catering per le band del dopo concerto, con un bicchiere di vino in mano, a chiedergli con imbarazzo il solito rito della foto che sembra quasi di offenderlo, tanto appare come un “trofeo” e lui come una “star”.

Per questo mi avvicino senza chiedere nulla, perché quello che volevo a livello di “vibrazioni” l’ho già ottenuto, e sarà benzina per affrontare i miei prossimi mesi: “Manu volevo solo dirti grazie per il bel concerto, per la serata, per la musica. Adesso torno in Italia, ho il volo tra meno di quattro ore”. Mi abbraccia calorosamente, mi ringrazia, mi dice: “ci vediamo a Monza?”, per un concerto che terrà qualche mese dopo all’Autodromo, di fronte a 60.000 persone, per il quale ho già il biglietto. Gli rispondo “Si, io ti vedrò di sicuro, da sotto il palco. Se ci vedremo non lo so; ma io ti vedrò”. Sorride, sale in macchina, e se ne va. Io proseguo alla ricerca di un angolo buio in fondo alla strada, sorridendo.

Vedrò Manu Chao e La Ventura ancora a Monza, poi nella splendida cornice del Parco di Vulci, poi di nuovo l’anno seguente alla Sala Salamandra, e chissà quante altre volte succederà ancora.

 

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