#ElSonCubano Vol.1 — La Habana

Il clima afoso tanto decantato e verso il quale ti avevano messo in guardia si insedia lento, a livello di percezione, nel tuo corpo. Primo impatto: non è così traumatico come dicevano. Dopo due ore, sei completamente appiccicoso. Benvenuti a La Habana, Cuba.

Dal calvario per ritirare i bagagli al José Martí, fino a giungere al Vedado in taxi, vedi quello che dovresti aver già visto nei film: macchine d’epoca, reggaeton dai finestrini, persone in attesa di qualcosa ai bordi delle strade trafficate.

Capisci che la prima cosa importante sarà correggere il tuo orologio biologico ai ritmi di vita autoctoni, lasciar da parte fretta e dipendenza dall’orario.

L’impatto “turistico” non è di poco conto. Prima di arrivare nel centro de la Habana Vieja – dove i turisti parlano tutte le lingue,seguono guide, scattano foto con i bastoni per cellulare – passi sotto case decadenti, in piazze dove i bambini ti lanciano pallonate contro, le persone sedute sui gradini del portone a parlare. L’impatto esiste ma non è così netto perché quello che pensi di conoscere come “struttura delle zone ad alto tasso di turismo” in Occidente, qui non lo vedi. Non c’è sfarzosità,boutiques, costruzioni moderne.

Un Mojito a la Bodeguita del Medio significa far una rissa tra cellulari accesi in modalità telecamera,sudore ed eccitazione per portarsi a casa un “trofeo telematico”. Ti tocca berlo avidamente fuori, lungo la strada, scansando selfie altrui sotto un sole che non brucia tanto ma con un afa che ti asfissia. Quando torniamo su la Rampa nel Vedado, e bestemmiamo in 5 diletti per connettersi alla wifi negli hotspot attraverso le password a tempo acquistate (a poco meno di tre euro per un ora, per strada, da uno spaccino di tesserine per la wifi), mi chiedo come facciano gli altri turisti a caricare i video fatti nel pomeriggio. Noi a fatica riusciamo a chiamare con WhatsApp.

Dovremo disintossicarci dalla dipendenza allo smartphone, oltre che abituar il nostro corpo a trasudar umido 24 ore su 24, dopo aver messo in conto che la tv sarebbe stata quasi inesistente come in ogni viaggio che si rispetti. E contemporaneamente provar ad accordar il nostro stile di vita frenetico e dipendente da orari e obiettivi, a quello rilassato cubano. Può non esser negativo. Può esser però frustrante aspettare un’ordinazione per una mezz’ora/quaranta minuti, ma siamo già stati fortunati in fase di arrivo: pare che mediamente l’attesa per ritirare i bagagli all’aeroporto superi le due ore, molto più di quell’ora appiccicosa che a me è apparsa infinita.

Un tipo che cerca di buttarmi dentro il suo ristorante finisce con il parlare con me di calcio italiano e del mercato della Juventus che ha appena comprato Higuain; un vecchietto che vende il Granma – senza denti – mi racconta che ha un nipote a Torino , mentre mi fornisce le indicazioni per Plaza de la Catedral. Un ubriaco mi rincorre per mezza Rampa pensando di poter scambiare con me 3 Pesos Cubanos con un Peso Convertibile: sarà perché sono bianco e ho una maglietta del Deportivo La Coruña che mi ha scambiato per un turista coglione, pur essendo di bassissimo guadagno il suo pseudo tentativo di mini mini truffa. Un cameriere mi consiglia di acquistare le Popular, perché “personalmente scelgo sempre di fumare questa marca di sigarette nazionali” : me ne porta un pacchetto rosso, ad ogni tiro di sigaretta la tua gola brucia come a Dicembre, quando abitualmente utilizzi tre confezioni di spray per la gola in tre giorni. Io, personalmente, ho appena imparato la prima cosa che a Cuba non devo ricomprare a vantaggio di qualsiasi altra locale.

Il Museo de la Revolucion appare decadente come probabilmente sta decadendo l’amore per gli eroi della brigata 26 Julio nei giovani autoctoni. A dispetto dei cartelli e delle rappresentazioni murali degli eroi che furono Camilo, Fidel e l’Argentino, si percepisce il desiderio di superamento del modello attuale; la necessità di un passo verso l’occidentalizzazione. Gli assembramenti sotto gli hotspot per la wifi sono un segnale; altro segnale il fatto che i venditori dei periodici governativi – gli strilloni del Granma – siano tutti vecchietti. Chiaramente chi ha vissuto per vicinanza la liberazione dell’isola da Batista, ha gli strumenti per portar un rispetto verso il passato, e la fede in Castro immutata per esperienza storica. Cosa che sembra interessar meno ai giovani che camminano per strada con le canotte dell’Nba (e io che non ho portato le mie per non sembrare troppo Yankee), apparentemente più desiderosi di avvicinarsi agli standard “di vizio” occidentali, che in realtà distano da qui pochi km se consideriamo che abbiamo Miami di fronte.

Almeno questo è quello che sembra dopo qualche giorno qui a La Habana.

Lungi da me avventurarmi dopo così poco tempo in giudizi politici, essendo semplicemente un turista occidentale che ha passato una manciata di ore nelle strade probabilmente principali.

Nel massimo rispetto di questo paese, della sua cultura e di questa gente – nonché della sua amabilissima afa – non posso permettermelo. Non ne ho intenzione.

 

Scritto da una casa particular nel Vedado, direttamente sul cellulare. Il 20 Agosto 2016.

 

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