Rino Gaetano

“È una notte senza luna, ubriaco canta amore alla fortuna. Senza Freddo e senza pane, ubriaco canta amore alle persiane”.

Inizia così una delle canzoni probabilmente più conosciute de la BandaBardò, band fiorentina nota più o meno in tutto lo stivale, che potremmo categorizzare all’interno del filone “Combat Folk” italiano. Ammesso che esista, o quantomeno esista ancora. Su Wikipedia in effetti una pagina dedicata a questa sorta di sottogenere, sopravvive.

La Bandabardò, come detto, oggi è piuttosto conosciuta in tutta Italia, grazie a lunghissimi anni di tour ovunque, talvolta anche fuori dai confini nazionali. Da dove vengo io, Il Valdarno, la Banda era un gruppo cult molto prima che esplodesse da un punto di vista di notorietà: vuoi la vicinanza geografica con Firenze, vuoi che a cavallo tra il 1990 e il 2000 gran parte dei giovani erano tendenti allo stile di vita “fricchettone”; di fatto qui da noi la Bandabardò portava sotto i palchi le migliaia di persone molto prima che lo facesse da altre parti. Ed è così che ho iniziato a seguirla per un periodo della mia vita.

Ora, vi chiederete: cosa c’entra la Bandabardò con Rino Gaetano? Perché è di Rino Gaetano che si dovrebbe parlare….

C’entra perché — chiamatemi pure “tardo” — il mio primo incontro con Rino Gaetano avvenne attraverso il tubo catodico, guardando distrattamente il solito concertone del Primo Maggio da Piazza San Giovanni a Roma, negli anni in cui aveva un certo interesse seguirlo, se non potevi andarci fisicamente. Ecco, quell’anno la Bandabardò era sul palco a tributare, insieme ad altri artisti, il nostro Rino con una manciata dei suoi pezzi più conosciuti. Suonarono in chiave appunto combat folk, la sua “E Cantava le Canzoni”. Gli venne bene, tanto da riproporla qualche volta anche live nei loro tour. A me piacque particolarmente, forse perché al momento si trattava di una cover non registrata e quindi introvabile nei loro album. Fu così che, con quelle parole in testa, iniziai ad ascoltare alcuni pezzi di Rino Gaetano.

Era (forse) una notte senza luna, dicevamo, ed un ubriaco evidentemente cantava amore alla fortuna. Qualche anno dopo, come detto, lo cantava la Bandabardò, ma adesso parliamo del 2 Giugno del 1981; molti anni prima.

Quella notte, saranno state tipo le 3 ampiamente passate, una macchina — una volvo 343 grigio metallizata, piuttosto nuova — stava percorrendo la via Nomentana a Roma. La via Nomentana storicamente non è una strada qualsiasi: collegava la grande e gloriosa Roma a Naomentum, una città dove oggi più o meno sorge l’attuale Mentana, ed era quindi importante via consolare romana.

Quello alla guida, nonostante come sia rimasto scolpito nell’immaginario collettivo di tutti, probabilmente non aveva un cilindro in testa. C’è chi dice fosse ubriaco, c’è chi dice che no. Versione ufficiale narra che ritornasse a casa dopo una serata passata per bar, e probabilmente se così è stato, qualche bicchierino se lo era bevuto. Non so se fosse “una notte senza luna”: nessun testimone diretto lo ha mai specificato (anche perchè non risulta nessuno, a parte i coinvolti, che direttamente abbia testimoniato la sua presenza sul posto). Difficile si trattasse di una notte simile, considerando il momento dell’anno, i primi di Giugno. Considerando che il calendario era appena entrato in quella che era la Festa della Repubblica Italiana, per cui oggi si sta a casa da scuola e lavoro. In quegli anni no, però: a causa della forte crisi economica degli anni settanta, per contenere i costi statali e sociali, la Festa della Repubblica, fu spostata alla prima domenica di Giugno con la conseguente soppressione del giorno festivo. Era il 1977. Dovremmo aspettare fino al 2001, ed il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi perché il due giugno abbandoni lo status di festa mobile tornando ufficialmente ad essere giorno festivo a tutti gli effetti.

