#ElSonCubano Vol.3 – Socialismo o muerte?

Quando il bus si ferma in quella che dovrebbe essere un area di sosta, di ritorno da Trinidad, è smesso di piovere. Due giorni di tempesta tropicale che hanno violentato non poco il nostro soggiorno tra CienfuegosTopes de CollantesTrinidad e Santa Clara. La terra delle immense campagne che stiamo attraversando è pesante, gonfia di acqua; il cielo si riempe di nubi minaccioso, quasi a voler sottolineare che si tratta di una tregua momentanea. E così sarà.

L’autista del bus si informa del prezzo del caffè, per vagliare se può permetterselo o meno, con imbarazzo cercando di non dar nell’occhio. Dietro l’area di sosta – che consiste in una struttura umile di legno e eternit con dei tavolini sotto la tettoia – si vedono baracche povere, con persone affacciate alla porta.

Un ragazzino a petto nudo mi sorride e saluta con la mano. Una signora grassa con i denti storti si avvicina a noi con fatica; lo stesso fa un vecchio con stivaloni e cappello simil cow boy. Si fermano al limite del retro dell’area di servizio, che da sulle loro umili abitazioni. Tra galline e gatti, una vecchia fa la fila per il bagno pubblico con un secchio, per riempirlo di acqua. Siamo lontani dal mare, ma c’è un granchio gigante che mette la testa fuori da un buco a terra sotto l’ingresso dei bagni pubblici: mi vede, torna a nascondersi. La vecchia con il secchio, mi dice che non è poi così grande.

Gli autoctoni stanno li che sorridono. E mi chiedo quando si avvicineranno per chieder soldi: all’Habana quando ti sentono parlar straniero,spesso si presentano come “professori” o “dottori” che “amano l’Italia” e che alla fine ti chiedono denaro per comprar qualcosa di vitale a un qualsiasi loro familiare, solitamente un figlio malato.

Invece no, i guajiros salutano e sorridono, con dignità e senza chiedere niente. Un fotografo spagnolo che viaggia con me – che sta fotografando i volti di Cuba – si avvicina chiedendo se può fotografarli : con entusiasmo, si mettono in posa. In cambio niente, rifiutano anche una sigaretta.

Funziona così mi dicono, nelle campagne: persone che vivono con poco e che al massimo ti osservano come fossi un extraterrestre. Noi, pasciuti e panzuti con la pelle color latticino; con le nostre ingombranti macchine fotografiche al collo, le nostre scarpette fluorescenti Adidas, i nostri sbuffi per il troppo caldo o per la sensazione di bagnato che hai dopo aver passato due giorni sotto l’acqua copiosa che cadeva dal cielo.

Loro che, mentre passavamo con il bus lungo costa e diluviava, li vedevi a mollo in spiaggette a bordo strada, vestiti.

C’è molta più riconoscenza, mi dicono, verso Fidel e la Rivoluzione se esci fuori dall’Habana. Nella Cuba di Batista, dove le due classi sociali principali erano una sfruttata dagli americani e l’altra lasciata a marcire nella povertà, era probabilmente un miraggio sopravvivere tutti. Adesso, le razioni mensili, la sanità pubblica e soprattutto l’istruzione garantita sono ancora viste come una opportunità di sviluppo e di sopravvivenza migliore, dai più.

La scuola per i piccoli, rappresenta una garanzia: fin dalle prime classi, i bambini vivono fuori di casa e vi fanno ritorno solo un fine settimana ogni quindici giorni; i genitori stanno sereni: oltre all’educazione, hanno anche i pasti giornalieri assicurati.

La realtà è che se rapportiamo questo mondo al nostro, i salari sono tremendamente bassi; e se ascoltiamo quel poco che raccontano a riguardo, le razioni mensili spesso sono sufficienti a coprire quindici giorni.

Probabilmente nelle campagne, invece, i campesinos non si sono neanche accorti del cambio avvenuto negli ultimi sessanta anni, ci raccontano. Vivono con i loro animali, distanti dalle città; si muovono a piedi o su cavalli. Malgrado questo il governo ha aperto scuole ovunque, anche in zone piccolissime. Troviamo una scuola anche in cima al Topes de Collantes – una montagna piuttosto alta e piuttosto complessa da raggiungere, sulla cima della quale si scopre un piccolo villaggio per la maggior parte composto da baracche nella selva.