Insomma sono quasi le 4 di notte del 2 Giugno 1981, una Volvo 343 percorre la via Nomentana, ad un certo punto — all’altezza di un incrocio — la macchina sbanda invadendo la corsia opposta. Come in una fiera delle casualità e dell’assurdo, sopraggiunge in senso opposto un camion che impatta violentemente contro la macchina stessa. La Volvo è in parte distrutta, il conducente sbatte violentemente la testa sul vetro, il petto sul volante e resta incosciente. Il conducente era Salvatore Antonio Gaetano, in arte Rino, nato poco più di 30 anni prima a Crotone.

Rino è in coma quando arrivano i soccorsi, l’autista del camion dice di aver suonato ma di non esser riuscito ad evitare l’impatto. Anzi, dice che poco prima di sbattere lo aveva visto perdere conoscenza alla guida per un attimo, sbandare e poi provare a riprendere il controllo del mezzo, invano. I soccorsi ne evidenziano subito, tra le altre cose, una frattura cranica e lo portano di corsa al primo ospedale romano vicino, il Policlinico Umberto Primo. Ma in quell’ospedale non hanno un reparto per i craniolesi, e così il medico di turno prova a contattare un altro ospedale, dove ci fosse un reparto di traumatologia cranica: chiama il San CamilloChiama il San GiovanniChiama il San Filippo NeriChiama il CTO della GarbatellaChiama il policlinico Gemelli. Nessuno ha un posto disponibile. Nessuno.

Rino Gaetano muore così alle 6 del mattino del 2 Giugno, per mancato ricovero di fatto.

Due giorni dopo, il 4 giugno, si tengono i funerali nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, dove Rino Gaetano avrebbe tra l’altro dovuto sposarsi poco tempo dopo secondo i programmi. Viene seppellito inizialmente nel piccolo cimitero di Mentana, poi viene spostato nel Cimitero del Verano.

« La strada era buia, s’andò al S. Camillo
e lì non l’accettarono forse per l’orario,
si pregò tutti i santi ma s’andò al S. Giovanni
e lì non lo vollero per lo sciopero. »

No, non si tratta di una canzone pubblicata postuma, per omaggiare l’odissea ed il calvario, dell’ultimo viaggio del grande Rino. Si tratta di una canzone scritta e registrata da Rino stesso qualche tempo prima: si chiama “Quando Renzo morì io ero al bar” (o “La Ballata di Renzo”). Nella canzone, Renzo muore investito e viene rifiutato da gran parte degli ospedali che rifiuteranno Rino la notte del 2 Giugno; anzi, nella canzone neanche al Verano c’è posto per Renzo; per Rino lo hanno trovato un po’ dopo. Quella canzone fu scritta 11 anni prima ma vide la luce come inedito solo nel 2009. Fu quindi pubblicata postuma: ovviamente qualcuno tra gli addetti ai lavori l’avrà pure conosciuta, ma non certo il grande pubblico.

Quel gran pubblico che del resto si era forse già accorto che comunque, in “Ahi Maria”, Rino l’aveva detto che un vecchio fachiro, nel sottolineargli come lui non fosse un emiro in gilet, gli avesse caldamente consigliato di non bere petrolio alle 3. In effetti quantomeno se quella notte, la sua macchina non avesse bevuto petrolio intorno a quell’ora, forse Rino sarebbe stato ancora vivo.

O forse no, infatti come non troppo spesso accade se non nei thriller psicologici hollywoodiani, un evento antecedente che avrebbe potuto mettere in guardia Rino Gaetano era già avvenuto, e neanche troppo tempo prima: nel gennaio del 1979 (anche se la data non è certa, c’è chi dice che fosse pochi mesi prima l’incidente fatale) Rino Gaetano stava viaggiando con un amico sulla sua Volvo. La macchina venne speronata da un misterioso fuoristrada, che fece uscire la Volvo dalla carreggiata percorsa, sbattendo sul guardrail. Il misterioso fuori strada sparì come era apparso, la Volvo si distrusse completamente, il cantautore calabrese di origine ne uscì illeso.

Rino Gaetano nasce a Crotone — come già detto — il 29 Ottobre del 1950; il legame con il Sud e con la Calabria resterà fortissimo e trasuderà talvolta con tenerezza nei testi delle sue canzoni, per quanto la vita lo avesse portato a divenire romano di adozione già dall’età di 10 anni.