La stessa riconoscenza verso Fidel non è così visibile nelle grandi città, come la capitale, soprattutto tra i giovani. Il contatto con i turisti apre ovviamente scenari e immaginazioni rispetto all’evoluzione del resto del mondo, che li porta quasi ad invidiare anche solo uno zainetto della Decathlon, una maglietta Puma oppure qualche oggetto per noi scontato. Non i cellulari smartphone, che qui hanno praticamente tutti. Eppure, rapportati ovviamente a città più piccole, i salari e i guadagni sono un minimo più alti. Un buono stipendio per un operatore turistico si aggira sui 40 cuc, ma attraverso le mance dei turisti, riesce a volte a quadrupricarlo.

Proprio in questi giorni sono state aperte nuove tratte aree con gli Stati Uniti : un altro segnale verso l’ oramai tanto discussa e agognata “apertura definitiva” di Cuba verso i gringos, la quale dovrebbe portare anche alla fine dell’embargo. Si calcola che all’Habana i guadagni per tutti raddoppieranno in meno di un anno. Saranno necessarie nuove strutture e nuovi investimenti per venir incontro al turismo di massa americano, che tornerà a veder Cuba come l’Isola proibita di nuovo accessibile liberamente.

Fino ad oggi gli americani entravano nel paese spesso passando da Cancun o Panama: pagando per non far apportare il timbro di Cuba nel passaporto, che in terra statunitense avrebbe causato una salata multa.

Recentemente, possono venire a Cuba con viaggi organizzati per motivazioni “standard”, all’interno dei quali devono seguire un’organizzazione tematica rigida che non gli permette di svagarsi facendo anche altro; ad esempio, uno statunitense che viene a Cuba per un viaggio culturale dovrà seguire un soggiorno organizzato dalla sua guida turistica, che non gli permetterà di passare due giorni alla spiaggia.

In teoria, perché come qui dicono, tutti a Cuba sono corruttibili e tutto si può comprare con una piccola “commissione”.

L’abitudine alla commissione è qualcosa di piuttosto diffuso. Se il padrone della tua casa particular o del tuo hotel deve chiamarti un taxi, chiamerà colui con il quale si è messo d’accordo per una commissione più vantaggiosa. Ad esempio: per andare all’aeroporto il taxista ti fa pagare 30 cuc, ma il dieci per cento va in tasca a chi lo ha chiamato, per commissione. Questo vale per tutto, così è facile trovare persone per strada che ti vogliono accompagnare a comprar sigari in un negozio piuttosto che in un altro. La commissione – una piccola tangente – è un modo per arrotondare, per tutti.

Credo che l’errore sia guardare a Cuba con gli occhi di un occidentale. È ovvio che quelli che sono i nostri gravi problemi da italiani, qui non son neanche da menzionare. Ugualmente se proviamo a far raffronti tra i nostri e i loro stipendi, soprattutto con il fatto della doppia moneta, è difficile non restare scioccati su “quanta povertà ci sia”. Tutto sommato i prezzi in cuc equivalgono quasi ai nostri in euro, mentre per quanto riguarda il valore della moneta nazionale il raffronto è ben diverso (il rapporto è 24 a 1 se non erro). Il problema è che turisticamente hai rapporti solo e unicamente con il cuc.

La realtà è che un Cubano con uno stipendio dignitoso, raramente potrà permettersi una cena in un ristorante “da turisti” dove spendi un 15 cuc a testa: per loro è una mensilità media. Questo vale per ogni tipo di acquisto, ed è per questo che la pseudo prostituzione tanto discussa assomiglia più a un baratto tra oggetti in cambio di compagnia, che a una transazione in cambio di una prestazione. È per questo che si prostituiscono occasionalmente anche professionisti in altri mestieri.

Alla base di ciò, però, c’è sempre e soltanto l’idea di rincorrere o provare anche per poco il benessere accessibile solo al turista. Un benessere proibito alle tasche del cubano.