“Ad esempio a me piace il Sud”è indubbiamente il pezzo più descrittivo della quotidianità originaria del cantautore, dove probabilmente gioca anche con i luoghi comuni rispetto al Meridione, introducendoli per poi svilupparli con l’innocenza con cui, in realtà popolari, vengono realmente concepiti.

Così, se ad esempio a Rino piace “rubare” e “tirare calci”, l’azione è relativa a prendersi le pere mature sui rami quando ha fame (però pagando sempre l’acqua, preziosa e talvolta rara), oppure a calciare una zolla di terra passandola a dei bimbi che giocano alla guerra. L’immagine che ne viene fuori è quella di una realtà semplice, tradizionale, costretta a convivere con contraddizioni di sviluppo mancato rispetto alla parte settentrionale della penisola, ancora oggi evidenti.

Uno dei dati di fatto citati più spesso, quando si parla della produzione di Rino Gaetano è proprio “l’attualità della sue denunce ”sarà una questione di preveggenza, di onesta sensibilità, oppure di semplice immobilismo nazionale (per non parlare di cambiamenti ciclicamente resi vani, ammesso che mai siano stati messi in atto, per quanto solitamente sbandierati)?

Di fatto, “Ad esempio a me piace il Sud” fu portata in giro inizialmente da qualcun altro, perché Rino Gaetano non se la sentiva proprio di registrare o di provare a portare in giro la sua musica, legandola al suo volto. È il 1973 e la canzone viene “regalata” a Nicola di Bari, che la porta in giro cantandola pure nell’edizione seguente di Canzonissima.

Ora, Michele Scommegna conosciuto proprio come Nicola di Bari, in quel momento non era propriamente un signor nessuno: era reduce dalla doppietta in termini di vittorie al Festival di San Remo (1971 e 1972), che in quegli anni rappresentava uno dei pochi eventi dove la musica nazionale venisse realmente veicolata, per il grande pubblico. Non solo, ma sempre nel 1971 aveva pure vinto Canzonissima, dove tre anni dopo presentò il pezzo di Rino. Non ebbe un grande successo, se non in America Latina: infatti il Di Bari aveva un certo peso con la traduzione dei suoi pezzi, nel variegato continente a sud degli Stati Uniti; “Por Ejemplo”, quindi, visse principalmente il suo momento d’oro là, prima di essere poi re incisa dal suo vero autore, e diventare uno dei pezzi più descrittivi e immaginifici della sua produzione.

Ma tornando a Rino Gaetano, alla Calabria, al Sud e all’immigrazione: i riferimenti nei suoi testi sono spesso ben incastrati tra le pietre di un’ironia al tempo superficialmente definita “nonsense”, per la quale il suo divenne ad un certo punto un successo commerciale piuttosto importante. Pericoloso, in quegli anni, diffondere effettivamente QUEL “nonsense” tra il grande pubblico, soprattutto quando (coincidenza o meno) un senso quasi in codice fosse ben percepibile, e poco apprezzato da molti.

In “E Cantava le Canzoni”, fotografa un emigrante, un mercenario e un produttore che hanno in comune proprio la fuga dal sud, per motivi di vita (e il metodo comune di abbattere la Saudade cantando “le canzoni che sentivano sempre a lu mare”). Nel 1967 ad appena 17 anni scrisse “La Ballata del Meridionale Trapiantato”. Il mare e la familiarità del convivio pretestuoso è l’apparente tema della sua presenza “al compleanno della Zia Rosina”, anche quello “vicino al mare verde, come la notte”. In “Cogli la mia Rosa d’Amore” si riferisce a tradizioni come “i muri bianchi di calce, la festa del Santo e il giorno del pianto”oppure ad effettivi approdi della fuga migratoria come quel “figlio in Germania, tra le miniere e il carbone, che a Natale verrà”.

 

Tanto sud quindi, e spesso tante Rose, o riferimenti attorno a questo iconografico fiore, solitamente rosso.

Il cosiddetto “fiore da donare per eccellenza”, rappresenta nelle sue innumerevoli metafore, simbolo di amore e di bellezza, ma anche il segreto che deve esser svelato con delicatezza, come lo schiudersi del suo bocciolo. Se proviamo ad immaginarci una rosa qualsiasi nella nostra testa –a parte i fans di Michele Zarrillo che probabilmente non sono così tanti- ce la immaginiamo appunto Rossa.