Un benessere che potrebbe diffondersi rapidamente alla dipartita dei Castro, con la caduta dell’embargo e in conseguenza all’apertura delle frontiere. Il problema sarà il prezzo sociale di questa apertura.

Il rischio è che i cubani siano travolti da quello che potremmo chiamare “capitalismo”, per intendersi. Probabilmente la mitizzazione dello stile di vita “da turisti” dei turisti ( che come sappiamo è ben più irreale di un qualsiasi stile di vita quotidiana medio almeno che tu non sia milionario ) li rende ancor più impreparati al contraccolpo.

Mi immagino cosa sarebbero le strade del centro Habana, tra palazzi diroccati e persone sedute per strada tutto il giorno, se nel paese entrassero droghe. Immagino cosa sarebbe questo paese con la tossicodipendenza.

Immagino quello che succede nelle periferie di Caracas ,nei quartieri di Bogotà o nelle favelas di Rio. Ed è per questo che credo che sia corretto valutare Cuba solo ed esclusivamente in relazione al resto di centro/sud America.

Probabilmente in questi termini si può parlare di sistema cubano come esempio di riferimento, quantomeno per risolvere i problemi economico/sociali dei paesi dell’America Latina.

Come mi ha raccontato qualcuno, qui sarebbe stata auspicabile un’evoluzione del sistema verso il benessere della popolazione. È anche vero, però che sopravvivere all’embargo statunitense sarebbe stato impossibile con un altro tipo di sistema sociale.

A voler provare a chiosare, quindi, dobbiamo guardare alla situazione nel modo più “distante” possibile dalle nostre quotidianità. Emergono esattamente le contraddizioni di cui mi parlavano “colleghi” italiani già venuti qui prima di me, anni fa : da una parte la sanità gratuita, l’accessibilità allo studio, le razioni garantite, la criminalità quasi inesistente, l’apparente assenza di sostanze stupefacenti; dall’altra i salari minimi, le privazioni e le limitazioni (per la verità in via di sparizione) imposte ai cubani verso i turisti, la povertà e la decadenza che appaiono anche a lato delle strade più belle come quelle dell’Habana Vieja. In tutto questo dobbiamo sommare l’immagine dei cubani in coda per acquistare tesserine per il wifi (2 cuc per un ora al negozio, 3 cuc per un ora se “spacciate” per strada), che escono pazzi per gli zainetti o che si meravigliano per una “bottiglietta di acqua a borraccia” ( non so come descriverla altrimenti, ma i nostri autogrill ne sono pieni). Quei cubani per i quali i fazzolettini di carta sono un lusso, per i quali la carta igienica costa più dell’acqua (che comunque è più difficile da trovare che la birra), che però vivono con la calma e la serenità di chi non conosce lo stress. Che amano ballare o cantare alle fermate del bus. Che amano il loro umido paese e la sua cultura, la loro santeria, il loro reggaetondi oggi e quel son cubano dei Buena Vista social Club, tanto da voler quasi sempre tornare anche nelle rare volte in cui un occidentale decida di sposarseli e di portarli a vivere nelle nostre caotiche metropoli. Quei cubani che magari, soprattutto se vengono da fuori Habana, ti dicono che non vogliono viaggiare; e che ti lasciano il dubbio che questo sia giustificato dall’amore per la loro terra o dalla paura dell’umiliazione che il visto di uscita gli sia negato per motivi oscuri.

Ho sentito parlare della Cuba castrista come un paradiso da certi compagni nei collettivi politici di sinistra, mentre ho letto a lungo di “una dittatura sanguinaria” nei giornali nazionali in questi anni. Due realtà troppo distanti l’una dall’altra, tanto che ho avuto voglia di venire qui a vedere con i miei occhi per farmi un idea.

Mi sono fatto un idea? Ho trovato risposte ai miei dubbi? Non esattamente.

Forse la verità sta nel mezzo ed è influenzata da chi te la racconta. Ma se così fosse, non avrei scoperto niente di così nuovo.

 

Scritto in attesa del volo di ritorno dall’Aeroporto Internazionale Josè Martì, direttamente sul cellulare.

Settembre 2016

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