Nell’album “Mio Fratello è Figlio Unico” del 1976, di riferimenti alla Rosa ne troviamo ben tre, in tre pezzi distinti: “Cogli la mia Rosa d’Amore”“Al compleanno della zia Rosina” e “Rosita”.

Mille significati per la Rosa Rossa, anche esoterici: impossibile non pensare all’ordine segreto dei Rosa Croce e ulteriormente a quella sorta di gruppo occulto che si dice ancora vivo e vegeto, chiamato l’Ordine della Rosa Rossa;occultisti, cultori di riferimenti simbologici e del contrappasso (e questo lo intendiamo più o meno a livello di quello dantesco: del tipo, se scrivi una canzone che nessuno conosce, che racconta un destino che qualche decina di anni dopo sembra essere esattamente il tuo; per qualcuno puoi essere un veggente, per qualcuno sarà la casualità del destino, per qualcun’altro può esser prova di contrappasso applicato. Chissà. “Chi vivrà, vedrà”).

Ok, tante Rose (Rosse?) nei testi di Rino, così come -ad esempio- tante “Maria”: troppo facile per le nuove generazioni non compiere quell’analogia sdoganata anni dopo dagli Articolo 31, per cui la Maria è la Marijuana, e così trovar spiegazioni sulle apparenti disconnessioni “nonsense” nel testo di ,appunto, “Ahi Maria”. Allo stesso modo “I Love You MARYanna” diviene per la sola componente simbolica del titolo, un sorta di anthem antiproibizionista oggi.

“Avrei voluto comprare dei fiori, avrei dovuto trovare l’amore. Ma non si compran quadri e fiori,non si gioca a picche e cuori, con Maria”

Analogie che violenteremmo di brutto se provassimo a cercarle nel flamenco di “La Festa Di Maria”.

Più facile personalizzare questo nome per indicare una qualcuno (o un qualcosa) che è la sola ad avere e a poter dare un qualcos’altro, evidentemente ambito, evidentemente necessitante cieca fiducia e probabilmente sforzi, difficile da mantenersi.

Del resto anche nella pluri cantata e pluri diffusa “Gianna”, l’idea che c’è “chi la prende e chi la da” è ben sottolineata in coda, insieme a varie domande piuttosto indagatrici del tipo “Ma Dove Vai? Con Chi ce l’hai?” e soprattutto “Di Chi sei?”. In certi ambienti l’idea di sapere a chi si appartiene, prima di avviare un qualsiasi tipo di dialogo o trattativa, è evidentemente tutt’oggi curiosità primaria.

Comunque nonostante tutto, la produzione di Rino Gaetano conta 5 album diversi tra il 1974 e il 1980; un successo che inizia a crescere con il suo secondo lavoro in studio, “Mio fratello è figlio unico”, osannato dalla critica come album caratterizzato da rimandi all’emarginazione e alla solitudine umana; nonchè dai fiori. Infatti a parte la sua Rosa d’Amore/Rosa di Niente, Rosita e la Zia Rosina, compare anche (oltre alla title track basata su ossimori e paradossi, a partire dal titolo stesso) “Sfiorivano le Viole”.

Un pezzo con due facce distinte e determinate: un’apparente canzone d’amore che, nel finale, sfocia in un elenco di personaggi storici ed azioni degli stessi, apparentemente inserite senza un senso consequenziale. C’è Otto Von BismarkMameli e il suo inno scritto con Michele Novaro, il Marchese La Fayette. Una canzone che apparentemente sembra non celare niente, ma come altre, rimanda nell’ascolto ad atmosfere a tratti inquiete proprio grazie all’utilizzo di quel cosiddetto “nonsense” per cui, ad un certo punto, Rino ammette: “ancora penso alle mie donne, quelle passate e le presenti le ricordo appena”.

Prima della consacrazione nazionale definitiva con la Sanremese “Gianna” (definita come “un pezzo disimpegnato”, appunto), è opportuno citare la magnificenza di un brano come Aida. Un vero e proprio Bignami di semplici fotografie su un periodo piuttosto ampio della nostra storia nazionale. Si ferma con i trent’anni di safari tra antilopi e giaguari, sciacalli e lapin”. Un pezzo colmo di riferimenti e scelte linguistiche studiate, come ad esempio la volontà di inserire gli “antilopi” in riferimento a quello Scandalo Lockheed ,a cui aveva già parlato probabilmente in “Berta Filava” (interessante però fare un raffronto con gli anni in cui il pezzo fu scritto, e gli anni in cui lo scandalo divenne di dominio pubblico).

Il rapido successo, l’estremizzazione ironica per la denuncia sociale, il rincorrersi di metafore e ossimori, il tragico destino che ha portato via un’autore che avrebbe potuto avere un peso importante nella crescita delle coscienze nazionali, negli anni a venire: tanti rimpianti, dietro alla figura di Rino Gaetano. Tanta ammirazione e una buona dose di mitizzazione per un personaggio riscoperto forse solo in tempi piuttosto recenti, lasciato un pò decadere nella dimenticanza popolare dell’immediato periodo post morte.

Forse perchè non troppo simpatico al cosiddetto establishment a lui inevitabilmente vicino professionalmente, o quantomeno non tanto quanto lo fosse al grande pubblico (talvolta inconsapevole); del resto ne “Al Compleanno della Zia Rosina”, Rino sembra aver già percepito anche questo:

“Non ci sarà avventura, questo già mi calma. Vedo già la mia salma, portata a spalle da gente che bestemmia che ce l’ha con me”.

Se “l’essenziale è invisibile agli occhi”, lo sono talvolta anche le verità scomode, per lo stesso principio per cui il luogo migliore dove nascondere qualcosa che non vogliamo far trovare, è quello più ovvio.

Il “nonsense” che strappa un sorriso e contemporaneamente affascina è un bivio per molti: la direzione giusta per comprendere ciò che appare visibilmente paradossale, è praticabile solo da chi possiede quell’innato dono che possiamo riassumere col termine “curiosità”.

Ad esempio: negli incubi, la cosa che più inquieta è quella apparentemente messa lì senza una ragione: a prima vista vuota di significato, bizzarramente fuori contesto, pacifica in teoria, che genera interrogativo di non facile risposta. David Lynch ha costruito una carriera registica unica, riuscendo come nessun’altro a restituire allo spettatore quell’apparente “nonsense” onirico che spesso ci costringe a svegliarci, sudati, in mezzo alla notte. Apparente perchè nei sogni tutto ha una spiegazione e un riferimento mentale; potenzialmente inquietante perchè ci costringe, nel cercarne una spiegazione, a scendere più in basso nell’impero della nostra mente, col pericolo di dover fare i conti con eventi volutamente (ma inconsciamente) rimossi.

Chi è Berta che filava sia con Mario che con Gino, fino alla nascita di un bambino che non era di nessuno dei due? Chi è Mario? Chi è Gino?

Dietro al “nonsense” di Rino Gaetano potevano nascondersi metaforiche chiavi di lettura indubbiamente interessanti, di certo non alla portata di tutti; sicuramente rifiutate da chi sceglie la comoda strada dell’apparenza, quella per cui “Gianna aveva un coccodrillo e un dottore” e si ride.

 

“C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta”

Pare proprio che questa frase uscì dalla bocca del nostro Rino, come introduzione a “Nuntereggae più” nel 1979, in un concerto proprio sulla Spiaggia di Capocotta. Non a caso, forse, citata all’interno di quel ritmato quanto bizzarro elenco di personaggi e pratiche nazional popolari, messi apparentemente un pò a caso l’uno accanto all’altro.

Capocottala cui leggenda viene narrata nell’800 dal poeta dialettale romano Augusto Sindici, nel 1953 sfondo del Caso Montesi, metafora di quanto occulto e potere si intreccino nel buio della notte italiana, da sempre: quando “la notte la festa è finita -evviva la vita- la gente si sveste e comincia un mondo, un mondo diverso ma fatto di sesso. Chi vivrà, vedrà”.

Ricercare riferimenti nel “nonsense” di Rino Gaetano, magari attraverso la fruizione di quei testi accompagnati da quelle scelte musicali -tanto diverse, da quelle dei colleghi cantautori contemporanei – può essere un gioco molto interessante. Per chi è curioso, i collegamenti ipertesutuali potrebbero sprecarsi, e si: viene fuori un bel riassunto della storia moderna della società italiana, utile anche per capire l’attuale nelle sue evoluzioni.

Se ve lo state chiedendo: si, mi piace leggere il blog di Paolo Franceschetti, ed ho letto anche il libro su Rino dell’Avvocato Bruno Mautone.

 

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